I giovani dell’università di Salerno ne hanno discusso con professori ed esperti. Ci hanno invitato e noi siamo andati ad ascoltarli.
L’appuntamento era per le ore 10, di mercoledì scorso 2 dicembre, presso l’aula dei Consigli di Facoltà di Scienze Politiche dell‘Università degli Studi di Salerno. Il tema, peraltro, è uno di quelli molto impegnativi e, soprattutto, di stringente attualità: “La sicurezza sul lavoro“. Basti pensare come solo negli ultimi 5 anni i morti sul lavoro in Italia sono stati 7mila, quasi 200mila, invece, le invalidità permanenti in un quadro complessivo di oltre 5 milioni di infortuni. Il rapporto nazionale redatto dall’Inail inerente agli infortuni ed alle morti sul luogo di lavoro è del resto eloquente: 1.120 incidenti mortali per 874.940 infortuni denunciati. Gli studenti dell’università salernitana, così come ci ha ricordato la giovane Rosalia Lamberti, dell’associazione Sui Generis che ha organizzato il convegno, hanno deciso di ascoltare docenti, esperti della materia e sindacalisti per conoscere una realtà apparentemente lontana ma che, più o meno direttamente, può riguardarli da vicino nel loro prossimo futuro lavorativo. Al dibattito sono intervenuti il Prof. Paolo Greco, docente di Diritto del lavoro nella Facoltà di Scienze Politiche, il prof. Maria Josè Vaccaro, docente di Diritto del lavoro della Facoltà di Giurisprudenza, l’ing. Antonio Lombardi, presidente dell’Ance di Salerno, l’ing. Catello Lamberti, responsabile del lavoro, il dott. Carlo Ceresoli, rappresentante sicurezza del lavoro del comune di Salerno.
IPSE DIXIT – Il tema, pertanto, è stato affrontato sotto vari aspetti: dal punto di vista giuridico, dapprima attraverso l’intervento della prof. Vaccaro, che ha illustrato le modifiche apportate al Testo Unico sulla sicurezza del lavoro al D. Lgs n° 626/1994; successivamente dal Prof. Greco, che ha trattato il problema della cultura della sicurezza sul lavoro. E’ emerso, tra l’altro, citando sempre l’ultimo rapporto Inail, che oltre il 61% degli infortuni è concentrato nel Nord industrializzato: in particolare Lombardia (150mila casi), Emilia Romagna (124mila casi) e Veneto (104mila casi) assommano oltre il 43% del denunciato nel Paese. L’Umbria si conferma al primo posto per indice di frequenza infortunistica, seguita da Emilia Romagna e Friuli Venezia Giulia. Gli infortuni occorsi a lavoratori stranieri sono stati 143mila (+2% rispetto all’anno precedente); i lavoratori stranieri hanno un’incidenza infortunistica più elevata rispetto a quella degli italiani (44 infortuni denunciati ogni 1.000 occupati, contro 39). I settori più rischiosi sono la lavorazione dei metalli, l’agricoltura, la lavorazione dei materiali per l’edilizia, la lavorazione del legno, le costruzioni, l’estrazione di minerali. In edilizia, in particolare, la causa maggiore d’incidenti è causata dalla caduta dall’alto. E’ stato quindi il turno del presidente dell’Ance, Antonio Lombardi, che ha esemplificato la figura del responsabile sociale del lavoro ed ha evidenziato il punto di vista degli imprenditori edili sulla materia. E’ seguito poi l’intervento dell’ing. Lamberti, in quanto responsabile della sicurezza de lavoro, che ha esposto il tema dal punto di vista tecnico, esemplificando, inoltre, le responsabilità sia del datore di lavoro sia del lavoratore. Il punto cruciale rimane senza dubbio quello educativo, con una più solida cultura della sicurezza molti incidenti potrebbero essere evitati a cominciare dal mancato utilizzo dei dispositivi di sicurezza personali più elementari. E’spesso, quindi, una questione culturale. E su questo punto il ruolo della scuola e della stessa università può essere fondamentale. Successivamente il dott. Ceresoli, come rappresentante sicurezza del lavoro del comune di Salerno, ha esposto il problema da un punto di vista prettamente sindacale.
