Con la lapidaria frase “autori ignoti” si conclude un giallo che per anni ha appassionato gli italiani
Il faldone è alto. E in effetti non è nemmeno uno. Sono tanti, centinaia. Stipati all’interno dell’archivio, difficilmente rivedranno la luce. Prima di arrivare quassù in tanti vi hanno lavorato sopra. In tanti hanno cercato la verità, ma nessuno alla fine è riuscito a scovarla. La parola fine l’ha dovuta scrivere a forza il procuratore aggiunto Italo Ormanni nel 2005: “autori ignoti”. Non si poteva fare altrimenti: il rebus è risultato insolubile, così come sembrava esserlo all’inizio.
10 LUGLIO 1991 – L’Olgiata è un posto da ricchi. Ricchissimi. Qui ci abita la crema della società romana. I salotti buoni sono qui e nel centro storico della Capitale. Da nessun’altra parte. Per arrivarci basta uscire dal Raccordo, ma per entrarci sono un altro paio di maniche: bisogna essere invitati a varcare le porte di quello che più di un residence con centinaia di villette è un piccolo paese. La privacy e la riservatezza sono i motivi per cui in molti hanno deciso di venire ad abitare proprio all’Olgiata. Calciatori, presentatori televisivi, famosi giornalisti, industriali e anche nobili è facile vederli uscire dal cancello che separa quel mondo riservato a pochi dal resto del mondo. Oggi, però, tutta questa protezione non basta. La domestica continua a bussare alla porta. Continua. Continua. Nessuna risposta. Eppure la sua padrona è là dentro. Lo sa. Ha fatto colazione e poi è andata in camera. Per questo si ostina a bussare, ricevendo in risposta solo un cupo silenzio. Eppure c’è bisogno di lei: si festeggia il suo anniversario di nozze e in casa fervono i preparativi. La domestica la chiama. Niente. La decisione viene presa: la domestica si mette le mani in tasca e apre la porta con la sua chiave. La donna è per terra, vicino al letto. La testa lacerata da una profonda ferita, il sangue a macchiare ogni cosa. La domestica urla terrorizzata. Sul posto arrivano dopo sei ore i pubblici ministero Cesare Martellino e Federico De Siervo. Sono loro incaricati delle indagini. Loro a dover capire chi ha ucciso la contessa Alberica Filo Della Torre. Subito devono rendersi conto che non sarà un’impresa semplice. In casa, oltre ai carabinieri, ci sono i domestici, le persone che stavano preparando i festeggiamenti e il marito della vittima, l’ingegnere Pietro Mattei. E, tanto per non farsi mancare nulla, anche Michele Finocchi, stimatissimo agente del Sisde. Che ci fa è lì è presto detto: in un biglietto lasciato alle colf si diceva che in caso di un qualsiasi incidente bisognava chiamare lui per primo. Così eccolo qui. Insomma, la casa è un bordello.
I SOSPETTI - Si inizia dalla stanza. A quanto pare mancano dei gioielli. La pista del furto è quella più accreditata e chiama in ballo la servitù: non è facile entrare all’Olgiata, figuriamoci nella casa della Contessa. C’è anche un possibile candidato perfetto per il ruolo dell’assassino: Manuel Winston, il cameriere licenziato poco tempo prima e che prova dei forti rancori nei confronti della vittima. Il ruolo gli calza a pennello e non solo perché fornisce un alibi falso, ma perché sui pantaloni gli trovano anche macchie di sangue. Peccato che il DNA dirà che non si tratta di quello della contessa. Altro candidato risulta essere Roberto Jacono. E’ figlio della professoressa privata d’inglese dei figli di Alberica, Franca Senepa. Ha pure le chiavi, o meglio le poteva avere per quel giorno visto che un mazzo era in possesso della madre. Roberto è strano. E ha dei disturbi mentali. In più quella mattina è stato visto nei paraggi. Tutto combacia alla perfezione. Non fosse che anche in questo caso il DNA lo scagiona. Forse allora. Be’, in effetti può essere. Quell’uomo che era lì, quell’agente dei servizi, Finocchi, vuoi vedere che… La pista è appetitosa e fa arrivare gli inquirenti in Svizzera dove la contessa e il marito avevano dei conti. Conti sul quale ci sono tanti soldi. Troppi. Anche volendo, non può essere il patrimonio di famiglia. Potrebbero però essere dei fondi neri che i due tenevano per conto dei servizi segreti. Magari la contessa ha deciso di parlarne e qualcuno si è incaricato della faccenda. Peccato che prove per provare questo non ce ne siano. Però certo la faccenda dei servizi è strana. E lo è perché entra in gioco un altro uomo a loro vicino: Roland Voeller. Sì, proprio lui: quello che
chissà come aveva fatto capolino anche nel delitto di via Poma, mettendo gli inquirenti sulla pista che fosse stato Federico Valle ad aver ucciso Simonetta Cesaroni. In questo caso, invece, i carabinieri durante una perquisizione a casa sua trovano dei documenti riservati sull’inchiesta riguardante il delitto della contessa. Dice che glieli hanno passati per darli ai giornalisti. Cosa che viene confermata dai diretti interessati.
DULCIS IN FUNDO - L’unica strada ancora da percorrere è quella che porta al marito. Che, ovviamente, ha sempre avuto un alibi. Si rifà il tratto di raccordo che porta al lavoro, si calcolano i tempi, si incrociano tutti i dati possibili, ma niente: non può essere stato lui. Fra piste e sospetti sono passati quattordici anni e molti magistrati si sono succeduti nelle indagini. Nessuno è riuscito a sbrogliare la matassa. A capire chi è entrato in quella stanza, l’ha richiusa a chiave ed è andato via indisturbato dopo aver ucciso la contessa. I faldoni sono lì e il mistero del delitto dell’Olgiata è destinato a rimanere tale.





















