Croci e minareti

7 dicembre 2009

L’Europa dice che il crocifisso nelle scuole italiane non è cosa buona e giusta. La Svizzera mette al bando i minareti. Cos’è successo, e cosa sta succedendo?

La sentenza con cui la Corte Europea per i diritti dell’uomo ha bocciato il crocifisso nelle scuole italiane ha provocato, com’era prevedibile, un vero e proprio putiferio. La questione, in realtà, si proietta su tre diversi terreni di confronto: uno religioso (clericali contro anti clericali); uno tecnico (correttezza e fondatezza della sentenza della Corte Europea) e uno politico (è giusto o no che l’Europa si immischi in questi affari?). Indubbiamente, però, sono le valutazioni religiose e politiche a influenzare le posizioni espresse da quasi tutti coloro che accedono al dibattito, anche quando si parla di questioni tecniche. A gettare benzina sul fuoco è poi arrivata la notizia che la Svizzera, con uno dei suoi tanti referendum, ha deciso di proibire la costruzione di nuovi minareti sul territorio della confederazione elvetica. Facile immaginare il pensiero di tanti: in Svizzera decidono gli svizzeri; in Italia decidono… gli stranieri. Allora, cerchiamo di ricostruire la vicenda nei suoi tratti essenziali e oggettivi, per separare i fatti dalle tante voci e informazioni che girano tra media e Web.

LE FONTI NORMATIVE - Il Regio Decreto n. 1297/1928 stabilisce, all’art. 119/Tabella-C che ogni classe delle scuole elementari statali ha in dotazione un crocifisso. Analogamente l’art. 118 del Regio Decreto n. 965/1924 stabilisce che in tutte le aule delle scuole medie dev’essere esposto il crocifisso. Queste due norme sono state direttamente o indirettamente confermate da successive disposizioni di legge, e in particolare dall’art. 676 del decreto legislativo n. 297/1994. Con direttiva n. 2666 (gli appassionati di numerologia e satanismo andranno a nozze: 666 è il numero del demonio) del 3 ottobre 2002 il Ministro dell’Istruzione generalizzava l’obbligo di esposizione del crocifisso nei confronti di tutti gli istituti scolastici, comprese quindi le scuole superiori. La direttiva appena citata fu emanata proprio in conseguenza dei fatti che stiamo per esaminare. Non sono mancate nel corso dei decenni altre direttive che hanno previsto lo stesso obbligo per altre categorie di uffici pubblici, comprese le aule giudiziarie, ma quello che qui interessa è che l’esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche fino alla scuola superiore è obbligatoria per disposizione di regolamenti, leggi e circolari dello Stato. Tale obbligo affonda le sue radici in provvedimenti ancor più datati di quelli citati, risalenti al 1859. Quest’ultima circostanza ha una sua importanza, in quanto il crocifisso fu reso obbligatorio in un periodo di forte contrapposizione tra Stato e Chiesa, non come simbolo religioso ma come simbolo dei valori unificanti dell’Italia, assieme al re e alla bandiera.

