Critica amletica
23/11/2009 - «Sono (presumo di essere) onesto: la cosa comincia a diventare imbarazzante». Gesualdo Bufalino. A volte uno pensa che vi sia uno scarto preciso tra le nostre osservazioni della realtà, tra la percezione della stessa e i reali accadimenti. Siamo qui
«Sono (presumo di essere) onesto: la cosa comincia a diventare imbarazzante». Gesualdo Bufalino.
A volte uno pensa che vi sia uno scarto preciso tra le nostre osservazioni della realtà, tra la percezione della stessa e i reali accadimenti. Siamo qui a scrivere su queste pagine da intellettuali impotenti che non riescono ad aver il benché minimo potere di cambiare le cose che ci sembra utile cambiare. La nostra critica è fine a se stessa, è incapace a sgretolare, sia pur minimamente, il muro di chi non si preoccupa d’altro che di perpetuare il proprio potere.
BATTAGLIE - E allora si divaga, si cerca rifugio in un altrove che non ci
appartiene, si fa finta di impegnarsi in altre battaglie definitivamente risolte dalla storia, dove la ragione può esercitare meglio il proprio potere di critica, di analisi, di giudizio. Qui tutto sfugge: un giorno, tra qualche secolo, chissà chi tra noi poveri notisti sarà ricordato per averla vista giusta, per aver avuto il giusto sentore della realtà; chi sarà considerato un profeta inascoltato e chi invece un falso cantore dell’esistente. Siamo immersi sempre in una Waterloo continua e noi non ce ne accorgiamo. Percepiamo, come Fabrizio del Dongo ne La Certosa di Parma di Stendhal, solo lo scalpiccio di cavalli, l’alzarsi della polvere, lo spiovere delle zolle che la battaglia smuove. Perché qualcosa qui sta accadendo e noi non ne abbiamo contezza. Qualcosa di cui probabilmente ci vergogneremo di fronte ai nostri lontani discendenti perché non siamo stati capaci di impedirlo. Questo presente ci sfugge, ripeto, di continuo e noi non riusciamo a possederlo. Ognuno, scandalizzato dall’avversario che si merita, combatte una battaglia persa in partenza. La ragione va esercitata in altri luoghi e non nei dibattiti televisivi o giornalistici, mi dico per consolarmi. Chi ha cuore il presente deve prendere le armi e non deve farsi tante seghe mentali. Se vuole vincere subito sa cosa gli conviene, sa quale cavallo scegliere. Se vuole urlare i propri esaurimenti e manifestare lo sgorbio di se stesso, si metta in coda: gli studi televisivi sono aperti, chiunque avrà un microfono a disposizione per diventare un latrato umano (Sgarbi docet). L’arte del conversare non conta più, conta il vaniloquio meglio ancora se condito di turpiloquio sparato a mitraglia finché il fiato regge.
SPRECARSI - Pensa: uno mangia, beve, dorme, e magari fa un po’ di sesso, per sprecare poi se stesso in battaglie ch’è inutile combattere; e anche là dove siamo tirati nella mischia e siamo costretti a farlo, vincerle, tali battaglie, non vale nulla, anzi: significa passare da citrulli. «Io ultimamente – ma il perché non lo so – ho perso tutta la mia allegria, e abbandonato ogni esercizio fisico. E invero la mia disposizione è così cupa che questa bella architettura, la terra, mi sembra uno sterile promontorio. Questo stupendo baldacchino, l’aria – guardate – questo bel firmamento sospeso in alto, questo soffitto maestoso trapunto di fiamme d’oro – ebbene, non mi sembrano che una sporca e pestilenziale congrega di vapori. Che capolavoro è l’uomo, com’è nobile nella ragione, com’è infinito nelle sue facoltà, com’è preciso e ammirevole nella forma e nel movimento, com’è simile a un angelo nell’azione, com’è simile a un dio nell’intendimento: la bellezza del mondo, il paragone degli esseri animati. Eppure che cos’è per me questa quintessenza di polvere? L’uomo non mi piace – e nemmeno la donna, anche se col tuo sorrisetto tu sembri dire di sì» William Shakespeare, Amleto, II,2.
IL NEMICO E’ BUGA BUNNY – Fare il critico militante è diventato un mestiere fallimentare: sia la ferocia o la placida osservazione non portano ad un concreto cambiamento. C’è uno scarto incolmabile tra pensiero e azione; ogni scritto diventa soltanto una forma per esprimere se stessi, per dipingersi, modellarsi, dare forma al proprio vuoto. Come osserva giustamente Alfonso Berardinelli in un suo splendido saggio (L’eroe che pensa, Einaudi, 1997), il critico ha, al pari di Amleto, dentro di sé qualcosa che supera la possibilità di essere espresso. Il critico è un eroe gravato da un singolare destino fatto «di una sproporzione irrimediabile fra l’essere e il suo manifestarsi [...] In lui si agitano forze e visioni che l’azione a cui è destinato non gli permetterà di esprimere. Sì, il tempo è fuori sesto. Nel mondo c’è qualcosa di storto. Ma è un vero guaio che debba essere proprio lui a
raddrizzarlo! Ristabilire l’ordine e la giustizia nel regno è il suo dovere assoluto. Ma è anche una “dannata sorte” e un’intollerabile noia!». L’Italia è un luogo dove tutti i giorni siamo tirati per la giacca per partecipare al concorso di chi la sa più lunga; tutti giorni re e ciambellani ci chiamano in causa coi loro problemi irrisolti, con le loro puttanate, coi loro segreti pericolosi. Occorre un confino, un esilio, un promontorio parmenideo, una brillante cittadina evanescente d’Europa dove soffrire in pace lacrime di desiderio. Che devo fare per vivere e non accorgermi di farlo? Che devo fare per non pensare, per non piangere di non essere un Piersilvio che si ritrova come niente fosse un piatto dentro il quale c’è un mondo intero che non riesco a comprendere, a tenere, a conservare se non a scapito dell’altrui dabbenaggine? Come può un umile pensatore di provincia offrire al vasto pubblico i suoi pensieri digitali terrestri, le sue facezie on demand, i suoi propositi di rivoluzione di velluto, di cotone, di carote croccanti mangiate con sprezzo di fronte al nemico come bugs bunny? È lo sguardo soddisfatto di chi la sa lunga, di chi ha l’illusione d’avere in pugno la realtà e le menzogne che la ricoprono.













Ciò che sembra e ciò che è non sempre hanno un confine individuabile: l’uomo(amletico)è un enigma esistenziale.
Non sempre le esperienze che facciamo pongono risoluzioni adeguatamente calzanti ai tanti interrogativi ai quali è sottoposta la nostra mente; come Amleto, bisognerebbe lasciarsi veicolare, magari da un auto immaginaria, che parta dalla via dell’apparenza e raggiunga il paese della realtà!
…e l’uomo attuale, il più delle volte critica, ma di solito, non sono critiche costruttive, ma discorsi sentiti e risentiti, e quindi non fa altro che ripetere meccanicamente concetti non suoi, schiavo della routine.
Complimenti per l’articolo: bellissimo, nonchè Shakespeare, lo adoro!
Grazie