Storia della Coppa del Mondo focalizzata sul cammino di chi è arrivato ad un passo dal titolo, solo sfiorando la gloria eterna, ed è per questo finito spesso nel dimenticatoio.
Italia 1970: l’8 ottobre 1964 il Congresso FIFA di Tokyo assegna per 56 voti a 32 l’organizzazione della nona Coppa Rimet al Messico: per la terza volta è battuta l’Argentina, che non riuscirà nemmeno a qualificarsi. Fra le serie pretendenti al titolo si annovera l’Italia: dopo le vacche magre del Dopoguerra, nel 1968 ha vinto l’Europeo giocato in casa. Comincia ad entrare a pieno regime il cagliaritano Riva, sui cui gol gli Azzurri si appoggiano alla ricerca di un nuovo alloro, stavolta mondiale. Il viaggio per il Messico passa per il Gruppo 3 di qualificazione. Sorteggio fortunato: solo 2 avversarie, Galles e Germania Est, non il meglio ma nemmeno il peggio. Inoltre l’Italia organizza le sue due partite interne come le ultime del girone, giusto per ricordare chi è la testa di serie, anche se le prime due gare sono le sue trasferte. Novità regolamentare: è ammessa la sostituzione di due
giocatori. Per l’Italia sarà una carta vincente, almeno fino ad un certo punto.
PARTITI - Si comincia a Cardiff il 23 ottobre 1968. Vittoria di misura, 1-0: decide ovviamente Riva ovviamente in contropiede. Assai più ostica la trasferta di Berlino: i tedeschi orientali vanno due volte in vantaggio (Vogel e Kreische) ma è sempre Riva a pareggiare i conti, col 2-2 siglato a 8’ dalla fine. Spazio al doppio confronto Germania Est–Galles, che lascia i britannici a 0 punti e già eliminati quando si presentano a Roma il 4 novembre 1969. Nonostante il 4-1 finale, con Riva ancora sugli scudi con una tripletta, la gara è fin troppo sofferta: sullo 0-0 Toschack centra la traversa di Albertosi, preferito per l’occasione a Zoff, e fino al 73’ si è “solo” 2-1. Ma Riva nasconde tutte le magagne. 18 giorni dopo ultima gara decisiva colla Germania Est a Napoli: entrambe le formazioni hanno 5 punti, quindi chi vince va in Messico (e se si pareggia, si… spareggia). Ma l’Italia sfodera una prestazione perentoria che si chiude dopo nemmeno 40’ sul 3-0 finale: stavolta Riva si limita a segnare la terza rete e a farsi parare un rigore nella ripresa. Messico 70 pare proprio una “summa” delle prime 8 edizioni: nessuna protagonista storica manca all’appello, ad eccezione dell’Ungheria. In particolare sono presenti tutt’e 5 i campioni del Mondo. Oltre ai due cambi, nella fase finale si inaugurano i cartellini: finora ammonizioni ed espulsioni sono state solo verbali, creando spesso confusione. Idea dell’inglese Aston (arbitro di Cile-Italia del 1962), ispirata dal semaforo. In Inghilterra-Argentina del 1966, dov’era commissario di campo, scoprì, come tutti, solo dal referto arbitrale che Rattin era stato espulso per doppia ammonizione: nessuno si era accorto della prima. Per rendere quindi visibili a tutti le sanzioni disciplinari, Aston pensa a dei cartellini colorati da sventolare davanti al giocatore e visibili a tutti. Altra novità, la presenza di una rappresentante fissa africana: ci rimette l’Europa che si vede privata di una squadra (saranno solo 8 e non più 9). È il Marocco a rappresentare il Continente Nero, tutto sommato dignitosamente.
TECNICISMI – La formula non conosce modifiche, così come il calendario (le gare dei gironi si giocano in sei giorni diversi): per il sorteggio spariscono le teste di serie e ci si affida alle sole fasce geografiche, anche se le europee sono divise per i (supposti) rapporti di forza. La dea bendata accontenta un po’ tutti, tranne Brasile ed Inghilterra, che finiscono nello stesso girone assieme a Cecoslovacchia e Romania. L’Italia becca l’Uruguay, la Svezia ed Israele: girone non morbido, rognoso finché si vuole ma superabile. Nell’Italia si consuma il solito teatrino polemico: Albertosi è preferito a Zoff, Anastasi vittima di uno scherzo idiota torna a casa ed è sostituito da due attaccanti (Boninsegna e Prati) e a farne le spese è Lodetti, Rivera sente aria di esclusione e pianta grane. Si teme molto l’altura, tanto da aver fatto a inizio ’69 due amichevoli contro il Messico per studiare l’ambiente. A risentirne maggiormente è Riva, che si spegne. Si comincia il 3 giugno contro la Svezia e pare una passeggiata: al 10’ Domenghini segna grazie ad una papera di Hellström, 2’ prima Boninsegna aveva colto un palo. Rimarrà l’unica rete nella fase a gironi. I rimanenti 80’ servono solo a contenere la reazione svedese, che si materializza solo all’85’ colla rete di Kindvall annullata per fuorigioco. 3 giorni dopo l’incontro verità coll’Uruguay: il CT Valcareggi inaugura la “staffetta”,ovvero un cambio all’intervallo (Furino per Domenghini), soluzione che sarà sempre riproposta. La gara termina col più classico degli 0-0 che va bene ad entrambi. Più all’Italia, a cui rimane solo l’ultima gara con Israele, capace di strappare un pareggio agli svedesi, che si gioca già sapendo che basta il pareggio per passare il turno. La Corea, affrontata in simili condizioni, è ancora fresca, ma stavolta non c’è spazio per le sorprese troppo negative. È però 0-0, a causa di un palo di De Sisti (sempre all’8’) e di un gol di Domenghini ingiustamente annullato per fuorigioco.




manca una cosina, su ‘sto pezzo: ovvero che quella era l’Italia nei singoli più forte di tutti i tempi, fino al mondiale Usa: tutte e due non hanno vinto, casualità della storia
E sempre perdendo in finale col Brasile, altra casualità.
perché ogni forte ha il suo più forte
(brasile 70 però era superiore all’altro)
Su quello non credo che ci siano dubbi. D’altronde il Brasile ’70 vinse tutt’e 12 le gare disputate (mai più accaduto), mentre il Brasile ’94 riuscì nell’impresa di perdere per la prima volta nella storia una gara nelle eliminatorie (e con che avversaria: la Bolivia!).