Cultura

Costanza

20 dicembre 2009

Quarto capitolo del romanzo di Giornalettismo

Chissà per quale perversione alcuni soggetti sviluppano passioni intense per coloro che non danno motivo di essere amati, che non lasciano l’impressione di voler corrispondere il trasporto di cui sono oggetto.

“Tu mi piaci, Costanza, ma sono un po’ confuso.” Ma come aveva fatto a pronunciare una frase del genere? Come aveva potuto svilirsi in tanto misera banalità? Confuso, quando mai era stato confuso in vita sua? Da quanto gli pareva di ricordare, aveva sempre saputo cosa voleva, sempre saputo cosa faceva. Forse quella era la prima volta, o magari era per via dell’argomento. “Non ci crederai, lo so, ma sono confuso.” Disse di nuovo. “Sei sicura di volertene andare?” “Domani avrai le mie dimissioni. Non me ne vado per dispetto, ma perché così non va bene. Non è sano. Avrai i quindici giorni di preavviso e poi proprio ti dovrò salutare.” “Non c’è bisogno che resti con me nemmeno per un altro minuto. Sei libera da subito.” “Voglio fare i miei quindici giorni di preavviso. Tutti.” “Perché?” “Per vederti.” Costanza non voleva controllare le parole. Aveva già spasimato abbastanza, e tanto doveva resistere solo due settimane. “Resta a casa e vieni a cena con me. Domani e dopo e dopo ancora non posso. Ti va bene giovedì? Vengo a prenderti alle otto.” “Non sai dove abito.” Disse lei. Ma sì che lo sapeva. Alessio si teneva informato sulla residenza dei suoi dipendenti. La macchina accostò al numero civico 1 di Viale Abruzzi. “A cosa serve mangiare insieme?” chiese Costanza mentre scendeva. “Niente. Però mi farebbe piacere. Puoi non venire a cena e non venire al lavoro, se preferisci. Vedi tu.” “Non verrò più a lavorare e verrò a cena. Vorrei evitare, ma non posso stare senza vederti. Buonanotte e grazie.” Chiuse la portiera e non si voltò. Non serve girarsi quando si ama una persona che ama tutt’altro. “Buonanotte.” Le disse, ma lei era lontana. Alessio non sapeva cosa stava facendo. L’aggettivo confuso gli suonava nella testa come il batacchio di una campana. Fece un giro in macchina, lungo le strade percorse negli ultimi otto anni. Erano otto? Gli era difficile incasellare gli eventi della sua vita milanese. C’era l’ufficio, c’erano i soldi, c’era l’altra finanza. Tutte cose che hanno una data precisa sulle carte, ma che per lui non avevano più spessore del foglio su cui erano scritte. Una sommatoria di azioni senza visione: ecco ciò che aveva accumulato per anni.

Solo quando passò dalle parti di Brera gli sembrò che ci fosse un punto fermo, il Van Gogh. Lo spessore di un disegno sulla tela è tutto diverso, non c’è dubbio. “Anni sprecati.” Tutto tempo buttato. Sì, guidare gli faceva bene. Doveva restituire a se stesso il proprio nome e il proprio tempo.  Tornò in albergo a notte fonda. Nei quattro giorni che seguirono lavorò sedici ore al giorno, prendendo accordi e contatti e depositando firme e facendo colloqui. Vide decine di persone, prese decine di decisioni. Il pomeriggio di giovedì lasciò l’ufficio alle quattro senza dare spiegazioni, andò dal barbiere e dal sarto a ritirare un abito nuovo che aveva dimenticato da mesi. Tornò in albergo, si sistemò e andò a prendere Costanza. Lei salì in macchina sospettosa, ma elegante. Profumata, ma distaccata. “Ti porto in un ristorante bellissimo, adatto a te.” “Perché mi parli così?” chiese lei. “Ti corteggio. Faccio male?” “Sì, fai male.” Costanza lo disse con dolore, come se quel male lo provasse da anni. Posto meraviglioso, cena ottima, compagnia brillante: Costanza non riconosceva l’uomo seduto davanti a lei, ma non ne era attratta di meno. Al dolce ebbe la certezza di essere vittima di una possessione demoniaca. Alessio non si conosceva più, e di quella sera cercò di immettere nella memoria ogni particolare. Si sentiva rilassato, perché per lui in un certo senso era finito il tempo di dimenticare.

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