Libera informazione e web: un punto di vista
In principio furono i blog: quando il 2.0 arrivò in Italia, sospinto dalla vertiginosa crescita statunitense e mondiale, la libera informazione non sembrava più una chimera ma la realtà. Foraggiata dall’apertura indiscriminata, dovuta all’abbattimento delle difficoltà tecnologiche per essere presenti in rete – è arrivata l’era dei CMS - la carica dei giornalisti in erba non tarda ad arrivare.
SI NO FORSE - Quando i blog erano una realtà che si andava consolidando,
tanta era la speranza che chi usava e viveva il mezzo internet ogni giorno aveva riposto in questa nuova “rivoluzione“. I concetti, cari ai sociologi, di nicchia e Long Tail avevano fatto prevedere per questa forma di informazione un rapido successo, destinato a cambiare per sempre il modo di intendere l’Informazione stessa in Italia. L’idea era quella di avere una vetrina su tutti i campi possibili e immaginabili su cui chiunque volesse informarsi (il che poi sarebbe la diretta applicazione del concetto di Long Tail): cerco informazioni sulla pesca? Troverò il blog di qualcuno che ne sa molto. Mi interessa praticare diving? Basta cercare un blog su Google. Come al solito la realtà ha riportato tutti con i piedi per terra. Il perché di questa lunga disquisizione è presto detto: nel momento in cui si è pensato questo, quella famosa anomalia italiana – che molti indicano come Berlusconi scegliendo fra luna e dito ovviamente il secondo – si è rivelata in tutta la sua forza.
DUNQUE – Consiste in sostanza nella formazione della “cultura” (in senso antropologico) del suo popolo: fuor da logiche che qualcuno definirebbe radical chic, ripercorrendo la storia mediale dall’Italia unita in poi è semplice constatare quanto sia divenuta essenzialmente individualistica pur mantenendo un substrato di “collettività” che solitamente si manifesta solo in concomitanza di eventi tragici o, al contrario, infinitamente gioiosi (ad esempio la morte dei nostri militari da un lato, la vittoria del mondiale dall’altro). Per il resto, l’uomo italico è solo. E preferisce così. In tal mondo, dai blog, si è passati agli aggregatori. Di blog prima, di notizie poi. Successivamente sono arrivati i social network e le loro declinazioni giornalistiche. Quindi i primi magazine ed infine le fanpage. Il paradosso, qualora non fosse chiaro, è presto spiegato: dall’informazione dal basso si è ripassati direttamente a un’aggregazione di utenti e menti che si differenzia dai giornali solo, probabilmente, per il budget. Il lettore dirà: embè? Di riffa e di raffa l’importante è che emerga un’informazione diversa. Sì, ma emerge? Sempre? O solo se la riprendono quotidiani e tv? Ecco, il punto è questo.
CONCLUSIONE? - Quello che emerge è quello che interessa ai media mainstream. E quello che interessa ai media mainstream è esattamente
l’informazione che il web “disprezza” ma a cui deve piegarsi se vuole emergere. Certo spesso per diffondersi, i nuovi modelli comunicativi hanno bisogno di tempo. Ma nello stesso lasso di tempo che è intercorso da quando Internet è nato e si è propagato in Italia, la Tv dava già lezioni di vita (e grammatica) al popolo. Il tempo era diverso, certo, e anche la storia. Ma un dato di fatto rimane: oggi il modello che ancora vince, a differenza di tanti altri paesi del mondo, è quello televisivo. E se il web vuole emergere, deve attenercisi. Un circolo vizioso lampante e pericoloso, che ha sinora reso vani gli sforzi di quanti credono nel web come media alternativo alla televisione per informarsi. Che ci sono. Ma, vien da dire, sono piccole gocce di un mare che ancora si agita per le cosce di una velina, e non per le notizie che porta. Anche sul web.























E’ una visione realista dello “stato dell’arte”. Però va ricordato come l’uso e il consumo dei mass media ha ormai raggiunto dimensioni ed intensità stupefacenti. La visione della tv è una abitudine di massa radicata profondamente nel costume quotidiano. E’, in un certo, senso essa stessa “pane quotidiano”. Internet, ancora non lo è. La Tv nei primi anni ‘50 era uno strumento “mitico” però accessibile, pedagogicamente passivo, ma aperto a tutti. Inoltre, ha influito sul costume del nostro paese ma l’ha pure subito. Vedere un ballerina scosciata, fino agli anni ‘70, faceva ancora scandalo. Oggi, invece, vediamo cose vomitevoli, alle quali però ci siamo alla fine assuefatti, più o meno tutti. Internet, viceversa, è vittima delle sue stesse tante eterodosse libertà.
Non sottovaluterei poi il fattore generazionale. La vecchietta di Tremonti (quella che non sa usare la carta di credito, tanto per intenderci) probabilmente non sa avviare nemmeno una connessione ad internet. La tv, invece, ti entra in casa, tutti sanno premere un pulsante del telecomando e non ti chiede altro sforzo intellettuale. Io la metterei in questo modo. E’ una guerra tra pigrizia o se vi pare ozio e curiosità intellettuale. Una popolazione, di fatto, vecchia come quella italiana, difficilmente lascerà la via vecchia (la pigrizia) per quella nuova (la curiosità) o comunque lo farà molto più lentamente rispetto ad altre. Tanto è vero che nell’articolo si parla esplicitamente di internet italiana.
l’articolo mi sembra molto deficitario e tirato via, dimenticando per esempio di citare le BBS, le prime chat, i gruppi, le mailing-list e le newsletter, che agli esordi della rete costituirono l’ossatura del discorso “pubblico” telematico anche nel nostro paese
poi, parlndo d’informazione dal basso, come dimenticare il contributo offerto da Indymedia, con il sito italiano ad assumere grande rilevanza nel network internazionale?
come dimenticare il contributo della comunità hacker allo sviluppo del mediattivismo, come dimenticare l’esistenza stessa del mediattivismo?