Loris D’Ambrosio e quello che avrebbe potuto dire

di - Il consigliere giuridico di Napolitano scomparso ieri era stato da poco ascoltato dai pm. Nel '92-'93 lavorava all'ufficio del ministero che fu di Falcone. Con l'indagato Mancino era d'accordo su un intervento di Grasso

Loris D'Ambrosio e quello che avrebbe potuto dire
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A suo modo, Loris D’Ambrosio, il consigliere giuridico del presidente della Repubblica scomparso ieri, poteva essere un papabile uomo della svolta nell’accertamento della verità sulla trattativa tra mafia e Stato del ’92. Poteva esserlo non certamente per le frasi pronunciate al telefono nei mesi scorsi durante le conversazioni con il senatore Nicola Mancino, affermazioni verbalizzate dagli inquirenti e perfino diffuse a mezzo stampa, ma per il ruolo di custode delle impressioni del capo dello Stato sulla gestione della complessa e delicata faccenda di cui si stanno occupando i giudici di Palermo: il dialogo tra pezzi delle istituzioni e rappresentanti della criminalità organizzata siciliana per mettere fine alla stagione delle stragi di cui furono vittima, tra gli altri, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

L’AIUTO A MANCINO – D’Ambrosio da poche settimane era passato dal ruolo di sconosciuto giurista al servizio di Giorgio Napolitano a quello di servitore dello Stato chiacchierato e attenzionato. I fatti recenti sono noti. Nicola Mancino viene indagato dai pm di Palermo per falsa testimonianza nell’ambito della trattativa tra mafia e Stato del ’92-’93 a causa delle incongruenze tra le dichiarazioni dei vari rappresentanti delle istituzioni ascoltati. Temendo probabili confronti davanti ai giudici con altri politici che potrebbero aggravare la sua posizione, l’ex senatore ed ex vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura, chiama con insistenza il consigliere giuridico del capo dello Stato, D’Ambrosio, per chiedere un’intervento di Napolitano al fine di evitare i faccia a faccia.

“PARLERO’ CON IL PRESIDENTE…” – In particolare Mancino, che poche settimane prima della strage di via D’Amelio fu nominato ministro degli Interni (l’insediamento al Viminale avviene il primo luglio ’92) teme un dialogo con l’allora ministro della Giustizia Claudio Martelli. Eloquente una conversazione del 5 marzo 2012:

Mancino: Vorrei evitare che venisse accolta l’istanza in un ulteriore confronto con Martelli, che dice colossali bugie. Diciamo visto che è stato respinto il confronto con il generale Tavormina. D’Ambrosio: Solo che io, che io per adesso, posso parlare col presidente però, perché se l’ha presa a cuore, se l’aveva presa a cuore la questione però eh… mi sa che francamente ritengo difficile come si fa? Perché se quello chiede, no? Eh… si può dire come si fa a obiettare. M: No, quello non può dire niente… la… l’unico, l’unico che può dire qualche cosa è Messineo. L’altro che può dire qualche cosa è Grasso. D: e va bene adesso io sento il presidente. M: Però il collegio a mio avviso lì, un collegio equilibrato. Come ha ritenuto inutile il confronto Tavormina, così potrebbe anche rigettare, per analog ia. D: Sì, ho capito però il problema è intervenire sul collegio è una cosa molto delicata questo è quello che voglio dire. M: Questo io l’ho capito. D: Provo a chiamare Grasso… caso mai ci sentiamo tra oggi e domani, va bene? M: mi scusi eh.

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6 Commenti

  1. il moralizzatore scrive:

    Vergognoso che gli uffici dell’istituzione della presidenza della repubblica (minuscole volute) possano essere anche solo sfiorati dal dubbio che al suo interno ci si dedichi a maneggi o aggiustamenti sfruttando l’influenza di cui gode.
    E curioso che questi personaggi schiattino sempre d’infarto o si suicidino solo dopo che vengono beccati con le mani nella marmellata, e mai prima o durante..

    • Pietro d'Ambrosio scrive:

      Ed ecco l’ennesimo “OMICIDIO DI STATO” . Bravo Giorgio I° – continua così; in efetti a te mancavano, dal tuo ben fornito armadio di ossa umane, quelle di un povero idiota illuso di servire le Istituzioni della Repubblica e non gentaglia ancor più squallida dei Riina e Provenzano e ” u verru”; quelli almeno hanno inizialmente rischiato; questi pretendono di esere salutati e riveriti e chiamati onorovoli: Ma li mortacci vostri e di tutta la casta nessunissimo escluso.

  2. blackbird scrive:

    Scalfaro quand’era Presidente ricevette una telefonata di un conoscente nei guai con la legge; cortesemente rispose che non poteva farci niente e riattaccò. Dato che la persona era sotto controllo la notizia venne fuori, ma Scalfaro non fece nessun vittimismo o sceneggiata, per bloccare la notizia…..due pesi e due Presidenti, diversi!!

  3. massimo1 scrive:

    Certo la morte rende tutti più uguali ma lascia sempre un qualcosa di amaro in bocca. Qualcosa che avremmo potuto sapere e non sapremo mai. Niente strumentalizzazioni per favore ma solo rispetto per una persona che non c’è più, a differenza del “nostro” amato presidente della repubblica che, al contrario, non gli è sembrato inopportuno e fuori luogo sparare a zero come ha fatto.

  4. Stefano scrive:

    D’ambrosio – deceduto infarto
    Giudice Barillaro – deceduto incidente in Africa
    Ingroia – trasferito in Guatemala (praticamente un morto che cammina)
    Scarpinato – Fascicolo per trasferimento da caltanisetta
    Il tutto in pochi giorni dall’uscita delle notizie sulle intercettazioni all’ufficio della presidenza del Quirinale
    Dubbi?

    Ah…..Napolitano presidente della camera 92-93
    Ah…..Napolitano ministro interno con fuga di Licio Gelli

  5. blackbird scrive:

    se Napolitano fosse stato realmente corretto avrebbe permesso a D’Ambrosio di dire tutta la verità, sollevandolo dal segreto. Non l’ha permesso e questo fa pensare assai male di lui. Questa attribuzione alla stampa delle responsabilità della sua morte, rende la faccenda anoca più becera. Cosa devono nascondere all’unisono Mancino e Napolitano?!??

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