La crisi finanziaria ha cambiato la geografia del debito pubblico: l’Italia, da sempre leader europeo, si è vista raggiunta e superata da molti paesi. Ed anche gli Usa non scherzano. Perché il debito pubblico non sempre serve, ma quasi mai uccide
“Siamo in serie A!”, appena sopra la zona retrocessione, ma ben lontano dalle zone calde. La rivoluzione globale sui debiti pubblici ci vede grandi vincitori: i guai della Grecia, i dubbi sulla Spagna e la delusione dell’ex tigre celtica Irlanda ci ha fatto sparire dalla lista dei sorvegliati
speciali dell’Unione europea. Il famoso gruppo dei Pigs (Portogallo, Italia, Grecia e Spagna), nei giornali finanziari internazionali o ha aggiunto una I per indicare l’Irlanda o addirittura ha sostituito direttamente noi fanatici del vino con i devoti della Guinness.
INDEBITARSI SENZA LIMITI - Per festeggiare, il nostro debito pubblico ha segnato un nuovo record in valore assoluto, superando i 1800 miliardi di euro e viaggiando verso il 115% del Pil (questo indicatore, più importante non è ai livelli record dell’inizio degli anni 90). Nella geografia del debito non siamo più un paese periferico. Dovremmo festeggiare? In qualche modo sì, perché in un mondo in cui gli alti debiti degli Stati sta per diventare la norma, noi ci troviamo con parecchie carte da giocare. La grande differenza tra uno Stato debitore e un debitore qualsiasi è la prospettiva temporale. Le persone singole o le aziende devono prima o poi restituire quanto prestato e per questo esiste un tetto limite oltre il quale nessuno concede loro credito o dilaziona i pagamenti. Per gli Stati i debiti di oggi possono essere pagati contraendo nuovi prestiti con scadenze successive all’infinito, a patto che si trovi qualcuno disposto a correre il rischio (e i cittadini di solito lo sono). Come racconta il professor Charles Wyplosz parlando della Grecia, il default lo decide l’eventuale panico dei mercati finanziari e solo in parte l’operato del governo (come dimostra il fatto che il rapporto debito Pil al 110% di oggi è meno accettabile del 118% dell’anno d’ingresso nell’euro). E anche quando il mercato dovesse voltare le spalle ad Atene ci penserà la Bce e il Fondo monetario internazionale e tenerla a galla.
I SOLITI FURBI – In questo contesto l’Italia è nella parte giusta dell’evidente azzardo morale creato dall’Unione monetaria: liquidità del più grande mercato obbligazionario del mondo, tassi simili alle solidissime Germania e Francia. Con benefici del genere l’incentivo a ridurre il debito sono minimi, così come sono minimi gli spread tra i nostri Btp e quelli degli altri, con l’ulteriore vantaggio tecnico che l’enorme liquidità della nostra “carta” ne riduce la volatilità. Tanto che siamo riusciti anche in questo caso a trasformarci nell’insolita anomalia: “Il debito italiano è quattro volte più elevato rispetto alla media della categoria A+ e dovrebbe raggiungere quota 116% del pil a fine 2010 con un lieve ulteriore incremento nel 2011” dice Standard & Poor’s che però conferma l’outlook stabile e ci rimanda al 2011 “per una stabilizzazione a questi livelli, peraltro senza aumenti fiscali ma con il taglio della spesa”. Affrontare una recessione con queste “carezze” da parte delle società di rating non è cosa di tutti giorni, quello che si chiede a Tremonti è tenere duro rispetto alle richieste
di “nuove politiche di sviluppo” dei suoi alleati e non aprire più di quanto faccia ora i cordoni della borsa. Qualche merito ce l’hanno i governi precedenti che hanno dimostrato all’Europa di poter tagliare l’equivalente di 20 punti di pil dal debito pubblico nazionale con una consistente serie di privatizzazioni e avanzi primari (lo Stato spende ogni anno meno di quanto incassa e pur andando in deficit per il pagamento degli interessi sullo stock esistente contribuisce alla riduzione futura del debito). Inoltre mentre lo Stato scialacquone buttava soldi, gli italiani li risparmiavano più di chiunque altro al mondo. L’evasione fiscale e persino gli sprechi e le regalie degli ultimi vent’anni hanno creano una manovra keynesiana perversa, ma efficace: in questo momento la maggior parte del debito è in mano a fondi esteri perché implicitamente garantiti dall’enorme ricchezza privata degli italiani. In questa prospettiva il nostro 115% attuale appare al mercato anche più affidabile del 180% del Giappone. Anche in caso di peggioramento gli italiani potrebbero ancora correre in soccorso delle casse statali sottoscrivendo in massa nuove obbligazioni non volute dal mercato (o più semplicemente con una patrimoniale o maggiori tasse sugli immobili).