IL PRIMO RICORDO - Correva l’anno 2002. Massimo Albertin, medico di origine venete associato all’UAAR (Unione Atei e Agnostici Razionalisti) e sua moglie Soile Tuulikki Lautsi (nata in Finlandia, cittadina italiana dal 1987) mandavano i figli in una scuola media statale di Abano Terme. Nelle aule c’era il crocifisso. Ai due la cosa non stava bene e presentarono alla scuola una mozione per la sua rimozione. Si riunì il Consiglio d’Istituto e la mozione fu respinta con 12 voti contro 3. Allora la Lautsi iniziò la lunga strada dei ricorsi, adendo il TAR Veneto contro la decisione dell’organo collegiale scolastico. Nel 2004 il TAR Veneto, sulla base del ricorso presentato dalla donna, investiva la Corte Costituzionale della questione di legittimità delle fonti normative che abbiamo richiamato. La Corte (argutamente…) evitava di decidere sulla questione affermando la propria incompetenza in quanto le fonti normative in questione erano semplici regolamenti e non vere e proprie leggi, e con ordinanza n. 389 del 2004 rispediva al mittente la patata bollente. Il TAR Veneto dovette decidere nel merito della spinosa questione e con sentenza n. 1110 del 17 marzo 2005 respingeva il ricorso. Il giudice amministrativo era partito dalla considerazione che il crocifisso era stato adottato già dal 1859 come simbolo di unità nazionale; quindi sottolineava che lo Stato Italiano, nell’ambito degli accordi che regolano i rapporti con il Vaticano, aveva affermato che “i principi cristiani fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano”; infine argomentava che i principi del cristianesimo sono essi stessi promotori del concetto di laicità dello stato: “Si può quindi sostenere che, nell’attuale realtà sociale, il crocifisso debba essere considerato non solo come simbolo di un’evoluzione storica e culturale, e quindi dell’identità del nostro popolo, ma quale simbolo altresì di un sistema di valori di libertà, eguaglianza, dignità umana e tolleranza religiosa e quindi anche della laicità dello Stato, principi questi che innervano la nostra Carta costituzionale… In sostanza, nel momento attuale, il crocifisso in classe presenta una valenza formativa e può e deve essere inteso, sia come il simbolo della nostra storia e cultura e conseguentemente della nostra stessa identità, sia quale simbolo dei principi di libertà, eguaglianza e tolleranza e infine della stessa laicità dello Stato, fondanti la nostra convivenza e ormai acquisiti al patrimonio giuridico, sociale e culturale d’Italia”. E concludeva: “Riassumendo e concludendo, il crocifisso inteso come simbolo di una particolare storia, cultura e identità nazionale … può essere legittimamente collocato nelle aule della scuola pubblica, in quanto non solo non contrastante ma addirittura affermativo e confermativo del principio della laicità dello Stato repubblicano. Per tutte le su indicate ragioni il ricorso va rigettato…”

IL SECONDO RICORSO - La Lautsi impugnava la sentenza avanti al Consiglio di Stato, che nel 2006 respingeva l’appello. Il 27 luglio 2006 la caparbia donna (il suo avvocato ha dichiarato che quella di far proporre a lei i ricorsi anziché al marito è stata una precisa scelta strategica) portava la questione alla Corte Europea per i diritti dell’uomo. La Corte Europea, con una sentenza molto meno articolata e argomentata rispetto a quella dei giudici amministrativi italiani, ne ha rovesciate le conclusioni e ha stabilito che l’obbligo di esporre il crocefisso nelle scuole è una violazione dei diritti umani. In particolare i giudici europei hanno sentenziato: “La Corte ritiene che l’esposizione obbligatoria di un simbolo confessionale… nelle aule scolastiche [pubbliche], viola il diritto dei genitori di istruire i loro bambini secondo le loro convinzioni e il diritto dei bambini scolarizzati di credere o non di credere. La Corte considera che questa misura violi questi diritti poiché le restrizioni sono incompatibili con il dovere dello Stato di rispettare la neutralità nell’esercizio della funzione pubblica, in particolare nel settore dell’istruzione. Perciò la Corte stabilisce che in questo caso vi è stata violazione dell’articolo 2 del protocollo n. 1 e dell’articolo 9 della Convenzione”. Le due violazioni richiamate sono rispettivamente “Il diritto dei genitori a veder garantiti l’istruzione e l’insegnamento conformemente alle loro convinzioni religiose e filosofiche” e il “diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione”. Con la sentenza la Corte ha anche condannato l’Italia a risarcire la somma di 5.000 euro per “danni morali” (la ricorrente ne aveva chiesti almeno 10.000, più 5.000 per il risarcimento delle spese), perché “il governo italiano non ha dichiarato di essere pronto a rivedere le disposizioni che disciplinano la presenza del crocifisso nelle aule”. Il governo ha annunciato che presenterà ricorso contro la decisione.

