Economia

La mia banca è differente… o no?

10 settembre 2008

Nonostante la convinzione che le popolari siano in qualche modo più resistenti alla crisi finanziaria e ai capricci del mercato, non c’è più una differenza sostanziale di gestione rispetto agli altri istituti. Ma resta un’imponente attività di lobbying per garantirsi l’impunità.

(Luca Conforti è lo pseudonimo di un giornalista che lavora per uno dei più importanti quotidiani nazionali. La sua rubrica, Parco Buoi, si occuperà con cadenza settimanale di imprese, finanza e mercati, con un occhio al risparmiatore)

Il cugino Antonio è tornato ad investire in Borsa. Nonostante le disavventure con i titoli dei “salotti buoni” della finanza, di cui vi ho parlato qualche settimana fa, ora ci riprova con le banche popolari. Non ha cambiato la sua convinzione di fondo: l’unico modo per proteggere e far crescere i propri risparmi è trovare titoli in grado di evitare, o manipolare, il giudizio ondivago del mercato. E ha trovato nelle vecchie popolari il candidato ideale. Incuriosito, ho fatto qualche controllo sul nutrito gruppo (una dozzina) di titoli presenti a Piazza Affari. Guardando la performance negli ultimi sei mesi non ci sono evidenze che questi istituti siano più resistenti alla crisi finanziaria. Alle quotazioni di venerdì scorso: l’indice del settore bancario aveva perso il 13%, il Mibtel il 15%, sei banche fanno peggio, tre sono comunque in perdita, e solo due crescono. La migliore è Popolare Intra (+40%), che però corre per la prossima integrazione con Veneto banca a prezzi già fissati.

GLI AGGANCI IN POLITICA - Allora, dov’è questa particolarità? In parlamento: le banche popolari sono tra le più agguerrite e efficienti lobby presenti nei palazzi italiani. I loro uomini sono abituati a mischiare politiche di credito e politica tout court; la forte presa a livello provinciale e regionale li rende un alleato obbligato per il singolo deputato o senatore e, da non sottovalutare, sono per lo più cattolici. Specie nel Nord Italia le popolari nascono da una tradizione mutualistica democristiana, forte nelle campagne come nelle città (si pensi alla Banca popolare di Milano, feudo Dc). Radici particolarmente utili perché significa avere amici a destra, sinistra e al centro. Amicizie portate all’incasso: il Pdl ha presentato un progetto di legge dettato da questa lobby. Tra i firmatari ci sono nomi di Forza Italia (Guido Possa e Giampaolo Bettamio) e An (Adriana Poli Bortone e Maria Ida Germontani). «La natura cooperativa delle banche popolari – scrivono i senatori del centro-destra  – non è un anacronismo da cancellare, ma una caratteristica preziosa da difendere» e che «la scalabilità non è un valore in sé».

UNA DIVERSITÀ SOLO APPARENTE - Se la legge passerà gli azionisti istituzionali non potranno avere più del 3% del capitale, non potranno raccogliere deleghe da altri soci e dovranno sottostare al medievale meccanismo del voto capitario in assemblea. Dietro la riforma non c’è solo voglia di salvaguardare un modello alternativo di banca (peraltro non solo italiano), ma il timore che senza questa blindatura presto gli istituti piccoli e medi saranno assorbiti dalle banche più grandi, forse anche straniere. Sarebbe un male? Forse, se non fosse che le popolari per prime hanno rinunciato da tempo ad essere diverse. Non fanno più il loro mestiere. Dietro la retorica “della maggior attenzione al territorio o ai piccoli imprenditori” non c’è niente: stessi standard nelle concessioni dei crediti delle banche “normali”, stessi tassi praticati a creditori e debitori.

Un commento a La mia banca è differente… o no?

  1. Grossi gruppi vorrebbe dire maggiore sicurezza. Ma i mutui sono sempre una mazzata per tutti. Forse meglio seguire l’esempio americano e nazionalizzare.

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