Un film che parte con le premesse “Basta apparire”. Un viaggio dentro all’Italia ormai indissolubilmente plasmata a immagine e somiglianza di Mediaset. Una promessa trasgressiva difficile da mantenere
Erik Gandini è un cineasta svedese, ma di fatto italiano. Per questo suo Videocracy ha cercato di colpire un bersaglio bello grosso. Ha cercato di mostrare agli occhi degli italiani una realtà palese. Ha cercato di gridare che il re è nudo come il fanciulletto della famosa fiaba. Il gioco non è riuscito quasi per nulla e vi spiegherò come. Una premessa però è doverosa: non si possono giudicare come difetti delle precise scelte di genere fatte con consapevolezza da Gandini. In particolare quella di non sottolineare mai
con il voice over delle conclusioni, il non porre una vera e propria tesi al centro del film e il non tirare le fila. Perché Gandini sceglie (e con saggezza direi io) come suo genere il documentario pre-Moore. Del cineasta statunitense si possono fare molte critiche, infatti, dalla faziosità alla vera e propria antipatia, ma non si può dire che non sia un regista di talento. Talento tale da renderlo addirittura papà di un vero e proprio nuovo genere documentaristico: il documentario a tema. Tutto si svolge in una precisa direzione e ogni cosa deve essere portata come prova a sostegno di essa. Gandini questo non lo fa, inscrivendosi in un quadro più tradizionale e, per quanto mi riguarda, più apprezzabile.
LA VIDEOCRAZIA – In un documentario non a tesi una delle cose più importanti è quindi decidere che cosa far vedere. In questa decisione bisogna cercare di riportare con estrema oggettività ciò che accade e farlo con un occhio che renda impietosamente esplicito il fatto, rendendo lo spettatore libero di farsi la propria opinione. Gandini ci mostra fondamentalmente tre cose. La prima è un personaggio, di cui non ricordo il nome, che cerca in tutti i modi di sfondare nella televisione. Un ragazzotto senza alcun talento che non si sente diverso da tutti gli altri senza talento che stanno dalla parte “giusta” della macchina da presa. Come per le cose seguenti anche lui in realtà rappresenta una particolarizzazione di un aspetto generale, ovvero il corteo di giovani il cui ideale di vita è quello di diventare famosi senza avere alcuna capacità tangibile. Il secondo aspetto mostrato è il rapporto controverso tra chi crea le mostruosità dello spettacolo moderno (rappresentato da Lele Mora) e tra chi recita il ruolo del finto antagonista (il paparazzo, in questo caso Fabrizio Corona). Terzo e ultimo fatto: Silvio Berlusconi, il vertice della piramide videocratica.
LYNCH – L’aspetto più apprezzabile di questo film, che considero un piccolo disastro, è di sicuro il tentativo della scelta stilistica e alcune sue realizzazioni. C’è molto del “Lynch buono”, quello che riguarda l’ambito prettamente stilistico, in Videocracy. Ovvero quei due piccoli trucchetti che hanno un forte impatto emotivo sullo spettatore. Mi riferisco a due aspetti. Il più evidente è la paradossalità e il surrealismo di alcune scene. Cito a memoria Lele Mora biancovestito in una camera talmente bianca da dare il mal di testa e il balletto di gruppo al ralenti finale delle aspiranti veline. Il meno evidente è la colonna sonora: il documentario è quasi interamente scandito da una lunga nota bassa che non lascia libero respiro alle orecchie dello spettatore, mettendogli addosso un’inquietudine ancora maggiore delle bestialità dell’Italia mediatica che si deve sopportare sullo schermo. Rimane sempre il dubbio di quanto Lynch sia una scelta saggia per un documentario. Perché instilla in maniera subdola un giudizio, una nota faziosa. E questo è un primo piccolo tradimento del genere scelto che è difficile perdonare a Gandini. Un peccato veniale che gli sarebbe costato poco, se non fosse sommerso da ben altri problemi.

