I leghisti resteranno delusi: nella deposizione di domani i boss di Brancaccio potranno rivelare nuovi elementi circa i legami di Dell’Utri e Berlusconi con la mafia ad inizio anni ’90, ma non potranno aggiungere nulla di nuovo alle storie dei quattrini che interessano alle camicie verdi
Cosa diranno domani in aula i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano, i capimafia del quartiere Brancaccio esecutori delle stragi del ‘93? Qualcosa di compromettente, giura qualcuno. Dalle parti del Popolo della Libertà pensano, e non hanno dubbi, che, quantomeno, i boss palermitani ripeteranno quanto già riferito una settimana fa dal pentito Gaspare Spatuzza, uno dei loro uomini più fidati che per anni ha fatto parte del ristretto gruppo di killer a loro disposizione.
COSA DIRANNO – Tra le fila della maggioranza non è uno qualsiasi a palesare questa convinzione, bensì uno degli uomini più vicini al Cavaliere, il coordinatore nazionale Denis Verdini, che a tre giorni dalla deposizione dei Graviano dà quasi la sensazione di voler ripararsi mettendo anticipatamente le mani avanti, provando a giustificare a priori le possibili compromettenti ammissioni. Lo ha fatto rispolverando il fantomatico complotto mosso ai danni del governo e del Presidente del Consiglio da magistrati politicamente schierati e da collaboratori di giustizia manovrati dalle Procure: “I Graviano sicuramente confermeranno Spatuzza - ha fatto sapere due giorni fa Verdini - avranno l’occasione di dire che Berlusconi è un bastardo mafioso e così gli vengono tolti i tre ergastoli e potranno uscire dal carcere”. “Sarà così - ha poi precisato – ma noi vogliamo le prove”. Forse è pretattica da parte del coordinatore nazionale, uomo vicino a Berlusconi ma autonomo nel pensiero e nella strategia politica: prepararsi al peggio, ben sapendo che comunque il peggio è assai improbabile, per non dire impossibile.
E’ BENE PARLARE - In effetti, che i Graviano possano aprire nuovi scenari rispetto a quanto conosciuto finora circa la storia delle stragi del ’93, del legame Cosa Nostra-Forza Italia e delle possibili complicità di Berlusconi e Dell’Utri nella stagione delle bombe al patrimonio artistico, non è un mistero. Nel novembre del 2004, quando erano rinchiusi nel carcere di Tolmezzo, era proprio Filippo Graviano a parlare a Gaspare Spatuzza di un possibile pentimento e di rivelazioni di circostanze finora nascoste attinenti la sfera politica: discutevano della possibilità di collaborare con la giustizia, in quel momento già seriamente presa in considerazione da Spatuzza e maturata in seguito a qualche primo colloquio investigativo con l’allora Procuratore Nazionale Antimafia Pier Luigi Vigna. “Ho colto la sensazione di Filippo Graviano che stava crollando perché stava malissimo – ha raccontato Spatuzza al Procuratore Generale Antonino Gatto riferendo di quelle conversazioni - A quel punto mi disse Filippo Graviano: “E’ bene far sapere a mio fratello Giuseppe che se non arriva niente da dove deve arrivare qualche cosa è bene che anche noi cominciamo a parlare coi magistrati””.
NON SOLO STRAGI – Se potranno balzar fuori novità interessanti sul fronte del legame mafia politica di inizio anni ’90, certamente i Graviano non potranno dare nessun contributo nel fare maggior chiarezza sull’altro aspetto, misterioso, che lega il destino di Silvio Berlusconi a quello della criminalità organizzata siciliana: la provenienza dei capitali coi quali ebbe inizio la straordinaria carriera imprenditoriale dell’attuale Presidente del Consiglio. A sollevare punti interrogativi sui poco chiari flussi di denaro che giungevano da fonti non meglio identificate e di cui fu protagonista Berlusconi dal finire degli anni ’60 in poi e per tutto il corso degli anni ’70, non sono stati solo magistrati scrupolosi e giornalisti animati da forte spirito investigativo. Era la Padania, il giornale del più fedele alleato di Berlusconi e del suo partito, e non certo La Repubblica o qualunque altro giornale tendenzialmente ostile al Presidente del Consiglio, ad esporre con dovizia di particolari i valzer di quattrini sui quali sarebbe poi stato edificato l’impero berlusconiano, dalla Fininvest in giù.
LA LEGA CHIESE A SILVIO - “Baciamo le mani”, titolava in prima pagina il quotidiano della Lega Nord l’8 luglio del 1998, che inseriva le foto di Berlusconi e Dell’Utri al fianco di quelle di Totò Riina, Giovanni Brusca, Leoluca Bagarella, Pasquale Cuntrera, Giulio Andreotti, Gaspare Giudice, Pietro Aglieri, Michele Greco, Pippo Calò, Tano Badalamenti. Dieci le domande dell’allora direttore Max Parisi poste a Silvio Berlusconi. Ci andavano giù duro, le camicie verdi di Umberto Bossi: “Signor Berlusconi – si leggeva sulla Padania nel 1998 – oggi, se lei chiarisse una volta per tutte, con nomi e cognomi, chi le prestò tale gigantesca fortuna facendo con questo crollare ogni genere di sospetto e insinuazione sul suo conto, nessuno e dico nessuno si alzerebbe per criticarla sostenendo che lei operò con capitali sfuggiti, per esempio, al fisco italiano e riparati in Svizzera, e rientrati in Italia grazie alla sua attività imprenditoriale. Sarei il primo ad applaudirla, signor Berlusconi, se la realtà fosse questa. Se invece di denaro frutto di attività illecite, si trattò di risparmi onestamente guadagnati e quindi sottratti dai rispettivi proprietari al fisco assassino italiota che grazie a lei ridiventarono investimenti, lei sarebbe da osannare. Parli, signor Berlusconi, faccia i nomi e il castello di accuse di riciclaggio cadrà di schianto”.




Ecco non capisco una cosa…Bossi e tutti i suoi amici che allora facevano tante domande giuste, hanno avuto le loro belle risposte dal Cavaliere o si sono limitati a intascare anche loro nel silenzio più assoluto?
Chi sono i mafiosi? quelli del No B Day (come sostiene il Giornale) o quelli che votano ancora per questo governo? Che schifo di italia
vabeh, ma quella della Padania era propaganda elettorale
Ma Max Parisi che fine ha fatto?