LA QUESTIONE TECNICA - La sentenza della Corte Europea lascia perplessi. Essa non censura l’esposizione del crocifisso in sé, ma il fatto che sia obbligatoria. Tuttavia nel caso specifico il Consiglio d’Istituto aveva votato per mantenere il crocifisso. Il legno sarebbe rimasto, quindi, anche se nessuna norma lo avesse imposto. Che differenza fa se il crocifisso è appeso per volontà dello Stato o per volontà della singola scuola? Chi non lo vuole sarebbe “danneggiato” in entrambi in casi. Inoltre, sostenere che la presenza obbligatoria del crocifisso violi il diritto alla libertà di religione o il diritto a ricevere un’istruzione conforme alle proprie convinzioni appare una forzatura. Un crocifisso appeso a una parete, di per sè non impedisce a nessuno di essere ateo o musulmano, né di rifiutare “l’ora di religione”. Infine, la Corte Europea ha del tutto ignorato le ragioni storiche e culturali che i giudici amministrativi italiani avevano laboriosamente ricostruito e ha deciso che il crocifisso ha un mero valore religioso, quindi indicativo di una preferenza accordata dallo Stato Italiano alla Chiesa. Ma questa preferenza è sancita da ben altri indicatori (gli accordi che disciplinano i rapporti tra Stato Italiano e Stato Vaticano) sui quali la Corte non si è espressa, né poteva farlo, per il semplice fatto che un simile valutazione esulerebbe dalle sue competenze. Più correttamente la Corte avrebbe potuto sentenziare che l’esposizione di un simbolo religioso (a prescindere dai valori che rappresenta e a prescindere se sia dovuta per legge o per decisione maggioritaria) offende la sensibilità di chi dissente rispetto a esso. In tal caso però si dovrebbe accogliere qualunque richiesta avanzata da una minoranza che dissente dal volere di una maggioranza: sarebbe la fine del principio democratico.

16 commenti a Croci e minareti

  1. Rado il Figo

    “Com’è noto in Italia le campane non possono più essere suonate negli orari o con l’intensità di una volta, per rispetto alla quiete pubblica.”

    A me non era affatto noto: considera che casa mia è in mezzo a quattro chiese, per cui ti lascio immaginare il concerto di campane a certi orari. Anzi, in patronato alle 18,00 dobbiamo pure interrompere di giocare a calcetto perché lo scampanio è tale che non si riescono nemmeno a sentire le proprie parole.

  2. Daniele Addis

    A me quelli dell’UAAR mi sembrano spesso dei fanatici anti-religiosi quindi, pur essendo agnostico, tendo a prendere le distanze dalle loro “battaglie”. Quella sul crocifisso l’ho trovata stupida. Io avrei fatto una battaglia per introdurre in tutte le classi tanti simboli culturali, scientifici e religiosi da affiancare al crocifisso.
    Detto questo ci sono due cose dell’articolo che mi lasciano perplesso:
    1) “Che differenza fa se il crocifisso è appeso per volontà dello Stato o per volontà della singola scuola?” Bhe, per me la differenza c’è e non è piccola. Io non trovo legittima l’imposizione da parte dello stato di nessun simbolo, nè laico nè religioso. È un po’ come se il sindaco della tua cittá ti imponesse i quadri da appendere a casa tua.
    2) “il popolo italiano (o la sua maggioranza) ha il diritto di decidere se e quale simbolo appendere sulle pareti scolastiche o deve piegarsi al dissenso della minoranza anticlericale e a quello degli organi europei?”

    È ovvio che ogni popolo ha il diritto di decidere per sè (ricordo che vi sono però anche popoli senza stato ai quali quel diritto non viene riconosciuto e lo stato italiano che tanto si lamenta dell’ingerenza europea è uno dei più beceri da questo punto di vista), quindi è giusto che vi sia la “libertá” di appendere i cricifissi, non “l’obbligo”. Poi l’Europa non è intervenuta di sua sponte per imporre la sua decisione, le è stato richiesto da dei cittadini europei. Nel caso dei minareti non mi risulta che vi sia stato un ricorso alla CEDU e se vi è stato attendiamo che il tribunale emetta il verdetto. Nel caso della Svizzera poi si è proprio espresso il popolo che è stato chiamato a votare in prima persona, mentre in Italia non mi risulta che questo sia accaduto.
    Nessuno ha poi obbligato il governo italiano a firmare i trattati europei tra i quali la carta dei diritti dell’uomo, mi risulta essere stata una libera scelta di uno stato sovrano.
    Ecco, secondo me in questo articolo si sono mischiate le cose in maniera un po’ forzosa.

