“Così ci tengono prigionieri a casa nostra”
19/07/2012 - La realtà dei checkpoint di controllo tra palestiniani e israeliani vista con gli occhi dei primi
Al Jazeera ci parla della quotidianità dei palestinesi costretti a passare per i checkpoint israeliani in Cisgiordania. Secondo le autorità ebraiche questo è il modo più sicuro per evitare l’ingresso nel Paese di potenziali attentatori suicidi.
FRUSTRAZIONE - Secondo i critici invece si tratta di una forma di “punizione” collettiva. Attraverso i checkpoint le autorità israeliane possono sigillare le città palestinesi rendendo poi complicati sia i viaggi sia l’accesso alle scuole ed ai servizi sanitari. Ovviamente tutto questo poi ha un ritorno negativo negli sforzi per la pace anche perché le “vittime” di questi controlli si sentono umiliate nella loro dimensione di esseri umani.
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PRIGIONE A CIELO APERTO - Hazem al-Qawasmeh, fondatore di Karama, l’organismo che lotta per la libertà di movimento per i palestinesi, ha definito i checkpoint militari “una restrizione che trasforma le città in prigioni. Oggi la Cisgiordania è una prigione a cielo aperto, distaccata dalla striscia di Gaza e da Gerusalemme. Il checkpoint di Qalandiya poi è il peggiore della zona. Servono ore per il passaggio dalla Cisgiordania verso Gerusalemme”.
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senza palestina non ci sarebbero zakat, senza zakat fallirebbe la finanza islamica e le banche islamiche dato che la sharia impone di non applicare tassi di interesse a chi chiede prestiti od a tutto il meccanismo economico (per esempio è impossibile calcolare un ammortamento delle macchine di un’azienda).
Si dimentica di un solo particolare….quei palestinesi vogliono eliminare tutti gli israeliani e buttarli a mare