Fare Futuro: gli apolidi dell’identità

25 novembre 2009

La fondazione finiana già da tempo si è distinta in prese di posizione particolari e in aperto contrasto con le linee guida proprie del PDL. Ricordiamo, ad esempio, il polverone sollevato in merito alle candidature delle veline alle elezioni europee che ha dato il via alla penosa estate di gossip e pruderie. Dalle colonne del web magazine, Filippo Rossi, in nome e per conto di ciò che fu Alleanza Nazionale, si industria a indicare le nuove linee di pensiero della Fondazione tracciando un solco netto tra ciò che è stato e ciò che sarà.

” La sensazione” – scrive- ” è che molti si nascondano dietro le categorie del berlusconismo e dell’antiberlusconismo solo per occultare nostalgie inconfessate e inconfessabili. Per mascherare la propria arretratezza rispetto una cultura che nei fatti e nelle menti ha già superato l’era delle casematte ideologiche.” Rossi in uno “slancio terzista” fa un balzo in avanti bruciando d’un sol colpo il concetto di identità e di radici rivendicando per la propria formazione uno status politico assolutamente nuovo e trasversale. E’ certamente un modo di pensare nuovo e sconcertante al punto da divenire incomprensibile all’elettore medio, all’italiano che spesso vota più per un istintivo riflesso pavloviano che per una ponderata analisi politica.

Il saggista di Fare futuro se la prende con tutti: giornali, libri, autori, artisti che per esistere e per comprendere il presente hanno bisogno di traslare le ideologie del passato nella contingenza del presente. Egli vede “tutti concentrati a traghettare nella situazione politica nuova i propri valori di riferimento, cose se fossero proprietà privata. È la sindrome di Caronte. Ma un Caronte al contrario, che si ostina a portare i morti nel regno dei vivi.” L’affondo destrutturante qualche riga più avanti si fa velenoso ed esplode in esaltazione delle “mani libere” in merito a progettualità politica e alleanze: “È come se ancora nessuno avesse avuto davvero il coraggio di tagliare il cordone ombelicale con la propria madre ideologica, con la propria famiglia di pensiero. Nessuno ragiona sul domani, tutti si attardano sullo ieri o peggio sull’altro ieri. Nessuno, alla fine dei conti, vive la contemporaneità. Come se la cultura politica dovesse coincidere con l’interpretazione storica, come se le differenze possano scaturire solo dal passato.”

Fare Futuro, secondo l’autore, fa paura proprio perché spariglia le carte e si pone in cammino nella costruzione di una identità nuova che non abbia nessun legame o legaccio con il passato e con la storia e secondo lui la fondazione ed i suoi esponenti sono “già in un altrove in cui le beghe del Novecento sembrano davvero piccole cose. E, sinceramente, anche un po’ ridicole.”

4 commenti a Fare Futuro: gli apolidi dell’identità

  1. pietro

    La cosa curiosa però è che la stessa critica può essere fatta a tutto il resto della classe politica italiana, con l’aggravante che mentre la distanza tra le proposte che faceva nagli anni 70 Almirante e le posizioni attuali di Fini e di Farefuturo è minima nel resto della classe politica ci sono stati un innumerevole quantità di voltafaccia a dir poco ridicoli.
    Tremonti che scriveva sul Manifesto e proponea di spostare la tassazione sull’utilizzo di beni pubblici come le frequenze radiotelevisive nel 1993 dove è finito?
    Maroni che fino al 1979 era un estremista Marxista-Leninista e quindi molto vicino agli ambienti in cui sono nate le BR dove è adesso?
    Capezzone che va da un partito all’altro cambiando tutte le proprie opinioni ogni 3 giorni?
    O i politici del PD che nello stesso giorno riescono a fare proposte incompatibili tra di loro senza che nessuno dica beh?
    La posizione di farefuturo, come la descrivi mi sembra molto vicina alle proposte di Popper, un empirismo radicale per cui possiamo solo risolvere i problemi quando si presentano e per cui le ideologie sono solo maschere.

  2. Daniele Addis

    Non ho mai letto nulla di farefuturo fino ad ora, ma se sono queste le cose che dicono, allora hanno ragione. Non ci trovo niente di fumoso nel superamento di assurdi concetti identitari. Di quale identitá stiamo parlando? A chi sarei identico io? A quelli che hanno “fatto l’Italia”? Ma per favore, è sotto gli occhi di tutti il pasticcio che hanno fatto. Le proprie “radici” ognuno se le puó anche coltivare, ma non deve bloccare chi vuole andare avanti.

  3. lilly2782

    sono una spammer e me ne vanto

  4. Mauro

    “Perché scegliere di appartenere a un popolo, prendervi parte, vuol dire anche rimettere consapevolmente parte della propria libertà per amore nei confronti della comunità. Nella fattispecie, per amore del partito al quale volontariamente si è deciso di aderire, mossi dalla coscienza che è (o almeno dovrebbe essere) un rimando a principi previi e non un alibi soggettivo o una lavanderia personale attraverso la quale mondare e ammantare di senso superiore qualsiasi desiderio e qualsiasi sogno.”

    Ecco, io concordo a pieno con questo pensiero, letto poc’anzi in questo articolo:

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