“Tutto è sprecato, quando il nostro desiderio è appagato senza gioia”
E finalmente. La curiosità alfine ce la siamo tolta. Berluskoni, se lo colpisci, cade. Berluskoni è vivo. E’ di carne ed ossa che si spezzano come noi. Non è cerone, un voto sbagliato, una proiezione. Berluskoni è Shylock: se lo pungi, sanguina. Il ragazzo non è eterno ma vive e soffre insieme a noi. Il suo naso non è cartone, i suoi denti finti non ricrescono, volano via. Se lo colpisci non esplode come il fungo nucleare, non resta in piedi uguale, non ripete meccanico attendere prego, non dà il resto, non dà le merendine, non è una macchinetta, un ordigno, la quinta colonna, il colpo di stato che cammina. Incredibile a dirsi, è solo un uomo. Ha occhi, mani, organi, pure la statura. Se lo colpisci, senti il crack. Se gli fai male, fa rumore. Ha sensi magari sviluppati, affetti magari fatti a fette, passioni magari ricambiate. Il mercante non è la sua mercanzia ma soffre il suo dolore, lo fredda il nostro tempo, si cura in ospedale. La novità da ieri sera è che Berluskoni è un uomo che se avveleni muore, che se ha paura trema, che neanche morto piange. Non ve la dà questa soddisfazione.
Un uomo che non piange, che se proprio ride. Ed il prossimo finalmente sarà quel sorriso come avreste sempre voluto. Un sorriso rifatto. Tirato con i punti, finalmente fatto di plastica. Almeno quello gliel’abbiamo finalmente imposto.





















Se lo fosse rifatto per la prima volta il sorriso…purtroppo lui ha un sorriso per tutte le stagioni.
A me viene il dubbio che, questa volta, gli è stato tolto il sorriso per sempre!
“Non è cerone, un voto sbagliato, una proiezione. Berluskoni è Shylock: se lo pungi, sanguina.”
Il sangue dei finti.
I soliti pirla rosiconi, povera Italia, se penso che sono cosi’ lontano dall’Italia per rendere un servizio a gentaglia come voi che pretende di avere in tasca un passaporto come il mio mi viene voglia di mandare tutto a cagare e tornare da dove sono venuto, dove lo prendevo tutti i giorni in culo da una mandria di buoi muschiati
Dite quello che vi pare. Berluskoni è come Shylock. E di Venezia nei secoli rimarrà lui. L’impossibile rivincita di Lucignolo sui buoni cristiani.
lo fredda il nostro tempo …già
..brutto tempo…bruttissimo..
(da Repubblica.it del 16 dicembre 2009 )
IL PERSONAGGIO Viaggio nello psico-mondo di Tartaglia
Voleva “fare miliardi” con dipinti sensibili alle vibrazioni musicali
Max, il ragazzo con l’ossessione
dei quadri di luce e del cubo di Rubik
di GABRIELE ROMAGNOLI
Massimo Tartaglia
Massimo Tartaglia, in arte Max Kandinsky, sognava di fare il cubo di Rubik. Non di comporlo, a ogni faccia un colore, ma proprio di farlo, nel senso di inventarlo: creare qualcosa che si sarebbe venduto in tutto il mondo a migliaia, che dico, milioni di esemplari e lui, parole sue, “ci avrebbe fatto i miliardi”. Un po’ come Troisi in “Ricomincio da tre” quando fissa il vaso e gli dice “muoviti, muoviti”: se quello l’ascolta, addio disoccupazione, si diventa ricchi tutti d’un colpo. Solo che il vaso resta fermo e le invenzioni di Max Tartaglia non sono mai andate oltre una comparsata a “Genia”, fiera, come titolava allora il Giornale, di aspiranti Archimede. Nella foto a corredo dell’articolo il futuro feritore di Silvio Berlusconi appare con espressione impacciata, le lenti inscritte in cerchi di metallo, reggendo due sue creazioni: i quadri di luce. Sono dipinti che appena parte la musica si accendono qua e là come alberi di Natale. Sono, anche, uno dei tanti cubi di Rubik che non si ricompone, resta un pastrocchio di colori, forme, intenzioni.
Il problema sembra essere che ogni volta lui punta troppo in alto, al colpo grosso, a qualcosa o qualcuno che non è alla sua portata. Dire che è mentalmente disturbato è forse una scorciatoia per non seguire il percorso tanto comune di un “ragazzo” (lo definisce così il socio in affari, faticando a vedere in lui un uomo), un ragazzo di questo tempo pervaso da ambizioni fuori misura e desideri che fanno affidamento sul miracolo più che sul merito.