LA NOTTE BIANCA -Durante la manifestazione è stato inoltre proiettato il cortometraggio “La notte bianca” del regista salernitano Paolo Battista. Il film, dalla durata di un quarto d’ora circa, è stato girato a Salerno, nel complesso di Santa Sofia, e presso le Fonderie Pisano, da una troupe composta da giovani salernitano. Il cortometraggio che ha conquistato tra l’altro diversi riconoscimenti, si sviluppa come una sorta di “horror”, che racconta la storia di Sergio Sgrigna, interpretato da Antonello De Rosa, un ispettore del lavoro che ha a che fare con un caso piuttosto particolare: i morti sul lavoro risorgono, tornano dalle loro famiglie, e rivogliono il loro posto di lavoro. In conclusione, al termine di questo interessante convegno, ci sentiamo di fare noi stessi un invito alla riflessione e ricordare come ogni giorno in Italia quasi quattro persone muoiono sul posto di lavoro. Il fenomeno è ormai una vera e propria emergenza, a cui si deve rispondere con controlli, verifiche e politiche di tutela soprattutto verso gli occupati più deboli: quelli precari, quelli più inesperti. La stessa Rosalia Lamberti chiosa al termine del convegno, dicendoci: “I giovani sono il futuro, e sulla base di questo è stato fornito a noi studenti la possibilità di avvicinarsi ad un argomento davvero complesso quale può essere la sicurezza sul lavoro. Alla fine abbiamo deciso di fare un minuto di silenzio; un pensiero dedicato innanzitutto a quelle tante famiglie che non hanno visto tornare a casa un loro caro. Noi non abbiamo voluto solo dati giuridici, tecnici o pratici, ma soprattutto spunti di riflessione che hanno permesso di capire un po’ di più di un problema che, forse, tocca ognuno di noi”.



Numeri come questi fanno capire che l’Italia ha ancora molto cammino da compiere per potersi definire un “paese civile”.
Scusate se insisto sul tema ma di quei 4 morti al giorno (in realtà in tempo di crisi siamo a 3 ma non fa differenza) la metà sono morti per incidenti stradali. Quando quindi, parlando di mestieri pericolosi si citano quelli nell’articolo si parla della metà che non lavora sulle strade.
La cultura quindi dei giovani è importante così come è importante una cultura della mobilità che abbandoni le auto e si rivolga ai mezzi pubblici
Quando si trattano argomenti del genere sarebbe meglio attenersi ai dati reali, il fatto che si debba fare il possibile per ridurre gli infortuni sul lavoro non significa che la situazione italiana sia così catastrofica, l’Italia è nella media europea e il resto del mondo è messo molto peggio, gli incidenti sul lavoro sono in costante anche se lenta diminuizione, dire che l’Italia non è un paese civile quando in base alle statistiche sia come infotuni che come morti siamo tra i paesi meno colpiti al mondo è abbastanza controproducente, significa trascurare i lenti ma continui progressi che ci sono stati, e parlo per esperienza personale, io sono un invalido del lavoro, e nella mia precedente attività lavorativa mi sono fatto una buona esperienza concreta sulla prevenzione degli infortuni.
L’articolo in questione mi sembra , da esperto del settore un po superficiale, ma è un argomento veramente difficile da affrontare serenamente e c’è da parte di molti, anche a livello sindacale una tendenza ad affrontarlo in modo ideologico, mentre serve un pragmatismo che spesso manca, parlare di emergenza sembra sottointendere che ci si trovi su una strada sbagliata che il problema si stia aggravando mentre non è assolutamente vero, sia pur con fatica i morti sul lavoro diminuiscono, le condizioni di sicurezza anche nelle piccole fabbriche migliorano, per ogni morto sul lavoro in Italia ce ne sono 20 per alcolismo, per fare un esempio, ma non vedo altrettanto allarmismo, dire che “si deve rispondere con controlli, verifiche e politiche di tutela soprattutto verso gli occupati più deboli: quelli precari, quelli più inesperti.” può essere giusto in teoria, ma la teoria non salva la vita alle persone, meglio un attività per favorire il miglioramento delle condizioni di sicurezza e aiutare le imprese più piccole a sopportarne i costi che alcune volte sono enormi, a superare il problema spesso colpevolmente trascurato, ma reale della difficoltà nell’ obbligare i lavoratori a rispettare le normative, il testo unico approvato dal governo Prodi soffer di una burocratizzazione della prevenzione degli infortuni, gli infortuni si evutano molto di più favorendo la prevenzione che con la mentalità punitiva fine a se stessa che spesso si riduce a punire i mancati adempimenti formali.
