Farina contro Saviano, Bondi pure all’attacco dell’autore di Gomorra. Cosentino che gigioneggia e Ferrara che se la comanda. La stampa ogni volta che si parla di collusioni tra politica e camorra sembra quasi impazzire.
Nel giornale si trova tutto. Basta leggerlo con sufficiente odio.
Elias Canetti
Quel che conta è credere nella propria causa: il resto non esiste. Mentre le indagini della varie procure sulle stragi ’92-’93 convergono
sempre di più su un ex allenatore di calcio nonché bibliofilo siciliano traviato da pessime amicizie e su un misterioso imprenditore-viveur del Nord prestato alla politica grazie all’intercessione di Dio e dei falsi in bilancio, il fronte anti-antimafia si dimostra più compatto che mai. Scrivono sui loro giornali, portano avanti la loro battaglia, non fanno prigionieri e, soprattutto, non si vergognano affatto di quello che vanno dicendo da alcune settimane.
O’ ANTI-ANTISISTEMA - Cominciamo dalla Campania. La regione ormai ha superato la Calabria nella quota di indagati/imputati/condannati che siedono al Consiglio regionale, ma questo è nulla in confronto all’appello lanciato da Saviano su Repubblica. Monnezza, collusioni, un territorio allo sbando: trascurabili cazzate, in certi ambienti. Le parole feriscono molto di più di una scarica di piombo o di un fusto di liquame tossico interrato sotto un campo. Il soldato Farina-Betulla deve sventare la minaccia che proviene dallo scrittore sotto minaccia camorrista – e riesce a farlo piuttosto agevolmente, dato che “dopo le ultime mosse si è palesato ormai come un avversario persino modesto” a cui la Storia “ha assegnato un vestito che ora gli va grande”. Persa in 4-5 righe l’autorità morale conquistata con Gomorra, l’autore deve accontentarsi di “essere trattato come uno qualsiasi del solito giro degli estensori di appelli antiberlusconiani dall’italiano un po’ pasticciato”, quindi male, ed inoltre sarebbe anche ora di scendere dal “cavallo di bronzo”, dato che “non è ancora un monumento”. E anzi, Saviano si è trasformato “nell’icona immacolata del pensiero meno immacolato che ci sia”, diventando dunque “un giannizzero capo”, una “faccia di bronzo” che svilisce le sue medaglie “combattendo battaglie che non sono quelle per cui è giustamente onorato”. Insomma, Saviano, torna a pisciare nella villa di Sandokan/Tony Montana e non azzardarti ad uscire dal perimetro di Casal di Principe: “Del Piero siccome è bravo a fare gol e ha uno sguardo perbene reclamizza le acque minerali. Saviano, che ha fatto gol in letteratura e nella denuncia della mafia, ha accettato il ruolo di testimonial di quella specie di purga neo-staliniana che vuole eliminare dal consesso politico Berlusconi“. E Farina è intervenuto a piedi uniti, a gioco fermo e palla lontana. E la prova televisiva è stata inquinata. Dopo di lui, naturalmente non poteva mancare Sandro Bondi, aka il Ministro della Cultura. Ministro della Cultura. Ministro della Cultura. Scusate, ma ogni volta che ci penso devo ripeterlo 3 volte per rendermene conto. Ad ogni modo, anche Bondi prende carta e penna, la intinge nella sua soave lingua da poeta crepuscolar-arcoriano e indirizza una missiva a Saviano via Repubblica. “Lei, caro Saviano, è onesto ed entusiasta”. Dunque è un soggetto pericoloso: “vorrei, proprio per questo, rivolgermi a lei chiedendole se non ritiene possibile trovare nuove vie d’espressione rispetto alla propensione degli intellettuali italiani a farsi partito e farsi impadronire dal demone della politicizzazione e della partitizzazione della cultura“. Ministro della Cultura. Ministro della Cultura. Ministro. Della. Cultura. Dopo Farina e Bondi è il turno di Nicola “O’ americano” Cosentino. In una leggiadra intervista a Libero (alcune domande: “Come ha fatto a conquistare una moglie tanto più bella e alta di lei?”; “Ricorda la sua prima cotta?”; “La sua prima volta?”; “Vero che sotto la doccia canta le canzoni di Califano?”), dopo aver ribadito che nemmeno in caso di arresto è disposto a rinunciare alla candidatura alla Regione (nessun pericolo: la giunta per le autorizzazioni ha prontamente sventato l’evenienza votando contro la richiesta dei pm), dice che Saviano non ha “una vera percezione della camorra”. In effetti, stando alle accuse della procura, il fedelissimo berlusconiano è decisamente più titolato di uno scrittore condannato a morte e costretto a vivere sotto scorta ad occuparsi di criminalità organizzata. À la guerre comme à la guerre.