  3. Anche io vivo “in mezzo” 4 Chiese e lo schiamazzo delle campane (non regolate ala stessa ora!) soprattutto in certi periodi dell’anno si protrae anche per 10 minuti filati sia che siano le 7 di mattina che le 22 di sera…… :(

    Lisa

  4. ale

    Mi sembra che l’autore dell’articolo confonda “il principio democratico” (sic) con la tirannia della maggioranza. C’è differenza tra imporre a maggioranza um simbolo religioso violando i diritti della minoranza (e non c’è niente di democratico in questo) e eliminare qualsiasi simbolo in modo da non violare i diritti di nessuno (si chiama neutralità dello Stato). Ma queste sono differenze che certa gente non capirà mai (e non mi riferisco all’autore dell’articolo, ma ai vari crociati di casa nostra).

  5. Asgardian

    O più semplicemente: la scuola pubblica è di tutti e quindi non deve troneggiare alcun simbolo di una parte del paese. Stesso discorso per tuttociò che sia pubblico. Si chiama aconfessionalità dello Stato. Il che non toglie che se vuoi metterti la croce al collo sei libero di farlo.

  6. Alessandro

    Strano… forse le mie fonti sono errate, ma mi risulta che gli “schiamazzi dei muezzin” fossero già vietati, e a ragione. Quanto allo stravolgimento del paesaggio, è palese che si tratta di mero pretesto che nessuno nel mondo accampa mai in altri casi, per esempio contro opere civili dall’architettura avveniristica e certo non tradizionale. E’ una “scusa jolly”, usata anche contro le pale eoliche (saran belle le centrali nucleari).
    Per il resto concordo con Ale e Asgardian.

  7. Alessandro

    Un’ultima osservazione: sarà cattiva coscienza dell’articolista o una sua svista, il fare riferimento alla ferrea tradizione cattolica della maggioranza dei cittadini svizzeri? La Chiesa Cattolica si è infatti espressa CONTRO la proibizione a costruire nuovi minareti. Mica tutta l’alta gerarchia cattolica sarà fatta di “imam”?

  8. sarà cattiva coscienza dell’articolista o una sua svista, il fare riferimento alla ferrea tradizione cattolica della maggioranza dei cittadini svizzeri?

    La maggioranza dei cittadini svizzeri ha votato per proibire la costruzione di nuovi minareti. Questo è un dato di fatto, com’è un dato di fatto che è svizzera la guardia che protegge il Vaticano e il Papa.
    Ed è un altro dato di fatto che in Svizzera quasi metà della popolazione è cattolica, e il 35% circa è protestante (che in termini di fede non cambia gran che rispetto ai primi). I musulmani sono circa il 4% e gli atei poco più del 10%. Le altre religioni sono praticamente inesistenti.
    Quindi non vedo in che modo l’esemplificazione di un dato di fatto che spiega il risultato del referendum sia “cattiva coscienza” o “svista”.

    La posizione della Chiesa è giunta DOPO il risultato del referendum, non mi pare di aver letto prese di posizione PRIMA del referendum, che forse avrebbero potuto influenzare l’esito della consultazione.
    Ma in tutti i casi una Chiesa che difende il crocifisso non può poi attaccare i minareti, sarebbe una contraddizione palese non fosse altro per la tempistica così ravvicinata.

    E in conclusione, l’ostilità di buona parte dei cittadini (non solo svizzeri) nei confronti dell’islamismo è una realtà che solo con molta ipocrisia si può negare: un referendum del genere avrebbe buone possibilità di passare anche in Italia, e non certo perché gli italiani sono tutti operosi cristiani.

