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Culturadi Michele Coscia
pubblicato il 27 novembre 2009 alle 11:30 dallo stesso autore - torna alla home

E’ una nuova storia infinita quella che si staglia di fronte ai nostri increduli occhi da fanciullini. Un bellissimo pezzo di cinema che dà di nuovo potere al cuore e ai sentimenti più piccoli e più puri.

where the wild things are Nel paese delle creature selvaggeSpike Jonze. Un altro alfiere del piccolo esercito di autori di videoclip degli anni ‘90 che, fatto il grande salto sul grandissimo schermo, hanno saputo innovare e disintegrare il muro di certezze dello schermo rappresentato dal grosso telo bianco. Suoi commilitoni, giusto per fare due nomi, sono Michel Gondry e David Fincher. Il suo passato è fatto da esperimenti che sono sempre risultati interessanti, anche se hanno messo in pubblica piazza luci ed ombre. In “Essere John Malkovic” si trova davanti la sceneggiatura genialissima di Kaufman e la svolge con diligenza e genio, anche se dopo una prima metà esplosiva ci si ritrova con una bomba che fornisce solo una parte del suo potenziale. Stesso discorso si può fare per “Adaptation”, che oltretutto parte da assunti ben meno destabilizzanti e affascinanti della sua opera prima cinematografica. Con questo paese delle creature selvagge anche Jonze si affranca, come Gondry, dalle sceneggiature di Kaufman, per mettersi direttamente alla scrittura con Eggers di un’opera più personale e staccata da tutto quello che ha fatto finora. Vediamo com’è andata.

MAX RECORDS – Tutto il film è ciò che vedono gli occhi di Max Records. Un bambino che si potrebbe definire un “ribelle”, certamente anticonvenzionale. Lo seguiamo all’inizio del film mentre gioca da solo costruendosi un fortino di ghiaccio. Lo vediamo cominciare una disperata battaglia di neve con gli amici più grandi della ragazzina di cui è innamorato, ma è destinato a perdere e ad essere umiliato. Lo vediamo nel suo controverso rapporto con la madre, che culla con amore le sue fantasie, ma non abbastanza. In una relazione ribelle ed totalitaria Max la vorrebbe tutta per sé e questo lo porta a compiere anche gesti che non vorrebbe fare, di violenza contro la madre. Questa è la molla che fa scattare la fuga di Max verso un mondo where the wild things are Nel paese delle creature selvaggecreato dalla sua fantasia e raggiungibile solo con una minuscola barca a vela che lo conduce lontano, oltre l’orizzonte. Nel paese di queste misteriose creature selvagge.

MASCHERE – E’ facile intuire chi e che cosa sono realmente le creature selvagge del titolo. Dietro a testoni in computer grafica e pellicce abitate da attori stanno delle metafore, delle rappresentazioni. Sono maschere, nel vero senso della parola, che rappresentano il mondo attorno a Max. C’è la figura comprensiva e materna, bistrattata dall’alter ego peloso del protagonista. Ci sono gli amici che attorniano la sua casa e fanno abitare nella sua testa paure, desideri e incomprensioni. Max se ne rende re, frettolosa dimostrazione di quanto è forte il desiderio di riuscire a dominare ciò che cresce dentro il suo corpo e dentro la sua testa. E’ la sensazione del non capire, del mancato controllo della crescita che lo rende un disperato dittatore di queste forze. Che all’inizio sembrano essere docili ai suoi comandi, al suo infantile regnare. Che si imbarcano in putiferi e rifugi dalla forma fantasiosa, in battaglie all’ultimo sangue, in un parallelismo giocoso della guerra di palle di neve della sequenza iniziale. E’ evidente che assistiamo alla versione perfetta della realtà di Max, a un’esplicita sua voglia di vedere le cose come davvero dovrebbero essere per lui. Purtroppo (per Max, per noi è un bel sollucchero) queste sue concretizzazioni cominciano a mettere in dubbio la sua autorità, a sfuggire al controllo del loro dittatore, a dimostrare una forza e una testa propria.

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