Cultura

Il bibliotecario

6 dicembre 2009

Perché la vita, nonostante i problemi e le salite, riesce sempre ad essere una sequela di possibilità da prendere al volo

Ricordo ancora il momento in cui entrai per la prima volta nella biblioteca. La mia mano si adagiava mollemente in quella di mia madre quasi che non avessi bisogno di stringerla per potermi sentire sicuro. Lei mi trascinava con passo svelto, l’altra mano impegnata a tenere la ramazza e il secchio in un equilibrio precario che presto avrebbe implicato l’abbandono della mia. Mia madre mi lasciò lì, vicino ad uno scaffale enorme, uno come i tanti che il mio sguardo percorreva in lungo e in largo dappertutto sulla mia testa. Da lì sentii per la prima volta l’odore dei libri, la polvere che attaccava quelli vecchi, antichi con le pagine che quasi si staccavano se solo pensavi di sfogliarle, e quelli moderni con la colla che ancora spandeva per l’aria il sapore delle novità, le meraviglie che si nascondevano dietro ad un libro mai letto.

Allora non pensavo che questa sarebbe stata la mia casa, la mia fonte primaria ed inesauribile di affetti e racconti, la mia famiglia intorno al fuoco, la mia scuola, il posto dove professori erano sempre pazienti e non ti punivano se facevi una domanda sbagliata o troppo intelligente. Quello è stato il mio mondo, dove perdersi nei vicoli dietro un arco di purificazione a Kyoto e nei fiori degli Champs Elysee, dove alternare un tuffo in una terme romana dei tempi dell’impero ai freddi siderali dell’anno tremila. Eppure tutto avvenne per caso: l’anziano bibliotecario si imbatté in quella povera donna delle pulizie con figlio a carico. Più che il suo aspetto affascinò mia madre la cucina dove si dilettava, la pazienza che mi dedicava, la dignità che le garantì. Il primo libro antico che tastai fu il messale che porsi al parroco che li unì in matrimonio. Mia madre aveva un vestito sobrio ed un sorriso calmo, di chi ha corso tanto e finalmente è arrivata se non al traguardo, ad un sedia dove può riposarsi. Quella calma serenità li ha uniti fino alla fine, in una vecchiaia che è stata allietata dalla mia gioventù che gli ho dedicato, che ho devoluto al loro affetto e alla passione dei libri.

Non so cosa pensasse davvero di me mia madre, di quel figlio che non usciva mai, che era felice o triste a seconda del libro che leggeva, che non si arrabbiava o ribellava, qualunque cosa succedesse. Forse era contenta che io fossi protetto dai mali della vita, dai dolori che lei ha provato, che ho cercato di intuire in mille libri ma che non ho mai visto materializzarsi sulle sue labbra. A scuola non sono mai andato bene. Ero poco attento e poco interessato a far sapere che quelle cose le conoscevo bene, meglio dei professori. Restavo chiuso nel mio silenzio credendo di prendere così tutti in giro. Poi correvo a casa o in biblioteca a finire un altro libro. Quando a diciotto anni il mio patrigno morì conoscevo così bene la biblioteca, i libri e le procedure che venne naturale dare ad un doppio orfano la più adatta delle professioni. Ora dopo 45 anni sono uscito. Pensione la chiamano ma non è altro che una forma diversa in cui la società mi paga la passione per i libri. Eppure, uscendo da questo luogo, ritornando come bambino a quando ero solo un turista dei libri che sceglieva i gioielli da esaminare, sento che qualcosa è cambiato dentro.

4 commenti a Il bibliotecario

  1. Il libro è la fonte di una moltitudine di emozioni immaginarie, volendo!
    C’è quel connubio tra pensiero recondito e immaginario nel quale si estrinseca, in definitiva, la realtà.

    Bel racconto.

  2. l’odore dei libri… per quanto mi piaccia il computer e il web niente potrà mai sostituire quell’odore: leggere un libro è una magia.. anche quando lo rileggi per la millesima volta ^_^

  3. Non so se conosci la canzone di Roberto Vecchioni “le lettere d’amore”, dedicata a Fernando Pessoa.

    Questo tuo pezzo – particolarmente bello – me l’ha ricordata. Ed è una delle mie canzoni preferite.

    Bravissimo

    Carlo

  4. marblestone

    Ringrazio per i complimenti (Carlo non conoscevo la canzone ma andrò a sentirla).
    Il racconto era il tentativo di capovolgere lo stereotipo del topo di biblioteca: nei libri non c’è la vita, la vita sta fuori ma leggendo si capisce cosa è la vita e come viverla.
    Comunque dopo qualche racconto un po’ duro sono tornato ai lieti fine…la settimana prossima chissà…

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