Lascio alcuni indirizzi per chi voglia approfondire :
http://www.inail.it/Portale/appmanager/portale/desktop?_nfpb=true&_pageLabel=PAGE_STATISTICHE&nextPage=Statistiche_europee/index.jsp
http://ec.europa.eu/social/BlobServlet?docId=3071&langId=en
Diminuiscono anche gli occupati, crescono i disoccupati e quelli in CIG se è per questo. Tirare in ballo i morti sulle strade mentre vanno o tornano dal lavoro ricorda la storiella dei polli di Trilussa. Far finta che tutto va bene, arrampicando sulle statistiche (a proposito, quelle inail non tengono conto degli infortuni che non avvengono in orario di lavoro) mentre c’è gente che muore ancora di “lavoro”, “obbligata” a fare lo stuntmen, senza alcuna formazione. Temo che davvero pochi di voi hanno mai visto un cantiere edile. Io sì, quasi quotidianamente per il mio lavoro. So come lavorano le ditte in appalto e in sub-appalto, specie qui al sud.
Scusami Corsaro Rosso ma temo che tu non abbia compreso.
In un altro post (http://www.giornalettismo.com/archives/42260/la-crisi-che-non-c%E2%80%99e-prova-a-fermare-gli-incidenti-sul-lavoro/) avevamo messo in evidenza come la diminuzione degli incidenti quest’anno fosse dipesa dalla crisi e come, nonostante la diminuzione, nei cantieri edili il numero dei morti fosse rimasto uguale.
Ma cadere dall’impalcatura non è l’unico incidente e comunque tu la metti le statistiche dicono che muoiono più persone sulla strada (sempre lavorando) che nei cantieri. Ma se muore un operaio edile perchè era andato a caricare la sabbia con un camion senza freni non fa differenza sulla tragicità della situazione ma sull’efficacia dei controlli si (chi controlla lo stato dei mezzi di chi lavora? Quale legge o ispettore costringe a farlo?)
In ogni caso leggeno le statistiche (o dobbiamo fidarci solo delle impressioni dei singoli?) non si può negare che in Italia sono diminuiti i morti sul lavoro e non siamo, in questo senso, un paese del terzo mondo.
Si puà e si deve fare di più ma è proprio studiando bene le situazioni che si possono trarre delle misure non ideologiche per risolverle.
Una ultima cosa: cosa intendi per morti fuori dall’orario di lavoro non conteggiati dall’INPS? A cosa ti riferisci?
Il discorso sul morti sulle strade è solo una constatazione di una realtà, cioè che all’interno delle fabbriche e dei cantieri avvengono meno della metà degli infortuni e non è assolutamente vero che l’inail non tiene conto degli infortuni che avvengono al di fuori dell’orario di lavoro, dato che anche gli infortuni in itinere , cioè che avvengono dal momento in cui si esce da casa all’inizio del lavoro sono conteggiati dall’Inail.
C’è poi una considerazione da fare, quando nel 2003 sono stati eliminati gli uffici di collocamento c’era stata una proposta di legge per trasferire tutti gli impiegati degli uffici di collocamento presso le sedi Inail, in modo da liberare molte persone dalle incombenze burocratiche ed aumentare i controlli sui luoghi di lavoro, ma questo richiedeva un accordo con i sindacati che in base ad un diritto all’inamovibilità dei dipendenti pubblici hanno opposto una fiera resistenza, adesso gli uffici di collocamento si sono trasforati in inutili centri per l’impiego provinciali, mente gli organici dell’Inail risultano ancora insufficienti.
Nessuno fa finta che tutto vada benissimo, ma ritengo i discorsi astratti e ideologici sull’argomento un insulto nei confronti di chi lavora concretamente per migliorare la situazione, tutto qui.
Giustamente l’articolo parla di inail (l’ente nazionale cdegli infortunati sul lavoro) e non di inps (che è l’ente previdenziale). Io, per la mia attività, ho avuto a che fare sia con la 626 sia con la vecchia 46/90. Posso assicurarti che i cantieri a norma (specie quelli affidati a subappalti) sono una percentuale minima. Come posso assicurarti che persino le norme più elementari in materia di sicurezza, in molti cantieri, non vengono osservate. In molti casi le “visite” degli ispettori vengono “concordate” con i datori di lavoro che, guarda caso, proprio quel giorno tirano fuori dal magazzino caschi, guanti, mascherine e telai… Io ho visto cantieri “pubblici” dove non c’è addirittura la messa a terra delle stesse impalcature. E lo sai chi sono i primi a tacere? Proprio i lavoratori. Ricattati dalla seguente massima: “Sicurezza vuol dire spesa”, e mettere in sicurezza un cantiere vuol dire, di fatto, chiuderlo per un po’ di tempo col rischio di perdere una commessa. Ricordo un caso avvenuto in cantiere navale di mia conoscenza, per esempio. Dove la Cgil (la Cgil!) protestò contro l’applicazione, loro dicevano “troppo rigida”, della 626!
Saluti a tutti e Buon Natale .