UN MONDO DI DEBITI – Siamo al riparo dal rischio crollo o dal contagio di altri crolli (i default sono oggettivamente sempre più probabili), per cui gran parte delle preoccupazioni che portano Moody’s a definire il 2010 un anno “turbolento” per i debiti sovrani non ci toccano. Il 2009 si era aperto con la paura che l’enorme quantità di carta non trovasse compratori sul mercato: è successo l’esatto contrario perché le banche centrali hanno inondato di liquidità quelle commerciali, denaro parcheggiato in titoli di Stato. Ora Moody’s teme un brusco ritorno alla normalità: “I paesi con rating Aaa non potranno verosimilmente concedersi il lusso di attendere che la ripresa diventi una certezza prima di annunciare e forse anche di attuare programmi di consolidamento fiscale credibili”. La riduzione del deficit sarà molto lenta, specie per i paesi più solidi che non avranno remore a perdere il rating migliore in cambio di un sostegno della propria economia. In una parola diventeranno tutti un po’ più simili all’Italia. Grande fautore di questo scenario è il premio Nobel Paul Krugman che sin da questa estate chiede ad Obama un nuovo piano di sostegno da 700 miliardi per il 2010. E ai chi teme la corsa del rapporto debito/pil risponde proprio citando il caso Italia: si può vivere felici con 30 mila euro di debito sin dalla nascita.
I NIPOTI – Sugli effetti economici a lungo termine del debito pubblico la teoria economica è clamorosamente carente. Molte delle conseguenze attese sono smentite dalle osservazioni empiriche: finora un governo incapace di porre un freno alle proprie spese, si diceva, avrebbe condannato i suoi concittadini a tassi d’interesse
crescenti e quindi a spiazzare l’economia privata. L’eccesso di spesa avrebbe potuto creare anche fiammate inflazionistiche incontrollate. Ma al momento sia inflazione che tassi d’interesse reali sono variabili imposte per lo più dall’esterno, e la storia giapponese degli anni 90 sembra dimostrare che debito e deflazione possono alimentarsi a vicenda. Proprio i casi italiano e giapponese sembrano dimostrare che alla lunga si riducono le potenzialità di crescita del paese zavorrato che risulta progressivamente meno in grado di alzare il proprio Pil, ma lo stesso Krugman ha fatto notare come l’enorme eredità dei War Bond non ha impedito agli Usa dal ‘45 in poi il più grande sviluppo industriale della storia dell’umanità. Nel momento in cui poi si tenta di porre un freno, come nel caso italiano, si condannano i cittadini a pagare tasse elevate e a veder ridotti i servizi pubblici (il Giappone il 24% delle entrate annuali finisce per pagare gli interessi sul debito). L’accusa più classica è che con il debito pubblico i nonni godono e i nipoti pagano il conto. In realtà tutto dipende dalla qualità della spesa pubblica: il debito accumulato fino a metà degli anni ’80 ha trasformato il Giappone nella seconda potenza al mondo, il raddoppio dello stesso (rispetto al pil) nei vent’anni successivi non è servito a niente. La spese, inutili, degli anni 80 in Italia non hanno lasciato nessuna eredità strutturale e molte grane finanziarie. Il debito serve? Di certo quando aumenta disturba, ma non uccide. Noi italiani lo sappiamo bene.
























