Il veleno che scorre dal rubinetto di casa
di Dario Ferri - In Italia un milione di persone beve e utilizza acqua inquinata da arsenico, boro e fluoro. Sono 112 i Comuni e tre le Regioni interessate. Le norme di legge vengono bypassate a colpi di deroghe
Il caso dell’acqua all’arsenico, in Italia, scoppia nel 2010, quando decine di comuni del Lazio rilevano nei propri acquedotti valori del semimetallo compresi tre i 20 e i 50 microgrammi per litro, ben oltre i 10 consentiti dalla normativa europea, sufficienti per far scattare l’allarme. L’arsenico e i suoi composti sono veleni particolarmente potenti. Ed assumerne anche una percentuale irrisoria nel lungo periodo nell’uomo può causare gravi rischi per la salute.
IL GOVERNO RINVIA – La Regione Lazio ed altre pensarono, dunque, di appellarsi al governo per chiedere lo stato di emergenza, mentre i sindaci cominciarono ad emanare ordinanze per imporre la chiusura dei rubinetti e chiedevano l’intervento della Protezione Civile per assicurare ai cittadini la distribuzione dell’acqua, attraverso l’invio di autobotti. Si fece spazio la protesta. Qualcuno, ad esempio, chiedeva il “rimborso delle bollette”. Altri denunciavano i “ritardi inaccettabili” della depurazione. I consumatori (il Codacons, per la precisione) decisero di lanciare una class acrtion a difesa dei ben 128 comuni della penisola coinvolti nel caso (vicenda giudiziaria si è conclusa con una sentenza del Tar di gennaio scorso che ha condannato i ministeri di Ambiente e Salute ad risarcimento del valore complessivo di 200mila euro nei confronti di 2mila cittadini di Lazio, Toscana, Trentino Alto Adige, Lombardia e Umbria, per aver consentito l’erogazione di acqua all’arsenico senza avvertire adeguatamente del pericolo le popolazioni interessate).
LE REGIONI CHIEDEVANO AIUTO – In verità per la prima volta una richiesta di ignorare temporaneamente i vincoli di legge fu avanzata nel 2003, quando 13 Regioni chiesero deroga per 10 parametri europei. La richiesta, quella volta, fu accolta. Successivamente ne fu avanzata una seconda. Fu quindi consentita una nuova deroga. Poi, nel 2010, sei Regioni (Lazio, Campania, Lombardia Trentino Alto Adige, Umbria e Toscana) hanno ulteriormente chiesto un rinvio, per tre parametri (boro, fluoro e arsenico), beccandosi però lo stop dell’Ue.
UN PROBLEMA IRRISOLTO – A due anni di distanza la situazione non sembra essere cambiata. Paesi e città con l’acqua avvelenata non vedono i valori rientrare nei parametri europei, mentre vedono invece avvicinarsi la scadenza dello stato di emergenza che ad inizio 2012 il governo ha prorogato fino al 31 dicembre e che contiene la deroga per i Comuni a tenere aperti i propri acquedotti anche se l’acqua erogata non rispetta i parametri che le autorità sanitarie impongono per tutelare la salute dei consumatori. Insomma, l’enorme braccio di ferro tra Comuni, gestori del servizio idrico, e istituzioni nazionali e sovranazionali, con deroghe concesse e non, non hanno aiutato l’Italia a rimboccarsi le maniche per superare il problema. Il numero di comuni dai cui rubinetti scorre acqua non conforme alle norme di legge (decreto legislativo n. 31 del 2011) è ancora notevole.














Buongiorno, non si capisce quale sia la fonte della ricerca. O è tutto frutto del lavoro del giornalista?
No Franco io questa notizia dell’acqua che contiene arsenico e che a colpi di deroghe viene sempre aumentato il valore….è vecchia di un paio d’anni…non è una bufala è vera…intorno a Roma i comuni interssati sono gran parte dei Castelli pomezia torvaianica….c’è questo doc della comunità europeA: DECISIONE DELLA COMMISSIONE
del 28.10.2010 sulla deroga richiesta dall’Italia ai sensi della direttiva 98/83/CE del Consiglio concernente la qualità delle acque destinate al consumo umano. Se la cerchi su internet avrai tutte le informazioni e i comuni