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Editorialedi nonunacosaseria
pubblicato il 8 dicembre 2009 alle 09:00 dallo stesso autore - torna alla home

Per Antonio Padellaro ha fatto male: “Non inganni il bersaglio Berlusconi (…) Molto di più dovrebbe preoccuparsi quella opposizione sempre più condannata alla irrilevanza. Impegnata nel ridicolo balletto del vado-non vado al corteo, e infatti è rimasta ai margini del fiume in piena” (Il Fatto quotidiano). Secondo Stefano Folli, invece, ha fatto bene: “La sua strategia consiste nel costruire pezzo a pezzo un’alternativa a Berlusconi senza spaventare l’elettorato moderato che negli anni ha sostenuto con forza il leader del PdL. Il pericolo di farsi travolgere da una piazza dipietrista esisteva; il che avrebbe offuscato il ruolo guida che Bersani intende conservare al suo partito” (Il Sole 24 Ore). Curzio Maltese, su Repubblica, ritiene sia stato un errore: “Il più incomprensibile è l’atteggiamento del PD di Bersani. Un partito nuovo, almeno nelle intenzioni se non nel gruppo dirigente, inossidabile ai cambi di nome e di sigle, che avrebbe dunque in teoria tutto l’interesse a sperimentare le nuove forme della politica, a esserci insomma in occasioni come queste, piovute dal cielo”. Ovviamente, Ernesto Galli della Loggia la pensa diversamente d: “Ha fatto benissimo il segretario del PD Pierluigi Bersani a tenere il suo partito, almeno ufficialmente, lontano dalla manifestazione del No B-day” (Il Corriere della Sera). Luca Ricolfi, da parte sua, chiosa sull’inconcludenza piddina: “Comunque la si giudichi, non vi sono molti dubbi che la manifestazione di sabato contro Berlusconi abbia spiazzato il partito di Bersani… la mia ipotesi è che nel PD prevalga ancora, con effetti paralizzanti, la dottrina Veltroni… l’opposizione del PD appare al tempo stesso inciucista e disfattista, pavida e antiitaliana… di qui la paralisi di un partito che non riesce a fare politica né in piazza, né in Parlamento” (La Stampa). Ma Carlo Fusi, sul Messaggero, loda invece il segretario piddino: “a ben vedere quella di Bersani è una scelta di pragmatismo efficace che sconfessa la linea del suo predecessore Veltroni… un percorso in salita, certo, che tuttavia al momento appare l’unico foriero di offrire al PD una prospettiva non a rimorchio”.

Il giorno dopo il No B-day tante cose si potevano dire. E’ interessante notare che le maggiori attenzioni dei media italiani non si siano concentrate, per esempio, sul fatto che comunque c’è stata una evoluzione nei girotondi o che la manifestazione – al contrario di quanto in parecchi temevamo – è stata organizzata in modo efficiente (sull’efficacia tornerò dopo), ma nell’analisi sulle ripercussioni nel e per il Partito Democratico. Intendiamoci: i pencolamenti e le incertezze di una dirigenza piddina ancora troppo impegnata a guardarsi l’ombelico hanno fornito un alibi grande così ai nostri insigni editorialisti. E comunque questo aspetto è uno dei temi all’ordine del giorno. Però fa riflettere che sia diventato questo il principale argomento e, soprattutto, che le analisi siano tanto divergenti. Nessuna di esse, peraltro, dissente dalla linea ideologica ufficiale del quotidiano che la ospita. E allora, vien da dire, che analisi sono? Non sono analisi, sono teoremi. O, meglio, congetture preconcette: nessuno è in grado di stabilire con certezza e senza tema di smentita chi abbia ragione tra Fusi e Ricolfi, tra Maltese e Galli della Loggia, tra Folli e Padellaro.

La manifestazione, dunque, è stata efficiente: perché c’erano tante persone, tutto si è svolto pacificamente, quasi nessuno (diciamo nessuno che abbia una certa rilevanza da giustificare un titolo in prima pagina) ha debordato come accadde a luglio 2008 in piazza Navona. Ma non è stata efficace: perché oggi non stiamo a parlare delle tante buone ragioni che hanno spinto centinaia di migliaia di persone a scendere in piazza per reclamare le dimissioni del presidente del Consiglio. Stiamo a disquisire sul Partito Democratico. E, attenzione, sarebbe accaduto lo stesso se Bersani e gli altri dirigenti avessero aderito da subito e con entusiasmo: unica differenza, gli editorialisti sopra citati sarebbero arrivati a conclusioni opposte. Ma sempre di PD avrebbero parlato e sempre senza discostarsi dalla linea ufficiale del quotidiano per il quale scrivono.

Tutto ciò per dire che le manifestazioni si devono fare contro una politica, non contro una persona; devono focalizzarsi su un oggetto, non su un soggetto. Altrimenti, non servono a niente. Ognuno rimane della sua idea e le valutazioni del giorno dopo non riguarderanno il “cosa” o il “perché”, ma soltanto il “chi (c’era)”.

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