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pubblicato il 16 dicembre 2009 alle 07:45 dallo stesso autore - torna alla home

13 dicembre 2009, l’ennesima raccolta TELETHON raccoglie consensi e denaro, come ogni anno, reti nazionali, multimediali, stradali… Tutti bravi, generosi perché è Natale e aiutiamo chi sta peggio, pronti a donare, un sms e via ho fatto il mio nobile gesto adesso sto meglio… bellissimo meraviglioso e poi???? La ricerca certo è importante, necessaria ma non è immediata: il bambino ragazzo uomo donna che testimonia la sua speranza nonostante la sedia a rotelle o la malattia che lo ha già reso fisicamente un vegetale non usufruirà mai della ricerca perché è già troppo tardi… è come dire: se non volete correre il rischio di diventare (o che qualcuno che amate diventi) come me aiutate la ricerca, ma a me non mi aiuta ormai più nessuno. Cinica, certo con milioni di motivi.

Quarantenne, normale, banale non credo, magari né brutta né bella non scema e con un livello medio alto di istruzione…  e ho la leucemia. Da 8 anni io so di averla e tralasciando tutto ciò che è tecnicamente legato alla malattia io non sono solo una malata di leucemia io sono un’emarginata, costretta a nasconderlo continuamente, come fossi una ladra o una criminale, perché quello che NESSUNO dice mai è che un malato FA PAURA. E non parlo di paura legata a malattie contagiose o no, la paura che da malata sei difettata dall’essere normale dove normale vale a dire confondersi nella norma delle persone dove il fatto che tu sia malata non ti renda peggio di un  delinquente, di qualcuno che potrebbe farti male. Non è un’esasperazione, non è un vittimismo a oltranza. Quando ho saputo la diagnosi ho dovuto necessariamente assentarmi dal lavoro per due settimane e ho avvertito il mio capo che forse (forse) avrei dovuto lavorare qualche giorno di meno alla settimana; ho fatto il grosso errore di confidarmi e rivelare il motivo… dopo qualche giorno sono stata licenziata. Attraverso i sindacati ho chiesto spiegazioni e in maniera alquanto imbarazzata mi è stato detto che date le mie condizioni non potevo garantire né contiguità né affidabilità del mio lavoro… e aggiungo che ero (e sono) una madre single con una figlia all’epoca minorenne. Tralascio il decorso della malattia, i momenti tristi. Non tralascio che quasi tutti i miei colleghi mi hanno emarginato come un paria; all’inizio telefonate di solidarietà poi il nulla… Mi è capitato di incontrarne qualcuno a volte, io da molto tempo sotto terapia ero gonfia come un pallone ma viva, li ho salutati felice di rivederli e ho visto l’imbarazzo e la paura che c’era nella loro unica frase ripetuta diverse volte: ’non ti avevamo riconosciuta…’  sorriso da ebete il mio più di loro ma dentro avrei voluto  schiaffeggiarli: grazie al cavolo, ho il cancro che credevi fossi in vacanza?

Mi riprendo, nessun miracolo, sembra a volte succeda così, trovo un altro lavoro riprendo a vivere una normale e banale vita, nuovi amici e anche un uomo, tutto come deve essere ma io non lo dico che sono malata, non lo dico al lavoro non lo dico al mio uomo, troppo presto penso: aspetto, non si vede, nessuno può saperlo perché avevo paura. Mi chiedo spesso: fossi stata indagata, condannata, pluriomicida, tossicodipendente quale sarebbe stato il mio atteggiamento? Lo stesso, non fa differenza, nascondere, pensare magari mi fido, magari aspetto… ma la malattia ritorna sotto un’altra forma improvvisamente sono più di là che di qua, momenti bui ma per fortuna si risolve più o meno subito, ‘siamo arrivati in tempo’ mi dice il mio oncologo, e il mio uomo, il mio compagno è lì amorevole, confortante perfetto…  quando torno a casa mi dice che vorrebbe non averlo mai saputo che LUI non ce la fa, che non può soffrire così per me (!)… non c’è poi altro da aggiungere… sfortunata, melodrammatica??? Questo genere di malattie, che ti fanno vivere su un’altalena di positivo e negativo, sembrano dare speranza e poi togliertela, che ti illudono di averle vinte, che ti attaccano dove e quando non ti aspetti sono la minima parte di un vivere nel terrore che qualcuno lo scopra, vivere nella paura di incontrare qualcuno che non sa, in ospedale o sentirsi male con gli amici mentre al cinema o in pizzeria…  Speranza se ne ha tanta e a volte poca e non si può solo frequentare i propri simili (malati) per sentirsi normali. Nessuno è immune dal terrore che procura una persona malata, per non parlare di quelli che sanno e quando ti incontrano sembrano stupiti di vederti. ‘Come stai?’ chiedono e intanto ti scrutano, ti analizzano e tu cerchi di scoprire quanto meglio o peggio stai dai loro occhi, che sembra ti chiedano ‘ma non dovevi morire due anni fa?’ E non è una denuncia o uno sfogo è una constatazione, altre persone che vivono quello che vivo io mi dicono la stessa cosa, vivono le stesse situazioni. Odio gli ipocriti che si sentono brave persone tanto passionevoli e caritatevoli che hanno dato un euro per lo tsunami, i terremoti gli ospedali del terzo mondo e poi si girano dalla parte opposta per non vedere che i capelli li hai persi e i tuoi occhi sono crateri ma intanto io sono una persona. Una persona VIVA.

Anonimo

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