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Rassegna stampadi Alessandro D'Amato (Gregorj)
pubblicato il 15 dicembre 2009 alle 08:25 dallo stesso autore - torna alla home

Lo diceva ieri Bruno Vespa durante Porta a Porta, che bisognerebbe “chiudere i siti internet che istigano all’odio”; ripete più o meno la stessa cosa Gian Antonio Stella oggi in prima pagina sul Corriere della Sera: “Se è vero che la nostra libertà finisce là dove inizia la libertà degli altri, anche la libertà di parola, cioè il bene più prezioso dell’oro in una democrazia, ha un li­mite. Che non è solo il buon senso: è il codice penale. Ci sono delle leggi: l’istigazione a delinquere e l’apologia di reato vanno puniti. Uno Stato serio non può tollerare che esista una zona franca dove divampa una guerra che quotidianamente si fa più aspra, volgare, violenta. Come ha spiegato Antonio Roversi nel libro «L’odio in Rete», il lato oscuro del web «è popolato da individui e gruppi che, pur nella diversità di accenti e idiomi utilizzati, parlano tutti, salvo qualche rara ma importante eccezione, il linguaggio della violenza, della sopraffazione, dell’annientamento». Tomas Maldonado l’aveva già intuito anni fa: «In queste comunità elettroniche cessa il confronto, il dialogo, il dissenso e cresce il rischio del fanatismo. Web significa Rete ma anche ragnatela. Una ragnatela apparentemente senza ragno, dove la comu­nicazione, a differenza del la tivù, sembra potersi eser citare senza controllo»“.

4186436919 543978ec63 o Chiudere i siti dellodio? Cominciate da Radio PadaniaOra, si potrebbe anche sorvolare sul fatto che oggi, ad esempio, la prima pagina del Giornale sia quella che vediamo qui a fianco riprodotta: una vignetta di Forattini (ci complimentiamo per la scelta: mancava solo lui) nella quale si vede che sono quei cattivoni dei magistrati (ovvero: un’istituzione) a lanciare il Duomo contro Berlusconi. Non avendo il vignettista un profilo Facebook, possiamo stare tranquilli: della campagna d’odio nei confronti di un’istituzione non è responsabile, per una volta, la rete. Si potrebbe anche sorvolare anche sul fatto che ci sia un espertone secondo il quale è il luogo in cui le comunità si ritrovano (la rete) ad alimentare il fanatismo, e non siano invece i fanatici ad incontrarsi nei luoghi deputati, che però sono neutri per loro stessa natura. Prova ne dovrebbe essere, ad esempio, che il fanatismo religioso è nato secoli fa, quando la rete neppure esisteva.

Sarà anche vero che la rete, per sua stessa natura, propenda ad essere un ricettacolo di minchiate; ma, nonostante quello che pensano Roversi, Maldonado e Stella, lo è perché ci sono minchioni che la frequentano, non perché li attiri particolarmente questo medium rispetto a un altro. E questa ovvietà è talmente facile da capire che dovrebbero arrivarci i ministri degli interni, gli editorialisti del Corriere e persino la Polizia Postale. Ma siccome tutto ciò sembra essere invece un ragionamento particolarmente complesso, allora forse si potrebbe semplificare così: se Maroni intende chiudere i luoghi che istigano all’odio, cominciasse da quelle serpi che si annidano nel suo stesso seno. Come ad esempio Radio Padania. Contro la quale il ministro ha annunciato la costituzione parte civile in un processo per antisemitismo non più tardi di qualche mese fa, quando un giudice ha deciso il rinvio a giudizio per istigazione all’odio razziale per uno dei suoi conduttori. La stessa Radio Padania nella quale si dice che “accoltellare i culattoni è troppo, però due calci in culo glieli darei volentieri”, per ricordarne un’altra. La medesima Radio Padania nella quale si faceva oxfordianamente notare che “i trans sono bestie”, sempre – immaginiamo – in ossequio del rispetto e della tolleranza.

Posto che infatti i “siti dell’odio” sono cattivi cattivissimi cattiverrimi, il ministro dell’interno di certo concorderà sul fatto che una cosa è un utente di un social network che aderisce con un click a un gruppo odioso, un’altra è l’organo ufficiale di un movimento politico che istiga all’odio razziale o verso categorie di cittadini, discriminandoli per la loro sessualità. Il ministro Maroni ha un’occasionissima per dimostrare che la sua battaglia non è una semplice strumentalizzazione politica, ma sincera e concreta: cominci a chiudere Radio Padania. Poi parliamo del resto.


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