NON E’ COSA LORO - Passiamo in Sicilia. Da circa una settimana il Foglio
si è appostato su una collina, ha imbracciato un fucile di precisione, ha passato della saliva sul mirino per colpire meglio ed ha impallinato il nemico più temibile del momento: il concorso esterno in associazione mafiosa. Ora, il concorso esterno è una forma di incriminazione tutta giurisprudenziale, elaborata ai tempi del primo pool antimafia, ottenuta in seguito combinando gli artt. 110 e 416-bis del codice penale. Dopo la sentenza Demitry del 1994 (Sezioni Unite della Cassazione), la prima a teorizzare e circoscriverne l’impianto, le maglie si sono allargate: può esserci concorso esterno in qualsiasi momento di vita del sodalizio criminale. Tuttavia l’istituto ha creato non pochi problemi nel corso degli anni: se in astratto può essere un ottimo strumento per colpire i fiancheggiatori, nella pratica giudiziaria regge poco al vaglio di un tribunale. In 16 anni (dati aggiornati al 2007), 7190 persone sono state accusate per questo reato; 2952 sono state le richieste di archiviazione; 1992 i casi in cui è stato chiesto il rinvio a giudizio; 542 sono state invece le sentenze definite. Meno di 15 fiancheggiatori all’anno. Il punto: è estremamente difficile ricondurre sotto una fattispecie penale comportamenti sfuggenti, liquidi, dai contorni poco definiti. Servirebbe che giuristi, magistrati e operatori del diritto si mettessero attorno ad un tavolo e discutessero seriamente la faccenda. Ma non succederà, almeno non di questi tempi.



Farina, “”il BETULLA”" infiltrato nei servizi segreti per conto di Feltri, per carpire segreti su “” TUTTI “”, per poi utilizzarli per ricatti e minacce (vedi caso Boffo). Farina, espulso dall’associazione della Stampa (o quello che sia) Farina, promosso ON. (di che?) da Berlusconi per servigi prestati sul campo in difesa dei Suoi interessi (di Berlusconi). Farina, un giorno lo chiameranno il Farina di Riace!
Oh oh, ho capito. Questo è quello che vola alto, che ha in gran dispitto la volgarità degli argomenti delle fazioni. E che, pur essendo superpartigiano, immagina in cuor suo di essere al di sopra di esse, in quanto seduto alla destra del suo Dio, la Legge. In fin dei conti alla “sua” fazione rimprovera la mancanza di finezza. All’altra la forma e i contenuti. In fin dei conti anche Robespierre era così: il giacobino fine, col gusto per la forma, per l’astratta correttezza della prassi. La fredda intelligenza dominata dalle passioni, nel senso antichissimo del termine. E che perciò, sempre in fin dei conti, nell’aberrazione riusciva a superare il sanculottismo degli zotici. E così anche il nostro articolista dopo tanto disgusto per la plebe, nonostante tutto anche lui come un qualsiasi fanatico grillino riesce a credere, volendoci credere, che il Berlusca è il bombarolo stragista che tutto spiega della nostra storia recente e magari anche di quella passata. Prima e dopo Berlusconi, come Gesù Cristo, in negativo. E non potendo essere al livello degli altri, gli antiberlusconiani rozzi, bensì il primo della classe, firma la sua requisitoria tirando fuori dal cilindro il coniglio hitleriano.
In questo tributo alla Dea Ragione riesce a scrivere che: “Per difendere il capo si mettono in campo le più circonvolute & cervellotiche stronzate, sempre più indifendibili, sempre più assurde, sempre più fragorose”. Naturalmente, basta sostituire quel “difendere” con un “attaccare”, per riconciliarsi con l’umanità ancora con la testa a posto.