I risparmi italiani investiti in titoli di stato siano sostanzialmente improduttivi e quindi ci si trova nella assurda situazione per cui in presenza di un risparmio privato molto alto ci sono pochi soldi reali per gli investimenti in attività produttive.
A parte questo è abbastanza assodata la quasi neutralità del debito pubblico nei confronti della crescita economica in situazioni di relativa stabilità economica.
http://www.noisefromamerika.org/index.php/articles/Debito_pubblico%3A_lasciatelo_stare%21#body
Ma se gli incentivi utlizzati per fermare la crisi dovessero avere effetti sostanzialmente inflazionisti un innalzamento dei tassi di interesse sarebbe un duro colpo.
C’è da notare una cosa, che anche la tanta disprezzata comunità europea utlizza un parametro che i nostri geni della finanza creativa cosideravano STUPIDO, ovvero il rapporto tra deficit e PIL, cioè non tanto quato debito pubblico abbiamo, ma quanto questo sia sostenibile nel lungo periodo.
si può vivere felici con 30 mila euro di debito sin dalla nascita
davvero siamo tanto felici tranne quando tocca pagare tasse cospicue per rimborsare gli interessi o tranne quando vengono tagliati servizi o dati servizi di bassa qualità perché soldi non ci sono
Particolare abbastnza trascurato, gli interessi sul debito pubblico italiano che finiscono in tasca ad investitori esteri sono circa 30 miiliardi di euro, per pagare i quali ogni italiano paga 500 euro annui di tasse.
Vi sembra poco?
Vero, se fossimo proprietari del nostro debito l’effetto complessivo sarebbe minore (una parte maggiore delle tasse tornerebbe sotto forma di interessi nelle tasche degli italiani) . Anche l’afflusso di capitali esteri verso lo Stato sarebbe minore. E poi, sarebbe augurabile non pagare più quegli interessi agli stranieri a causa dell’aumento delle tasse necessario a ridurre il debito?
Alla fine il problema è sempre lo stesso: il ritorno ( economico, ma anche sociale trattandosi di beni pubblici) sugli investimenti per cui si utilizzano quei denari. E qui il debito in sè non ci dice niente: una buona amministrazione farebbe crescere il paese, specie in periodi di crisi; una cattiva sperpererebbe tutto in tante spese inutili.
L’evidenza empirica, non solo italiana, dice che le cattive amministrazioni sono più frequenti di quelle buone. Ma anche ridurre la spesa ha delle conseguenza: paradossalmente un debito pubblico elevato ha di solito un effetto “liberale”, nel senso che rimpicciolisce progressivamente lo Stato. Le privatizzazioni italiane ed europee degli anni 90 ne sono un esempio.
[...] su Giornalettismo, sia Carlo Cipiciani nel suo editoriale, sia Luca Conforti nella sua inchiesta, si sono occupati del nostro Debito pubblico. L’editoriale di Cipiciani, in particolare, mi è [...]
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“e avanzi primari (lo Stato spende ogni anno meno di quanto incassa e pur andando in deficit per il pagamento degli interessi sullo stock esistente contribuisce alla riduzione futura del debito).”
Ma (da buon ignorante in materia quale sono io) è realmente così?
Perchè ogni anno il debito sale in maniera abnorme, allora?
Grazie per le eventuali risposte.
L’esplosione della spesa corrente ed il debito pubblico…
Secondo l’ultimo supplemento al bollettino statistico di Bankitalia il debito pubblico in Italia nel mese di novembre è sceso a 1.783,8 miliardi di euro, dopo aver toccato il record di 1.801,7 miliardi nel mese di ottobre. Non c’…