di Alessandro Bernardini
postato alle 08:54 del 29 Aprile 2008 in EsteriTorna alla home

Prima di andare me lo avevano detto: “Lì è un incubo. E’ un posto pericoloso. Una città fantasma. Stai attento”. Me lo avevano detto israeliani e palestinesi e anche i miei amici italiani che da anni lavorano lì. “Hebron - dicevano - è diversa. E’ tutto quello che fino adesso non hai mai visto”.

HEBRON, OGGI - Poi ho visto. Una città che vive in una condizione di follia se si arriva dall’occidente “pacificato”. Quello che s’intuisce dopo un’ora che si è lì è che il concetto di normalità è privo di senso. O meglio: il concetto di normalità è in assoluto quello più relativo. La normalità è la quotidianità e se la quotidianità è paura, spari, rastrellamenti, aggressioni, razzismo, allora: “benvenuti ad Hebron”. Hebron, Al Khalil in arabo, è la seconda città più grande della Cisgiordania. La più antica della Palestina storica, la città di Abramo. E’ un luogo sacro sia per gli ebrei sia per i palestinesi. È contesa, ed è una città che fa paura. E’ l’unica ad avere un insediamento di coloni israeliani al suo interno, in pieno souk (mercato), oltre che nelle zone che la circondano. Hebron 1Fra i coloni stabiliti nella città vecchia (circa 600 persone) e quelli degli insediamenti di Abraham Avino (casa di Abramo), di Kyriat Arba e di Givat HaAvo (8 mila) in periferia e altre, l’intento è unanime: riprendere quella che David Wilder - portavoce della comunità ebraica di Hebron - chiama “la prima città ebraica al mondo”. 4000 militari dell’esercito israeliano pattugliano giorno e notte le stradine di quello che un tempo era un centro turistico di grande attrattiva con botteghe d’artigianato e piccoli negozi.

Oggi per accedere alla moschea/sinagoga di Abramo, luogo fondamentale per le tre religioni monoteiste, turisti e palestinesi devono passare per tre check point costruiti nel raggio di 100 metri. Ebrei e musulmani hanno ingressi separati e spazi non condivisibili. I primi accedono dalle colonie attraverso strade esclusive. I secondi entrano dal mercato. La parte vecchia della città è deserta. I militari sono ovunque. Passeggiano silenziosi armati di AK-47. Quelle poche persone che s’incontrano camminano velocemente con la testa bassa e scompaiono dietro l’angolo. Solo i bambini palestinesi sono in strada. Giocano a calcio, corrono, urlano, guardano passare i soldati e poi scompaiono come gatti. Hebron è bellissima. Nonostante l’atmosfera da “città morta”. Tutto il centro storico è un meraviglioso labirinto di pietra di color giallo chiaro. Hebron 2Archi a punta dividono le gallerie che portano in piccole piazze ornate da scale e palazzine con i tetti formati da vecchie anfore che servono a mantenere freschi i piani superiori.

ACHTUNG! ARABS - Nelle strade del centro è quasi impossibile vedere il cielo. Gli edifici sono a due piani. Quelli che danno sulla strada sono serrati. Prima erano occupati dai negozi palestinesi. Fra un piano e l’altro questi ultimi hanno costruito delle reti metalliche. Una divisione aerea fra zona palestinese e zona israeliana. Queste reti sono piene d’immondizia. Dalle case occupate i coloni gettano la loro spazzatura dalle finestre. “La gettano su di noi. La bruciano e poi la gettano giù“, mi dice un vecchio palestinese. Sulle serrande ci sono dei graffiti. Non riesco a credere a quello che leggo: “Kill the arabs”, “Arabs in the gas chambers”. Stelle di David sono disegnate un pò ovunque. Durante il nazismo questo simbolo era disegnato sui negozi di proprietà ebraica come segno di discriminazione e odio. Fu l’inizio della tragedia immonda della Shoah. Oggi a Hebron è usato per segnare il territorio di conquista da parte dei coloni.

L’AGGUATO - Tra la moschea/sinagoga di Abramo e l’ultimo check point prima della strada che porta alla colonia di Abraham Avino è pericoloso fermarsi. La delegazione di cui faccio parte - formata da giornalisti, attivisti e cooperanti - è lì per vedere quella che un tempo era la piazza principale della città, quando una macchina a tutta velocità si scaglia contro di noi. Ci scostiamo all’ultimo istante prima di essere travolti. Girandomi vedo i militari che presidiano la piazza a dieci metri di distanza, immobili, come se niente fosse. L’automobile fa manovra e riparte alla carica. “Ma chi sono?” chiedo allarmato alla guida che ci accompagna. “Sono i coloni, state attenti” Dall’auto scendono tre donne e due uomini che corrono verso di noi e cominciano a tirarci arance e uova. Hebron 3Finita la merce iniziano a sputarci e a inveire “Shame on you, nazi!” (vergognatevi nazisti). Non sappiamo che fare e ci rivolgiamo ai soldati sperando che possano intervenire. “Da dove venite?” - ci chiede uno dei militari. “Dall’Italia“, rispondiamo quasi in coro con un occhio fisso su di loro e l’altro verso i coloni. “Fascisti!“, ci risponde quello più grosso che sembra essere il responsabile della pattuglia. Un brivido freddo mi passa sulla schiena, mentre i coloni risalgono sull’auto e vanno via a tutta velocità urlando frasi contro di noi.

Ci affrettiamo a lasciare la piazza quasi felici di tornare al check point fra i tornelli, le telecamere, la voce metallica dell’altoparlante e la richiesta di documenti per rientrare nella zona palestinese. Poi uscire per poter tornare a respirare.

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