Il primo cubo di Rubik non ricomposto della vita di Max è quello che lascia cadere dalle mani a vent’anni, abbandonando gli studi al Politecnico di Milano. Fin lì ce l’ha fatta, è andato oltre i confini fin lì raggiunti dalla sua famiglia, immigrata da Melfi alla Lombardia. Si è diplomato perito elettronico, si è iscritto a Ingegneria. Qui incontra il proprio limite: non riesce a superare gli esami del primo anno, si ritira. Potrebbe accettare il dato di fatto, invece cerca di aggirarlo. Ne nasce una frustrazione che lo porta a scatti d’ira: il bersaglio sono gli altri, ma ce l’ha con se stesso. Ha fallito, ora deve rimediare. Non sarà un ingegnere, come Rubik, ma lo eguaglierà nella capacità di inventare qualcosa che lo renda famoso e soprattutto ricco. Rubik era anche un artista, Tartaglia lo diventa, o almeno ci prova. Lui pure unisce fantasia e tecnica, a modo suo. Installa congegni elettronici in dipinti tipo calendario natalizio e li rende sensibili alle vibrazioni musicali. Quando li riprende con la telecamera, appesi nel corridoio bianco della sua abitazione, l’effetto dei video (che diffonde con titoli tipo “Estasy” e “More Estasy”) è agghiacciante. Il catalogo di “Genia” li registra come “quadri astratti che stimolati da sorgente sonora evidenziano un gioco ritmico di luci”.
La dimensione standard è 25×35. Il prezzo (siamo nel 1994) è di 60mila lire. Non ne vende uno. Spera in un invito di Paolo Bonolis alla trasmissione tv “I cervelloni”. Non arriva. A un giornale aveva dichiarato, nell’euforia della vigilia: “Per creare le mie invenzioni ho sempre dovuto combattere con papà. Lui crede che butti via il mio tempo. Vedrà”. Si è visto. Torna a casa. Torna nella sua stanza. Quando arriverà Internet potrà mettere on line i suoi lavori. Visitatori: pochi. Commenti: zero. Però gli si è aperto un mondo. Sarà il terzo cubo non ricomposto.
Max è solo. Facile dire di lui che non c’è con la testa. Nella testa ha quello che hanno in tanti, pur non seguiti da esperti di psichiatria. Vuole la fama, o almeno il suo riflesso. Nella sua pagina sul social network My Space i migliori amici sono: Jovanotti, Michelle Hunziker, Claudio Cecchetto, i Daft Punk, Madonna. Madonna? Madonna sa che esiste un perito elettronico a Cesano Boscone che illumina quadretti al suono di “Like a virgin” e gliene ha dedicato uno? I tempi sono questi: c’erano bambini che avevano per amico immaginario un coniglio, ci sono uomini che hanno per “top friend” Rod Stewart.
Poi arriva Barbara Luna, l’anello di congiunzione tra il miraggio e la realtà, l’ascensore che si ferma un piano prima dell’impossibile. Barbara balza in testa alla pattuglia degli amici virtuali. E’ una cantante, ma non è Irene Grandi (che la segue staccata di qualche posizione). E’ una che sta cercando di comporre il suo cubo di Rubik, e pure a lei vengono fuori arlecchinate: il suo picco è un Sanremo giovani in cui le fa da superospite accompagnatore Claudio Lippi. Nel qui e ora i gradi di separazione tra chiunque di noi e un personaggio celebre non sono mai più di due. Max fa il primo passo verso la luce delle stelline. Barbara Luna non è oltre lo schermo, lavora in un negozio di ottica in Liguria, è raggiungibile e, miracolo, risponde alle sue mail. Lo fa con tutti gli ammiratori. Lui è il più entusiasta. Negli scambi rimasti nella rete che tutto trattiene lei lo ringrazia di essersi iscritto al fan club, di averla votata, sostenuta, degli auguri di compleanno (benché in ritardo), del regalo ricevuto (“è bellissimo”). Poi cambia tono, accende l’allarme di fronte alla sua insistenza: “No, non ce l’ho con te, figurati se ti elimino, non potrei mai”, “Sì, certo, prima o poi ti chiamo”, “Ma che fai, mi leggi su Facebook con identità nascoste?”. Ci siamo. Max si è perso di nuovo. Vaga nell’universo virtuale come altro da sé, tentando di conoscere, possedere, controllare. Sempre un passo oltre i suoi limiti. Voleva essere ingegnere, non perito. Un genio, non un Archimede di provincia. L’uomo di una star, non di una ragazza qualunque. Quando si presenta all’improvviso davanti a Barbara Luna nella sua città, lei si spaventa e lo taglia fuori. Lui resta a guardarla nel vuoto che è il social network, dove la lista dei migliori amici di lei non comprende il suo nome, ma quello del fan club di Silvio Berlusconi. Colpirlo è stato il suo unico atto di evidente follia. Il resto, per quanto fin qui rivelato, è il fallimentare tragitto di un ragazzo che non voleva essere ordinario. Come dice Alberto Fortini, socio suo e del padre, uomo assennato tranne che nella scelta dei partner in affari: “Tutti abbiamo un progetto più grande di noi, ma capiamo quando arrenderci. Lui no”.