Cultura

L’assistente sociale

20 dicembre 2009

Bellezza e solitudine: come fare della gentilezza una patologia incurabile

Dio mio, non mi sono mai sentita così imbarazzata! E’che non sono capace nemmeno di rialzare lo sguardo. No vi prego, non mi dite che è un peccato perché i miei occhi sono bellissimi. Me lo hanno detto già in troppi, l’ho letto in chissà quanti visi che annegavano nella luce dei miei occhi. Qualcuno di voi, se mi conosce, dirà pure che in me la bellezza è unita ad una grande sensibilità di animo, di bontà. Mi servisse a qualcosa! Solo a stare qui davanti a voi a vergognarmi di quello che ho fatto! Ma lasciate che vi racconti tutto dall’inizio.

INFANZIA – Ero ancora una bambina e già ero soggiogata dalle sofferenze degli altri. Mi sentivo male quando vedevo qualcuno soffrire, quando passeggiava da solo schivato da tutti, quando chiedeva qualcosa che non riusciva ad ottenere. I guai degli altri erano i miei mentre i miei non esistevano perché ero una bella ragazza, fortunata, con una bella casa e una bella famiglia. Andavo anche bene a scuola, niente di cui lamentarmi. Ma già allora la mia gentilezza verso tutti era fraintesa: i ragazzi si innamoravano di me e le ragazze mi consideravano una gatta ammaliatrice. Sentire i ragazzi più sfigati che si gettavano ai miei piedi promettendomi mari e monti pur di avere la mia attenzione mi allontanava da loro, mi allontanava da tutti lasciandomi da sola. Non potevo innamorarmi di chi mi vedeva come una icona perfetta, non riuscivo a parlare con chi credeva di stare al settimo cielo in mia presenza. Così divenni gentile e fredda insieme, in un qualche modo professionale nel mio ascoltare tutti, nel dare attenzione senza esserne influenzata, senza metterci l’anima. Dei playboy da strapazzo, risentiti di essere sullo stesso piano degli altri, mi diedero questo nome: l’assistente sociale, di tutti e di nessuno.

EPPURE - Ma anche io cominciavo a sentire il bisogno di un compagno, di qualcuno che mi desse qualcosa in più della sua ammirazione. Trovai in un giovane ombroso, riservato, brillante negli studi ma che passava il tempo a schermirsi, a buttarsi giù per le cose che non era riuscito a fare. Era in gamba ma il suo carattere lo frenava: il mio spirito di crocerossina si mise in moto per lui e ben presto diventammo inseparabili. Ho passato dei momenti indimenticabili con lui, quando riuscivo a lenire la sua perenne depressione facendo uscire il suo vero carattere. Ma il suo istinto di autodistruzione aveva già lavorato parecchio: si faceva di eroina, non tanto quanto mi fece temere all’inizio ma abbastanza da essere scosso da crisi continue e da un bisogno di denaro che trovò in me l’ultima spiaggia. Un tossico è una persona che ha perduto ogni dignità, un sognatore caduto dal letto che cerca disperatamente il colpo di fortuna che lo riporti su. Io ho cercato di sollevarlo in tutti i modi, ridandogli fiducia, sopportando tutte le sue crisi, riempiendo le sue vene di un amore incrollabile, che non chiedeva niente in cambio, che non richiedeva il rispetto di nessuna scadenza o regola.

4 commenti a L’assistente sociale

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  2. Un racconto alquanto interessante che da voce all‘amore, ma non a quello con la “A” maiuscola: emerge un amore in cui c’è un colore quasi sciapo, impresso su un dipinto che attraverso gli anni ha perso la sua freschezza, oppure un amore come un bel fiore che, ahimé, appassisce: “anche lui aveva una moglie che non gli dava più nulla”.
    Già dal titolo, l’assistente sociale, si intuisce la bellezza dell’amore oblativo, un “dare” che esclude un “ricevere”, quasi sempre è cosi, ma non si vive esclusivamente per amare, e la ricerca dei propri bisogni, delle proprie aspirazioni o di interessi lavorativi, distrae, allontana inconsapevolmente…e quell’amore oblativo si traduce in “avarizia d’amore”.

  3. marblestone

    @Lucia
    Penso che la pensiamo proprio allo stesso modo e alla fine anche la mia “assistente sociale” capisce di essere stata fregata da questo tipo di amore e cerca la sua vera via.
    Nella vita reale questa persona a distanza di qualche anno da quando si sono sviluppate le vicende da cui ho preso spunto, è un persona diversa, molto più realizzata e capace di amare veramente. Molto di più di quanto indossava il camice
    Grazie, come sempre, di avermi letto
    Pietro

  4. carolina

    molto, molto, molto bella..

    :-) )))))))))))

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