di Teresa Scherillo (makia)
postato alle 10:49 del 11 settembre 2008 in Torna alla home

Nella storia imprenditoriale del ragioniere oggi presidente di Alitalia c’è uno scheletro nell’armadio: la fine industriale della Olivetti. Ne parliamo con un ex dirigente della storica società.

Bruno Esposito, ingegnere elettronico, come dirigente della Olivetti si è interessato di industrializzazione di prodotti, processi e organizzazioni, internazionalizzazione delle attività industriali, gestione dei sistemi Qualità Totale e Start-up. E’ stato membro di International Who’s Who of Professionals ed è tuttora membro della Commissione Innovazione Tecnologica e Ricerca dell’Ordine degli Ingegneri della Provincia di Napoli. Nel 2006 ha pubblicato il libro “Un’ora per cambiare“ che ha ricevuto il riconoscimento dalla Presidenza della Repubblica. L’intervista è fatta a valle di interventi come relatore in una serie di convegni sull’esperienza industriale e politica di Adriano Olivetti.

Si parla tanto in questi giorni della operazione di salvataggio dell’Alitalia, condotta da Roberto Colaninno insieme con altri gruppi industriali italiani e ci si dimentica di citare come la scalata di Telecom possa essere considerata tra le cause del declino dell’Olivetti.

L’argomento è certamente impegnativo. Cercherò, però, di fornire una chiave di lettura attraverso la mia esperienza diretta in Olivetti vissuta per oltre 23 anni a partire dal 1980 tra le realtà meridionali di Pozzuoli e Marcianise e la direzione generale ad Ivrea dal 1995. Vorrei, prima di tutto, ricordare la sensazione provata appena laureato nell’essere assunto nel 1980 all’Olivetti, considerata al quel tempo la più importante azienda italiana del mercato elettronico e informatico.

Ancora quindi più complesso è comprendere come una tale realtà possa essersi dissolta e definitivamente scomparsa.

Le ragioni sono molteplici, sia di natura esterna che di natura interna. L’Olivetti ha operato in un Paese, l’Italia, che, di fatto, con la completa scomparsa di tutte le aziende del settore elettronico e informatico di livello internazionale, ha mostrato come le tecnologie più innovative non facessero parte di una concreta strategia nazionale, ma come la stessa strategia fosse al contrario fortemente condizionata dal settore metalmeccanico tradizionale e maturo e da quello chimico. Inoltre, per le proprie caratteristiche storiche ha sempre rappresentato una diversità nello scenario industriale italiano e le diversità, come tali, non sempreriescono ad essere valorizzate in un paese palesemente condizionato sul versante economico da alleati che non avrebbero facilmente gradito un deciso protagonismo italiano nel settore delle innovazioni tecnologiche. Tutto ciò ha determinato la scarsa attenzione del Governo verso politiche nazionali di sviluppo del settore, ritagliandosi un ruolo di protagonismo solo nelle fasi di mediazione istituzionale e nei periodi di crisi occupazionale e di mercato, perseguendo non chiari progetti di trasformazione e sviluppo industriale, ma ricercando modalità che non affrontavano i problemi intrinseci della crisi ma si preoccupavano di mitigare i  conflitti sociali derivanti.

Possiamo affermare che non c’è stata una politica di trasformazione industriale, ma piuttosto forme di sostegno al progressivo e lento declino?

Emblematiche sono le vicende connesse alle cessioni del ramo di azienda per le attività industriali dei PC, prima al gruppo Gottesmann e quindi a Fulchir, assunto ad onore di cronaca per le recenti vicende giudiziarie, come allo stesso modo analoga storia ha attraversato la cessione dello stabilimento di Marcianise a gruppi che alla stessa maniera sono pervenuti al fallimento, vedi vicenda Ixfin, e alle successive indagini giudiziarie per illecita appropriazione di denaro pubblico.

Le sole ragioni esterne però non giustificano il completo declino dell’Olivetti.

No, determinanti sono anche le responsabilità manageriali e le implicazioni sociali di un’azienda di livello internazionale sviluppatasi nelle valli del canavese. Una prima significativa ragione è stata l’eccessiva articolazione dell’offerta Olivetti che spaziava dai mobili per ufficio, ai prodotti per l’automazione di ufficio, ai prodotti per l’informatica distribuita fino alle attività di Service Provider. Ovvero una strutturazione da grande azienda internazionale alla quale però non erano associate le risorse e capacità economiche indispensabili ad una tale articolazione dell’offerta.

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