    Se però hai spiegazioni alternative che avvallino la tua idea che io abbia espresso quella considerazione in malafede o per svista, puoi ben esporle.

    L’alta gerarchia cattolica non ha certo simpatia per gli Imam, ma la Chiesa sa benissimo che i propri “diritti” si difendono al meglio se ci sono altri interessati a difendere “diritti” analoghi. Alla Chiesa fanno paura gli “atei”, non certo i credenti a un Dio, comunque essi lo chiamino e qualunque siano le forme con cui lo ossequiano.

    • j.

      Veramente le guardie svizzere sono dei mercenari, mica vengono mandati giù dalla confederazione.
      Per fare la guardia svizzera devi avere passaporto svizzero e aver fatto il militare (in Svizzera) e altri requisiti.

      • Veramente le guardie svizzere sono dei mercenari
        Certo. Mai detto il contrario.

        Per fare la guardia svizzera devi avere passaporto svizzero e aver fatto il militare (in Svizzera)
        Appunto. Proprio questi requisiti testimoniano la tradizione storica del cattolicesimo in Svizzera.

        • J.

          Il fatto che il Vaticano paghi 110 cittadini svizzeri come corpo armato implica che un Paese costituzionalmente laico di quasi 8 milioni di abitanti che ha più di 700 anni sia “testimonianza della tradizione storica del cattolicesimo in Svizzera”?
          È una candid-camera?

          Cioè, ci sarà anche una tradizione storica del cattolicesimo in Svizzera (come in qualsiasi Stato del globo terraqueo – estremo oriente e mondo arabo a parte), ma dubito fortemente che affermare che ciò sia dimostrato dalla persistenza delle Guardie Svizzere in Vaticano non sia una solenne stronz ata.
          Senza offesa, eh.

  9. ismene

    articolo interessante, ma c’è un po’ di confusione nella parte in cui asserisce che la Svizzera ha avuto l’opportunità di fare una scelta del genere perché non subordinata agli organi europei.
    La svizzera come l’Italia ha firmato e ratificato la Convenzione europea dei diritti dell’uomo-CEDU ed è legata alla relativa Corte Europea dei diritti dell’uomo (come tutti i paesi europei tranne Bielorussia, perché stato non democratico e Vaticano che ha solo lo status di osservatore ma per sua scelta non assume impegni internazionali convenzionali). Dunque la corte europea dei diritti dell’uomo non è organo dell’UE a cui la Svizzera non è legata ma di altro organo. Ciò vuol dire che solo allorquando il referendum sarà seguito da idonea legge, un o più cittadini svizzeri, dopo aver espletato tutte le vie di ricorso interne, posso far ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo che si esprimerà in merito all’accoglienza o meno del ricorso stesso in relazione alla violazione relativa Convenzione europea dei diritti dell’uomo e relativi Protocolli a cui lo Stato non questione è vincolato. La Corte infatti non ha analizzato i principi storici citati in altre sentenze né il principio della laicità dello Stato perché non si tratta di principi e diritti fondamentali tutelati nella Convenzione, conseguenzialmente non era materia su cui poteva pronunciarsi. Per intenderci se la signora Lautsi avesse fatto ricorso in base al principio della laicità dello Stato italiano (anziché in base al principio della libertà religiosa), il ricorso sarebbe stato rigettato in quanto la Corte non poteva esprimersi a tal proposito.
    La scelta della Svizzera di optare per la non costruzione di nuovi minareti sicuramente non avrà solo ragioni architettoniche (queste saranno solo accessorie), ma solo se questa scelta violerà diritti umani fondamenti in futuro la Corte se chiamata a giudicare potrà esprimersi.

    http://www.ghigliottina.it/new/leuropa-e-il-caso-italia/

    • massimo

      in realta’ il vaticano non potrebbe ratificare la convenzione neanche volendolo perche’ la maggior parte delle sue leggi la violano apertamente, quindi e’ errato affermare che non l’ha fatto semplicemente perche’ preferisce non assumere impegni.

