Life. Ovvero il ritorno alla vita di un poliziotto miliardario
08/09/2008 - Un riccone che diventa tutore dell’ordine? Possibile, in “life”, nuova fiction che sbarca sulle nostre tv. Noioso al punto giusto, con qualche spunto che lascia ben sperare per un non completo flop. “Senza satellite”: la rubrica-antologia di tutto quello che
Un riccone che diventa tutore dell’ordine? Possibile, in “life”, nuova fiction che sbarca sulle nostre tv. Noioso al punto giusto, con qualche spunto che lascia ben sperare per un non completo flop.
“Senza satellite”: la rubrica-antologia di tutto quello che si è costretti a vedere quando non ci si può permettere la pay-tv.
Se uno è miliardario, è credibile che rischi la vita a fare il poliziotto? No, direbbe il buon senso. Ma il buon senso, è noto, non è la principale fonte di ispirazione per gli autori di fiction tv, che infatti da almeno trent’anni inventano, di tanto in tanto, serie in cui i protagonisti sono ricchi, straricchi, ricchi da fare schifo, e nonostante ciò risultano regolarmente in forza alla polizia americana, portano la pistola, arrestano i malviventi, fanno appostamenti, insomma si ciucciano tutte quelle cose noiose, antipatiche e insopportabili che qualsiasi poliziotto vero lascerebbe immediatamente se gli capitasse un sei all’Enalotto. Il primo telefilm
del genere fu La legge di Burke, dove Amos Burke, appunto, capitano di polizia immensamente ricco – e dotato di un figliolo immensamente scemotto, dato che, invece di fidanzarsi con Naomi Campbell e non fare un caspita, seguiva le orme paterne – acciuffava colpevoli in limousine, con tanto di cuoco personale al seguito e anello con diamante sbriluccicante al dito, da usarsi al posto della più cheap lampada negli occhi per abbagliare i sospettati durante gli interrogatori.
LA STORIA - Col passare degli anni, persino gli sceneggiatori di Hollywood si sono resi conto che al pubblico gli puoi propinare storie assurde fino da un certo punto. Così, per metter in piedi la serie Life, dove c’è un poliziotto miliardario protagonista, sono ricorsi da un espediente narrativo nuovo: il poliziotto gronda quattrini – quanti è imprecisato, ma parecchi milioni di dollari, par di capire – ma li ha avuti come risarcimento dallo stato, dopo essere stato ingiustamente condannato per omicidio ed essersi fatto dodici anni di galera in un carcere di massima sicurezza. Dietro le sbarre, Charlie Crews è stato pestato e tormentato da guardie e compagni di cella; ma lui zitto e buono, ha aspettato, aspettato, aspettato che la Giustizia facesse il suo corso, senza nemmeno invocare un Lodo Alfano o un fumus persecutionis, che da quelle parti non tira; così, dopo tanto penare, grazie ad una avvocatessa che non ha mollato il colpo e non è bruttarella come Taormina, è tornato a riprendersi la sua life, appunto, e si è fatto pure reintegrare in servizio. Per sopportare tutto questo gli è stato di innegabile aiuto essere diventato adepto della filosofia zen. Almeno così ci viene detto, anche se il fatto che in una delle stanze del suo villone (vuoto, secondo i dettami orientali che dicono di evitare il superfluo) ci sia una intera parete tappezzata delle foto di chi sospetta che lo abbia incastrato lascia presumere che lo zen non impedirà al protagonista di cercare sonora vendetta sui colleghi fedifraghi.
TORNARE A VIVERE - Intanto, il poliziotto miliardario, rientrato nel mondo reale, cerca di riabituarsi alla vita, anche se alcune cose, tipo i cellulari che fanno foto e il bluetooth in macchina lo spiazzano, mentre altre, come il fatto che la moglie si sia felicemente risposata, si limitano ad irritarlo, e sfoga
concedendosi il lusso di fare multe al nuovo marito beccato senza cintura. Che non è granché, siamo d’accordo, come vendetta, ma siamo solo alla prima puntata.
I PROTAGONISTI – Onestamente, dare un giudizio su Life è difficile: da quanto visto finora, c’è qualche mossa astuta per dare ritmo – improntare, per esempio, pezzi di fiction come se si trattasse di un documentario sul “caso”, in cui vengono intervistati amici, parenti e l’avvocato- , ma nel complesso la prima puntata risulta farraginosa e piatta. Troppo stralunato il protagonista, che per ora, più che un personaggio, risulta al massimo un insieme poco coerente di tic nervosi; stereotipata la collega, che viene messa alle costole del redivivo solo perché ha alle spalle problemi di droga e i superiori intendono usarla come spia per riuscire a far fuori l’incomodo (sì, ma già dopo neanche due ore si schiera dalla sua parte, e lo copre con la “capa” cattiva. Ecchedaimine, non li fanno più i doppiogiochisti di una volta!); peggio che peggio colleghi e comandante (femmina): hanno talmente scritto in faccia che l’hanno incastrato, che non si capisce proprio come il povero cristo abbia potuto essere condannato al processo, a meno che la giuria non fosse formata da ciechi, sordi e citrulli che non hanno mai visto un cattivo da telelnovela. Nell’insieme, insomma, la trama, è piuttosto scadente, e il plot della puntata in sé banalissimo: insomma, tutto noiosetto nell’insieme, anche se con possibili margini di miglioramento. Agli sceneggiatori americani, comunque, suggeriamo, se volessero scrivere una serie che veramente spacca, di cambiare ambiente: un serial ambientato in Italia, per esempio, darebbe molte più possibilità di sviluppo: qui, per dire, un tizio che viene accusato di un crimine grave non solo non finisce quasi mai in galera per anni, ma fa i soldi anche senza risarcimenti e di solito si costruisce una brillante carriera politica o nello spettacolo. E senza neppure doversi leggere pallosi testi zen.













Non so chi avesse scritto bene di REAPER da queste parti, ma ho visto qualche puntata ed è un cesso completo, incredibile come Kevin Smith vada avanti dal 1994 facendo le stesse cose.. Invece Dexter non è niente male, cazzarola.
sono d’accordo, la trama non è poi così innovativa, però il protagonista mi sembra interessante come personalità!
io ero rimasto a Sonny di Miami Vice,poliziotto in Ferrari,vestito Armani,che viveva su uno yacht ormeggiato, con un coccodrillo a bordo,a far da guardia……
Bhè diciamo che i Detective Americani in alcuni dipartimenti hanno stipendi che sforano i 250mila dollari.
percui la Vita dei veri poliziotti Americani è molto più simile alla figura di Sonny Crockett, di quanto non lo sia la vita di quelli Italiani rispetto al Decimo Tuscolano et simila
invece di fare i critici esperti, guardatelo bene e rendetevi conto di quanto sia bello e abbia delle linee guida molto affascinanti e su cui riflettere, per non parlare di lui che è veramente un grande…
qualcuno sa dirmi che macchina guida charlie crews nel film??