Numeri e nomi: sul filo delle unità si gioca la battaglia fra i due maggiori partiti del popolo della libertà sul governo della Nazione. Fra malumori, accordi e poltrone da assegnare
Pdl è l’acronimo di “Popolo della Libertà”, che a sua volta è una somma, i cui addendi sono Forza Italia e Alleanza Nazionale. Il resto è, per dirla con i tassi di crescita del Pil del Belpaese, “zero virgola”. Forza Italia e Alleanza Nazionale non sono solo Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini. Sono centinaia di migliaia di militanti, tesserati, simpatizzanti, decine e decine di coordinatori regionali, provinciali, comunali, presidenti di sezione o di circolo, capi-dipartimento. Per tacere delle cariche istituzionali: ministri,
parlamentari, assessori regionali, consiglieri, componenti delle segreterie, addetti stampa, componenti consigli di amministrazione, membri dei collegi sindacali e giù fino agli amici degli amici. Fare una fusione “a freddo”, a pochi giorni dalle elezioni, e sperare che nulla si sarebbe mosso dopo era pura follia. E,infatti, qualcosa si è mosso.
QUESTIONE DI NUMERI - La Russa e Verdini, reggenti dei due partiti per conto dei capi, hanno ben pensato di andare da un notaio a sancire l’accordo con cui diversi tutto, dai ruoli apicali agli strapuntini. Ne sono usciti due numeri, nudi e crudi, che avrebbero dovuto essere l’ideale “road map” attorno a cui costruire il futuro della nuova Dc in salsa brianzola: 70% delle cariche a Forza Italia e 30% ad Alleanza Nazionale. Già così, per gli eredi del glorioso Msi, era difficile da mandare giù: fagocitati in un partito che considerano poco di più che una costruzione di cartone, emarginati da un leader (Berlusconi) capace di trasformarli in dipendenti e relegati al ruolo di portatori d’acqua. E nemmeno tanta, di acqua. Comunque 70-30 si è sbrigato a spiegare La Russa ai suoi, poteva non essere una brutta base di partenza. Forza Italia, infatti, voleva un 75-25, facendosi carico di “collocare” all’interno della sua quota cespugli e brambille varie. La Russa è stato bravo a non farsi infinocchiare e a ribadire con determinazione che partecipare al Pdl rappresentando meno di un terzo degli asset dirigenziali non aveva alcun senso.
POLTRONE SI, MA QUALI - Poi da lì,hanno pensato in An, iniziamo a trattare, sulla base di un movimento maggiormente radicato, decisamente più capace di mobilitarsi e con moltissime risorse territoriali sconosciute ai colonnelli del Cav. Il Premier tascabile, però, ha immaginato un partito che vada oltre il modello Fininvest e vada dritto al modello Standa: io sono il padrone e nomino i direttori dei negozi. Negozi che, nel nostro caso, sono le 20 regioni che compongono la penisola. La proiezione pratica di quel 70-30 diventa così 7 coordinamenti ad Alleanza Nazionale e 13 agli ex azzurri. Già, ma non conta il solo
dato numerico: la Lombardia, il Veneto, il Lazio valgono per la costituzione del nuovo partito molto di più che Emilia Romagna, Toscana e Umbria, regioni tradizionalmente rosse. Il potere di un coordinatore regionale in un quadro amministrativo saldamente in mano al Pdl diventa infatti uno strumento concreto di selezione della classe dirigente sottostante: coordinatori provinciali, comunali, referenti dei movimenti, ecc. Per tacere di tutto quello che i partiti trattano senza dirlo: nomine degli assessori, incarichi nelle partecipate, consulenze, segreterie che sono sempre più autentici riciclatori di “trombati” alle elezioni e così via.
AND THE NOMINEES ARE… - Concretamente, non sono molte le Regioni dove il Pdl governa: Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Veneto, Molise, Sicilia. Tutto il resto è in mano al centrosinistra. Evidente che è partita la corsa a chi occuperà quelle poltrone di coordinatore regionale. Stando bene attenti ad una cosa, non di poco conto: l’azionista di maggioranza del Pdl (Forza Italia) sconta in quelle regioni attriti tra chi riveste incarichi governativi e chi, invece, lavora all’interno del movimento. Sono sotto gli occhi di tutti le intemperanze del Presidente Veneto Giancarlo Galan, così come sono note le liti tra Paolo Romani (ex coordinatore della Lombardia) e Roberto Formigoni. La proposta di Forza Italia agli alleati sarebbe stata, stando ai “si dice”, più o meno questa: Lombardia, Veneto, Sicilia, Lazio e Friuli Venezia Giulia agli azzurri, Campania, Puglia ad An e il resto da decidersi caso per caso. I nomi, più o meno conosciuti, sarebbero stati quelli di Giustina Destro per il Veneto, di un Formigoniano (top secret il nome) per la Lombardia, di Miccichè (vicino al senatore Dell’Utri) per la Sicilia, di Francesco Giro per il Lazio, di Isidoro
Gottardo per il Friuli Venezia Giulia, di Italo Bocchino per la Campania e della senatrice Poli Bortone per la Puglia.
PER FINIRE - An, però, avrebbe posto il veto sulla Lombardia, dove vorrebbe lanciare la Beccalossi e sul Lazio dove il partito di Fini è fortissimo ma mancherebbe l’accordo su un nome di prestigio, attesi gli impegni che tengono lontano Gianni Alemanno da ogni incarico nel partito. La trattativa si sarebbe arenata su questi due scogli: da un lato Forza Italia non vuole cedere ulteriormente rendite di posizione, dall’altro Alleanza Nazionale non ci sta a farsi inglobare senza colpo ferire. Qualcuno parla già di possibili soluzioni di mediazione: Lupi per Forza Italia in Lombardia e il Senatore Collino per An in Friuli riequilibrerebbero un poco le cose. Anche se, il tema vero, diventa: quale delle Regioni che andranno al voto saranno promesse ad An e quali alla Lega? Il rischio è, per gli azzurri del Lider Silvio, di ritrovarsi con il solo Renzo Tondo in Friuli a rappresentare la Forza Italia di governo nelle regioni: sulla Lombardia preme Castelli per la Lega e sul Veneto si stanno allungando le mire di Giorgetti e Zanon di Alleanza Nazionale.
