Quanta dietrologia! E’ vero che Videocracy è tutt’altro che perfetto ed è chiarissimo che Coscia lo avrebbe fatto in modo completamente diverso, però… io ho trovato la descrizione della figura di Berlusconi tutto sommato equilibrata: il diavolo sta nei commenti perfidi della fotografa di Porto Rotondo Marella Giovannelli. Inoltre ho trovato magistrale la prestazione di Lele Mora (che recita apertamente) mostrando la sua reale natura di gaudente da inferno dantesco, piuttosto svincolato dall’accidentalità delle vicende politiche in cui si è trovato implicato. Infine è memorabile la figura di Fabrizio Corona, che, com’è noto, si è reso conto del montaggio che sarebbe stato dato all’intervista solo la sera della “prima” (a meno che tu, Coscia, dubiti anche di questo). Un personaggio che esprime con incredibile nettezza che il vuoto, che nel 2009 si vuole – a torto – esclusivamente televisivo, ha una forma, una personalità, una volontà e un’intelligenza precise. Videocracy è un film sgradevole perché segnala chiaramente che in un mondo che definiamo disgustoso ci sono persone che ci si trovano benissimo (e si vede), che si nutrono del disprezzo dei più e che fanno numerosi proseliti. Come all’inferno, appunto.
Marcello, sarebbe dietrologia se fossi sicuro e dicessi chiaramente che Gandini ha davvero scritto il film con Corona o con l’ufficio stampa di Berlusconi. Sebbene lo suggerisca, mi guardo bene dal farlo. Perchè lo suggerisco?
Perchè da un lato c’è questo parallelismo tra Videocracy e i personaggi che vorrebbe “mettere alla gogna”: lo sfruttamento dei corpi e delle immagini. La metodologia è la stessa. Dall’altro Corona che vuole passare per furbo e Videocracy che prova a fare di tutto per esplicitare questi squallidi tentativi (suoi e di Mora, di cui non viene detto niente, lo si lascia sì recitare, ma senza una minima informazione su cosa c’è dietro questa recita) fa passare allo spettatore l’idea che il sistema sia governato da idioti. Che è tutt’altro che vero: sono ahinoi furbissimi.
Poi Videocracy è brutto anche per altri motivi tecnici e cinematografici, ma su questi mi pare che concordiamo.
Allora mi pare che stiamo dicendo cose simili in modo diverso e divergiamo solo sui fini ultimi (secondo me l’impostazione data è compatibile con l’indipendenza del regista e secondo te, no).
Il film non ci è piaciuto nel complesso anche se secondo me contiene delle parti assai riuscite (in particolare, appunto, Mora e Corona).
Mora: viene lasciato improvvisare ed è geniale (Mora, non Gandini), è libero di inventare il personaggio, mandare segnali allo spettatore, in fin dei conti scoprirsi completamente. Altro che idioti. L’unico idiota del film è purtroppo il personaggio iniziale. Si vede, e si capisce, invece, che Mora è furbissimo. Si intuisce anche che il giorno che SB dovesse cadere, non avrà difficoltà a ballare sulla sua tomba politica, perché a lui non importa della politica, della corruzione, della morale, a lui importa solo di godere più possibile. Senza Videocracy non avrei mai capito Lele Mora. 10 e lode.
Corona: qui è stato geniale (Gandini, non Corona) riuscendo a ribaltare completamente l’intenzione di Corona di manipolare i contenuti dell’intervista. Corona viene letteralmente “messo a nudo” attraverso le sue stesse parole e atteggiamenti e diventa, come dicevo nel commento precedente, una vera e propria icona del vuoto pneumatico.
Se un personaggio emerge con verità, questo dà merito al regista, quale che sia il modo in cui riesce in questo. Che Gandini ci sia riuscito per caso o meno, per me questo è accaduto due volte ed è per ciò che mi è piaciuto vedere Videocracy. L’eclissi del personaggio iniziale è, come dire, un difetto di sceneggiatura (l’inizio lascia credere una storia più incentrata su di lui e Michael Moore non avrebbe mai lasciato a metà strada un personaggio così promettente) più che una presa di posizione sulle gerarchie dei personaggi. Probabilmente Gandini alla fine aveva più materiale su Mora e Corona ed ha seguito un criterio, come dire “quantitativo”. Del resto, la storia la fanno gli eroi, giusto?
“Talento tale da renderlo addirittura papà di un vero e proprio nuovo genere documentaristico: il documentario a tema.” è difficile per me definire i generi ma così, a naso, non mi pare che sia il primo
@Gloria: e infatti ci ha raggione. Perchè la parola “tema” sarebbe da sostituire a “tesi”
Poi anche su quello se ne può parlare all’infinito, comunque è un fatto che il documentario “alla Moore” sia un genere a sè.
@Marcello: ti rispondo in maniera esaustiva appena ho un attimo.