Scioperiamo dai sindacati
di Angela Cutrera
In questi giorni ho cambiato ufficio: da un enorme palazzone in periferia, raggiungibile praticamente solo in macchina o con navetta aziendale, sono passata ad un palazzo d’epoca in pieno centro di Roma. Buon per te, direte voi (subito dopo aver pensato “e quindi?” – perché siete lettori educati). Buon per me, ho detto io. Abitando ad Ostia, con il caro benzina ed il traffico, ogni viaggio era un’odissea al prezzo di un soggiorno alle Maldive. Mettersi alla guida a Roma significa non avere idea di quando si arriverà: può succedere di tutto, un ingorgo sul raccordo, i lavori stradali, la potatura degli alberi sulla via del Mare. E le manifestazioni (le manifestazioni: se ci fossero state ai tempi della vendita delle indulgenze, lo Stato Pontificio sarebbe stato il più ricco del mondo, solo grazie agli introiti per il perdono delle bestemmie).
Quindi, dicevo, accolgo di buon grado la novella e mi predispongo al viaggio con i mezzi pubblici. Tempi di percorrenza accettabili, inferiori a quelli in macchina, occasione per leggermi qualche pagina di libro, iPod nelle orecchie, passeggiata tonificante. Che bello! mi dico contenta. E compro un abbonamento annuale. Nemmeno il tempo di assaporare il piacere della novità che arriva la mazzata: “domani c’è lo SCIOPERO DEI MEZZI”.
Tradotto, il delirio. Chi non può fare a meno di usufruire del trasporto pubblico locale (aka “i mezzi”) deve studiarsi bene le fasce di garanzia, generalmente posizionate nel momento di maggiore afflusso e quindi già intasatissime di per sé. Per essere certi di riuscire a salire sul mezzo pubblico entro l’orario di erogazione del servizio bisogna prevedere almeno un quarto d’ora di lotta con il coltello tra i denti ed i gomiti temperati come punte di matite, per poi finire schiacciati come nemmeno le sardine, in vagoni o autobus che sono più vecchi di noi, senza aria condizionata, con porte esauste che non si chiudono per la gente che continua ad affollarsi sulle porte. Chi può permettersi il lusso di andare in macchina, deve prevedere tempi di percorrenza doppi rispetto al normale, e un traffico che non sfigurerebbe al Cairo o a Città del Messico. Per non parlare del parcheggio, già di per sé inesistente: quando c’è sciopero, i garagisti ordinano caviale Beluga al ristorante. E poi, il tempismo perfetto degli scioperi: sulla base della mia casistica personale, sono quasi sempre di VENERDI’. Ma come mai, proprio all’inizio del week end? E proprio d’estate, poi, eh? Ma che malpensante che sono, vero? Mentre invece gli addetti al trasporto pubblico locale stanno combattendo per i loro diritti calpestati, per tutelare il loro presente e anche garantire un servizio migliore a noi utenti, e che ciò comporti disagio fa parte dello strumento di lotta che è lo sciopero. In effetti, se non si creasse un po’ di disagio non se ne accorgerebbe nessuno, delle rivendicazioni. Quindi capisco che sia necessario, un po’ di disagio, perché uno sciopero funzioni. Ma ogni due settimane? E sempre di venerdì? E non ci sono altri mezzi per sollevare l’attenzione sul problema, che non sia sempre e soltanto l’astensione dal lavoro? No, perché io ho appena cominciato, e già rimiro il mio abbonamento nuovo di zecca con aria perplessa. Ma chi è pendolare da una vita, e si alza alle sei di mattina per andare a lavorare, e non si può permettere di spendere duecentocinquanta euro di benzina al mese, ecco, quello lì, se poi un giorno gli gira il boccino e fa come Michael Douglas in “Un giorno di ordinaria follia”, possiamo davvero dirci sorpresi? Sarà che se facessi sciopero io non se ne accorgerebbe nessuno, ma non credo di essere l’unica a chiedersi se alla fine l’abuso del diritto allo sciopero non finisca per diventare controproducente ai fini del supporto dei cittadini alla battaglia, svilendone la portata mediatica e l’efficacia. Che io ricordi, gli scioperi della Tube di Londra che ogni volta paralizzano una città si sono a lungo contati sulla punta delle dita, finendo su tutti i notiziari mondiali: quando però hanno cominciato ad esagerare (secondo gli standard inglesi), arrivando a tre scioperi in due mesi, hanno perso il sostegno pubblico. Da noi ormai lo sciopero non fa più notizia: la controparte ormai si è assuefatta, i cittadini subiscono i disagi passivamente, la lotta non è più non dico di classe, ma nemmeno di categoria, spezzettata nell’orda di sigle che ricordano i Parlamenti della Prima Repubblica. Sindacati, non lo dico solo per i poveri pendolari di cui ho iniziato adesso a far parte. Lo dico per voi stessi, per la vostra legittimazione: inventatevi qualcosa di diverso dallo sciopero, quando volete protestare e sollevare i vostri problemi all’attenzione della società. E’ così inverosimile che prima o poi sia la società a decidere di scioperare da voi?












Condivisibilissimo. Parola per parola.
Da ostiense come lei, le dico che la aspetteranno anche tante giornate di disagi non giustificate da scioperi, ma semplicemente dal degrado progressivo del servizio trasporti capitolino in generale e, nello specifico, della linea Roma-Ostia.