Un teste smemorato ma credibile. Un’inchiesta che sembra arrivata alla svolta promessa. E tanti dubbi su una verità di panna montata. Mentre il rapitore avrebbe un nome, e sarebbe stato identificato da alcuni testimoni.
Ricapitolando. La “superteste” Sabrina Minardi ha riaperto giovedì scorso, mediaticamente parlando, il caso di Emanuela Orlandi. La Minardi ha confermato, più o meno, quanto detto più di un anno fa (ammettendo che su Salvatore Nicitra, che lei aveva detto essere stato ucciso e seppellito insieme alla Orlandi, mentre il bimbo è morto dieci anni dopo, si era sbagliata). In più, ha aggiunto di aver riconosciuto la voce del “telefonista” Mario, che aveva contattato la famiglia della cittadina vaticana una settimana dopo la sua scomparsa e prima dell’arrivo sulla scena dell’Amerikano. Secondo lei, è un componente della Banda della Magliana. Da ciò, la Procura di Roma (Giancarlo Cataldo e Simona Maisto) ha evinto i nomi di due sospetti (il secondo è il famoso Sergio, altro nome fatto dalla Minardi): il primo sarebbe il famoso telefonista, il secondo quello che, insieme a De’ Pedis, secondo il racconto della Minardi, ha occultato il cadavere della Orlandi. Ed ha un nome anche il rapitore. L’uomo (che potrebbe essere arrestato a giorni) è una delle persone che avvicinò Emanuela all’uscita della scuola di musica. Alcuni testimoni, interrogati a lungo in questura, ne avrebbero riconosciuto le foto dell’epoca senza ombra di dubbio.
TUTTO RISOLTO? – Insomma, se tutto ciò fosse credibile, la risoluzione del caso sarebbe questione di ore. Se non ci fosse qualche piccolo problemino che andrebbe risolto. Il primo: come si è fatto notare qui per la prima volta (anche se qualche copycat via libro cerca di attribuirsene il merito) la Minardi disse che la ragazza portata insieme a De’ Pedis al benzinaio del Vaticano secondo la prima testimonianza “io la identificai come Emanuela Orlandi”. No, perché è un distinguo assai importante. Dove aveva visto la Orlandi, Sabrina? Sulle foto dei giornali. Un anno e mezzo fa non era certa, oggi lo è. Misteri della memoria selettiva. Il secondo: gira voce che uno dei due indiziati sia un certo Libero detto Rufetto (altri dicono Ciletto, altri ancora puntano più in alto e si riferiscono ai capi e non alla manovalanza). Ecco, sgomberiamo il campo dalle facezie: quel Libero detto Rufetto non può essere Libero Mancone, perché è morto. Quindi, o è qualcun altro o è un altro che si chiama Libero (e in effetti, un amico di Chicchiarelli, il falsario utilizzato anche dalla Banda, di nome faceva proprio così). Il terzo: la telefonata di Mario è stata fatta ascoltare spesso in tv ed è anche a disposizione su internet. E’ davvero strano che la Minardi l’abbia sentita “per la prima volta“, come recitava l’agenzia di stampa che informava degli ultimi sviluppi sul caso. Il quarto: a identificare come affiliato della Magliana Mario per primo è stato Antonio Mancini detto Accattone durante una puntata di “Chi l’ha visto?” nel 2006. All’epoca la Procura fece i riscontri e la prova fonetica escluse che la voce potesse appartenere all’uomo indicato da Mancini (quindi, si spera che oggi si stia lavorando su un altro indiziato).
DOV’E’ L’URGENZA - Una volta risolti questi quattro problemi (c’è urgenza, ma sono tutti spiegabili tranquillamente), il meno è fatto. A questo punto bisognerà semplicemente comprendere cosa di preciso sta succedendo. Perché, se non si è capito male tutti, qui ci sarebbero due indiziati di (concorso in) sequestro di persona e omicidio. Due ex componenti della Banda della Magliana, non gente che passava lì per caso. E che oggi sono stati “avvisati” tramite giornale che si indaga su di loro, senza che però, per quel che se ne sa, sia stato spiccato un provvedimento di custodia cautelare (e nemmeno un avviso di garanzia). Una circostanza quantomeno curiosa, visto che sembra ravvisarsi ad occhio, il pericolo di fuga (rischiano trent’anni minimo) e la possibilità di occultare le prove (visto che uno dei due ha partecipato, secondo la Minardi, alla scomparsa del cadavere della Orlandi a Torvajanica). Ovviamente, se questo provvedimento arrivasse adesso, sarebbe comunque tardi: i giornali parlano della storia da un paio di giorni, le televisioni pure. Perché nessuno si è ancora presentato dal Gip a chiedere? Forse perché il rischio è che, con “prove” talmente labili, finisca per negarlo? Ma se le prove sono così labili, che bisogno c’era di creare il caso mediatico?
LA BANDA E’ NERA – Forse perché la Banda della Magliana è come il nero: sta bene su tutto. Scrive oggi Giancarlo De Cataldo su Repubblica che sarebbe sbagliato fare della Magliana un brand a cui attribuire i delitti irrisolti. E, si potrebbe aggiungere con malizia, per accedere ai programmi di protezione dei testimoni del ministero dell’Interno. In attesa di vedere se anche questa nuova riedizione mediatica del caso sfocerà in un nulla di fatto, non ci rimane che ricordare quanto scritto in precedenza (uno, due, tre e quattro). E comunque comprendere chi sta indagando su un caso così complesso: dice un vecchio proverbio cinese che è difficile trovare un gatto nero in una stanza buia. Specialmente se il gatto non c’è.
Post scriptum: ai fessacchiotti che si sono accorti soltanto oggi, dopo aver letto qui, che la telefonata di Mario stava sul sito di Chi l’ha visto, e lo spacciano come loro grande intuizione, e agli stessi fessacchiotti che non la ritrovano più all’indirizzo primario e per questo gridano al complotto contro l’umanità, diamo un aiutino.























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Ma che fondamento ha senza un riscontro oggettivo il riconoscimento della voce? Chiunque si può alzare la mattina e può dire che la voce della telefonata è di chiunque, e se invece c’è il riscontro oggettivo, allora il tipo ha, o ha già avuto,tutto il tempo di darsela a gambe.
Nessuno si chiede chi ha dato l’autorizzazione alla sepoltura in chiesa di un appartenente alla banda della Magliana. I vescovi che si scandalizzano per la sentenza dell’UE sul crocifisso non hanno niente da dire su questo fatto scandaloso. Un bandito morto nella casa di Dio e del suo Figlio. Questo è un oltraggio vero al crocifisso che morì come un delinquente ma era un uomo onesto.
quello che è certo è che non esiste nessuna prova dell’esistenza in vita di emanuela al tempo del presunto sequestro.si convalida pertanto la prova del depistaggio
già, e nessuna è stata data dai rapitori nonostante le richieste della famiglia e del Vaticano. Un po’ strano, per un rapimento. Un po’ strano, visto che la teste afferma che l’ha vista in vita anche sei mesi dopo.