  10. Selene

    Mi dispiace, ma come dimostrano i vari commenti, stavolta avete fatto abbastanza confusione. E non lo dico per presa di posizione ideologica: per quanto sia contraria all’esposizione di segni religiosi negli edifici pubblici in generale, per le ragioni che sono già state esposte, sono del parere che la polemica sul crocefisso non abbia fatto altro che gettare benzina sul fuoco e distogliere lo sguardo da altre battaglie molto più importanti su questo versante (vedi testamento biologico, vedi farmacisti obiettori di coscienza ecc.).
    Al tempo stesso, però, gli errori grossolani dell’articolo sono evidenti, e sono stati già elencati. Confermo peraltro che i cristiani svizzeri, cattolici e protestanti, si erano opposti al referendum e al divieto dei minareti PRIMA del referendum stesso.
    Aggiungo altri due dati: i musulmani in Svizzera sono fra 310 e 400 mila, nella stragrande maggioranza provenienti dai Balcani, solo 50 mila osservanti. Questo potrebbe voler dire da un lato che in fondo questa campagna contro il minareto è solo demagogia populista xenofoba, dall’altro che perfino alcuni di questi musulmani potrebbero aver votato contro i minareti (ho amici turchi, quindi di cultura musulmana, benché atei, che non sopportano il muezzin, esattamente come molti di noi non sopportano le campane).
    Secondo dato: la Commissione europea, il giorno dopo la sentenza della Corte sui crocefissi, ha diramato un comunicato in cui precisava che la Corte non è un organismo dell’Ue. Semplice “technicality” o un lavarsi le mani per cercare di recuperare consensi? Ricordiamo en passant che le istituzioni Ue sono attualmente a maggioranza conservatrice.

  11. Mah… l’articolo ricostruisce la vicenda (citando le fonti originarie) collocandola nel suo contesto, e fa alcune considerazioni (senza esprimere posizioni) peraltro semplificate per questioni di spazio, che si possono condividere o meno.
    Sulla questione Svizzera si limita a dire “nazione tradizionalmente vicina ai valori cattolici”.
    Non intendo perdermi oltre in commenti che introducono questioni che l’articolo non ha inteso trattare, e prendono un pezzetto di frase (o di commento) per imputare all’articolo affermazioni che non sono presenti.
    Dire “nazione tradizionalmente vicina” è diverso da dire “ferrea tradizione cattolica”.
    Dire “organi europei” è diverso dal dire “organismo dell’UE”.
    La Corte Europea è un organo europeo, e l’efficacia delle sue sentenze è garantita dal Consiglio dell’UE, altrimenti non avrebbero alcuna forza esecutiva. Questione peraltro del tutto accademica, visto che la Svizzera è parte del Consiglio e firmataria della Convenzione.
    Infatti l’articolo non è un trattato sui meccanismi di funzionamento degli organi europei ma si è limitato (sul punto) a dire come viene percepita la sentenza, all’inizio infatti è scritto: “Facile immaginare il pensiero di tanti: in Svizzera decidono gli svizzeri, in Italia decidono gli stranieri”.
    Concetto (quello della percezione) che avrei dovuto ribadire anche alla fine, evidentemente, per evitare equivoci.
    Lo scopo dell’articolo non era quello di prendere posizione a favore di una tesi anzichè l’altra, ma a quanto pare così è stato interpretato da buona parte dei commentatori. Pazienza.

  12. Alexandro

    Anche se è passato parecchio tempo, vorrei far presente che da cittadino svizzero mi sono vergognato per quel referendum, ma da ateo (non associato ad alcuna organizzazione)trovo corretto che in Svizzera non vengano esposti simboli religiosi negli edifici pubblici. Ad essere sinceri, quando ho frequentato le scuole in Italia non mi sono sentito oltraggiato dal simbolo religioso, ma quando è in discussione un princìpio non ha importanza il grado di disagio del singolo. Quello che più mi infastidisce è l’atteggiamento ben poco cristiano che parecchi genitori esibiscono quando l’argomento torna ad essere attuale. Quanto può minacciare la fede, la mancanza di quello che per la maggior parte dei ragazzi, è un oggetto d’arredamento che passa inosservato?

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