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La rubricadi Alessandro Bernardini
pubblicato il 9 settembre 2008 alle 10:43 dallo stesso autore - torna alla home

Si fa presto a dire sciopero, quando si è presi fra due fuochi. Questo, anche questo, capita in Palestina. Dove i lavoratori incrociano le braccia a loro rischio e pericolo.

“Storie dal muro”, uno sguardo sul Medio Oriente, tenuta da un giornalista che è stato spesso ospite di quelle terre. A volte anche non del tutto volontariamente.

Lavoratori palestinesi unitevi! Mai come stavolta la variante del caro vecchio estinto slogan internazionalista è fuori luogo. In Palestina le cose, da una sessantina d’anni a questa parte, non vanno proprio benissimo. Tra muri, check points, crisi economica, embarghi, espropri, arresti, ricchi premi e cotillons, i palestinesi si trovano ad affrontare la più grande crisi interna dalla morte di Arafat: lo squarcio politico fra Cisgiordania “Compagni! Amici! Sciopero, sciopero generale!” e Striscia di Gaza che va avanti a colpi bassi. Un grosso errore che spesso si fa, anche a livello mediatico, è quello di relegare la politica interna palestinese ad un mero riflesso di quella israeliana (certo è innegabile un’interdipendenza), oppure, con un po’ di sana ignoranza cattolica, di pensare allo scontro Fatah-Hamas come ad una faida fra banditi armati di kalasnikov (più Hamas che Fatah).

LOTTIZZAZIONE! - In realtà la questione è molto più complessa. I palestinesi sono maestri ormai nel misurarsi tutti i giorni con situazioni alquanto grottesche (una fra le tante: molti operai che costruiscono il muro sono palestinesi). Altro esempio: l’ondata di scioperi che sta investendo da una settimana la Striscia di Gaza, per tornare alla variante palestinese dell’originale tedesco Proletarier aller Länder, vereinigt euch! Medici e insegnanti protestano contro le politiche di “selezione dei lavoratori” da parte di Hamas. L’accusa che si fa al governo di Ismail Haniyeh è quella di scegliere i dipendenti in base all’appartenenza politica e non secondo criteri di merito. Inoltre, medici e paramedici chiedono il reintegro di 50 colleghi licenziati negli ultimi mesi nella Striscia. I medici licenziati, infatti, sarebbero legati a Fatah e quindi l’allontanamento esclusivamente di carattere politico. Lo sciopero ha visto, in seconda battuta, la partecipazione degli insegnanti della Cisgiordania cha aderiscono per solidarietà aiquarto stato “Compagni! Amici! Sciopero, sciopero generale!”  colleghi di Gaza.

La cosa che non torna, però, è che lo sciopero è indetto dal sindacato palestinese del Pubblico Impiego di Ramallah e da più parti – tra cui osservatori stranieri e Palestinian Centre for Human Rights – arrivano accuse di sciopero “politico” e non sociale. La cosa è un po’ complessa e ribalta ogni assioma legato al mondo del lavoro, o almeno di quello conosciuto come il fisiologico scontro fra sindacati e governo sulla politica economica o sui contratti. Tra i detrattori (Hamas in prima linea) serpeggia la voce che la protesta non sia altro che uno strumento politico atto ad indebolire il potere di Haniyeh e soci nella Striscia. Il governo di Ramallah minaccerebbe di licenziare o di non pagare lo stipendio a chi non vi partecipa. E’ bizzarro (mai sentito prima) che un datore di lavoro “consigli vivamente” ad un lavoratore di scioperare, minacciando addirittura sanzioni a chi si rifiuta di aderire.

SCIOPERO! – Hamas avrebbe preso le contromisure arrestando molti addetti al settore scolastico e minacciando di licenziare chiunque partecipi allo sciopero. ”Nessuna persona, nessuna istituzione, nessun sindacato, può deliberatamente sabotare la sicurezza dei cittadini di Gaza. Noi non lo permetteremo e adotteremo la forma più dura di punizione prevista dalla legge”, afferma Basim Na’im, ministro della Salute del governo Hamas della Striscia di Gaza. Na’im aggiunge che il sindacato non ha il diritto di indire lo sciopero in quanto “riceve finanziamenti diretti dall’ANP” che è “la responsabile dei tagli agli stipendi dei dipendenti”. Insomma, per Hamas quello che ha indetto lo sciopero è un sindacato economicamente sostenuto da chi si è reso responsabile di aver ridotto i salari e aver fatto tagli. ”Questa è la strategia della tensione di Fatah”, dichiara Sami abu Zuhru, portavoce di Hamas, ”per portare Dsc00137 “Compagni! Amici! Sciopero, sciopero generale!” all’esasperazione la gente di Gaza, sottraendogli un bene fondamentale come le cure mediche. Questo sciopero è l’altra faccia dell’embargo imposto alla Striscia da Israele, al quale Fatah collabora attivamente”. Parole non proprio concilianti.

EMPASSE - In un comunicato molto critico verso Fatah del Palestinian Centre for Human Rights si legge: “In base al codice modificato del Servizio Pubblico n. 4 (2005), il governo non ha il diritto di tagliare gli stipendi dei lavoratori del servizio pubblico, tranne nel caso in cui essi violino la legge. Perciò, tutte queste minacce sono illegali e rappresentano procedure arbitrarie che violano gravemente il diritto di ogni essere umano al lavoro e a un adeguato standard di vita”. Robert Sery, coordinatore speciale delle Nazioni Unite per la Pace, dichiara “L’embargo e lo sciopero minacciano il servizio sanitario e scolastico degli abitanti della Striscia di Gaza. Lo sciopero, per com’è nato, porta solo ad approfondire le divisioni tra Gaza e Cisgiordania e danneggia la possibilità di ristabilire l’unità palestinese”. Lo sciopero, con tutte le sue contraddizioni, va avanti e, secondo fonti delle Nazioni Unite, ha avuto altissime adesioni, circa l’85% degli insegnanti e il 70% dei dipendenti del sistema sanitario hanno preso parte alla protesta. Ricapitoliamo: Fatah minaccia di licenziare chi non sciopera e Hamas minaccia di licenziare chi sciopera. Chiamarla empasse è a dir poco riduttivo. Lavoratori palestinesi…almeno voi: (ri)unitevi!

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