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Editorialedi Dipocheparole
pubblicato il 16 novembre 2009 alle 09:00 dallo stesso autore - torna alla home

Oggi è un giorno speciale. Quel metro e cinquantotto centimetri di Totò Riina, detto Totò u’Curtu o Zu’ Totò (che fantasia, questi mafiosi) compie la bellezza di settantanove anni. Auguri.

La vita di Riina sembra inventata da uno scrittore con poca fantasia, per quanto è sterotipata. Vede la morte del padre che salta in aria mentre cercava, con lui e il fratello, di togliere la polvere da sparo da una mina per andarla a rivenderla. Diventa così il capofamiglia a tredici anni, ruba i covoni e chiede il pizzo ai contadini per mantenersi. A 19 anni viene condannato per omicidio durante una rissa, ma sette primavere dopo è già fuori (ah, la malagiustizia). Incontra Antonietta Bagarella, quella che diventerà la donna della sua vita, ma non la può sposare.

E’ impegnato a prendere potere. E’ il numero due della mafia di Corleone con Luciano Liggio, dopo che lui e Bernardo Provenzano hanno ammazzato chi comandava prima. Ai tre non basta il paese, però. A Palermo ci arrivano grazie a Vito Ciancimino, all’epoca soltanto assessore, anche lui corleonese doc. Riina vede scoppiare la prima guerra di mafia: ai tre ammazzano un socio, lui deve scappare dalla città e finisce per essere arrestato per una patente falsa e una pistola non dichiarata. Esce, poi lo ribeccano, e prende quattro anni di confino. A quel punto si dà alla latitanza.

La guerra è tra i palermitani e i “viddani”, come li chiamavano loro: i contadini. La stravincono i contadini, e lui – dopo l’arresto di Liggio – diventa il capo: conosce Greco e Calò. Si sposa con Antonietta a 44 anni, ha quattro figli. Nel frattempo stermina i Bontate e gli Inzerillo: inizia una seconda guerra, ma dura un attimo. Fa ammazzare, prima di Falcone e Borsellino, il politico Dc Piersanti Mattarella, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, il poliziotto Boris Giuliano, l’onorevole Pio La Torre. Tra gli altri.

Gli danno l’ergastolo. Chiede a Salvo Lima e Ignazio Salvo di attivare le loro conoscenze politiche (Andreotti) e in magistratura (Vitalone) per farsi riformare la sentenza. Il colpo ai due non riesce, e Riina li fa ammazzare. Finisce in carcere il 15 gennaio del ‘93, catturato dai Ros del Capitano Ultimo. Forse imboccati da Bernardo Provenzano, anche se i carabinieri non ci credono. Da diciotto anni è in carcere, come una belva in gabbia. “Sugno un povero contadino”, dice ai microfoni della Rai durante una pausa di un processo.

In cella ne ha da dire a tutti. Contro Berlusconi, che “Iddu pensa soltanto a iddu”. Contro i giudici comunisti che l’hanno arrestato. E a regime di carcere duro, si è girato già l’Asinara e Ascoli Piceno, ora sta ad Opera. Da lì questa estate, ha fatto sapere il suo avvocato, ha detto che via d’Amelio è stata una strage di Stato, e che era pronto a parlarne con i giudici. Una settimana dopo ha ritrattato tutto. Da belva a quaquaraquà in sette giorni.

E’ una bestia in gabbia, Riina rinchiuso a Opera. E c’è da capirlo, Totò u’ curtu. Spegnere le candeline in carcere dev’essere difficile anche per un capo dei capi. E compierli ben sapendo che uscirà da lì soltanto in orizzontale, ancora di più. Eppure Riina è quasi un simbolo: quello di una mafia ruspante, assassina, feroce – una mafia che non c’è più. Sconfitta, certo: da uno Stato preparato e meritevole. Ma anche da una nuova mafia, più accorta e intelligente. Persone che hanno capito come ci si muove nel mondo d’oggi, e in che modo i proventi fruttano di più. Gente che sa quanto è importante essere amici e complici, senza lasciare troppe tracce però: un concorso esterno non lo si nega quasi più a nessuno.

Insomma, meglio che Riina e quelli come lui scompaiano. Dei contadini la mafia non sa più cosa farsene. Buon compleanno ancora, Zu Totò. E non ci pensare, prima o poi passa.

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