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pubblicato il 15 novembre 2009 alle 09:00 dallo stesso autore - torna alla home

In questi giorni caratterizzati dall’influenza “suina” è passata quasi inosservata la pubblicazione da parte dell’ISTAT delle statistiche sugli incidenti stradali: numeri tragici, 13 morti al giorno, che fanno comprendere come in una singola settimana si abbiano il doppio di tutte le vittime avute fino ad ora per la tanto temuta influenza.

Poiché l’ISTAT l’ha scritto nel suo rapporto i giornali hanno copiaincollato che nonostante una riduzione del 33% delle vittime negli ultimi 9 anni stiamo praticamente per fallire (in Italia più che in altri paesi) l’obiettivo della Comunità Europea di arrivare al 50% entro il 2010. Questa visione così pessimistica però può dar vita a diverse riflessioni: il libro bianco dei trasporti che nel 2001 poneva questo obiettivo era un grande manifesto delle buone intenzioni: quella razionalizzazione dei trasporti a livello europeo doveva portare ad un cambiamento radicale del modo in cui far viaggiare merci e persone che in realtà non è mai avvenuto.

Il traffico che ogni giorno ci affligge in città come in autostrada e la costante diminuzione della percentuale del traffico merci su rotaie ne sono prova evidente.  Invece le misure per la riduzione di incidenti morti e feriti che si basavano su una armonizzazione delle legislature europee in termini di sicurezza (in realtà anche essa largamente incompiuta) e sull’adozione di soluzioni tecnologiche per migliorare la sicurezza attiva e passiva  (cinture di sicurezza, airbag,seggiolini per bambini, barre di protezione, ecc.) hanno dato dei risultati eccellenti. Se prendiamo l’Italia per esempio negli ultimi 9 anni c’è stata una diminuzione del 33% mentre nei 10 anni precedenti c’era stato addirittura un aumento del 5%.

Quindi se pur non raggiungendo i livelli sperati (ma nazioni come Francia e Germania faranno addirittura meglio del 50%) il libro bianco ha dimostrato che è possibile agire in maniera incisiva su un problema sociale così grave che, secondo le stime del 2001, costava alla comunità qualcosa come 200 miliardi di euro l’anno (2% del prodotto interno lordo di tutta la CE). Sarebbe ora che un nuovo libro bianco avesse il coraggio di investire nei prossimi 10 anni gli almeno 70 miliardi di euro risparmiati ogni anno con la riduzione degli incidenti con misure ancora più efficaci che si certamente si devono basare sulle nuove tecnologie sia per la sanzione dei comportamenti pericolosi (safety tutor ad esempio anche in città) che per il miglioramento della sicurezza attiva e passiva dei veicoli ma che puntino soprattutto sul trasporto pubblico (metropolitane e linee ad alta velocità in primis) per togliere gli utenti dalle strade .

L’Italia, dicono i giornali, ha fatto meglio della media europea (31%) ma peggio di nazioni a lei simili (Francia e Germania). In realtà guardando ai dati si capisce che dal punto di vista di autovetture il 50% si è quasi raggiunto mentre si è lenti (30%) sulla riduzione del numero di pedoni investiti e tragicamente fermi nel numero (circa 1500) di vittime di motoveicoli. Questa anomalia italiana è ancora un volta legata al tremendo incremento di traffico dei nostri centri urbani.

Il passaggio ai motoveicoli di una grossa fetta di popolazione a Roma come a Milano, a Napoli come Firenze è stato l’unico mezzo per ridurre spese e tempo di trasferimento verso il lavoro. L’assenza di regole e controlli e la debolezza strutturale dei motoveicoli li hanno resi i mezzi più pericolosi che esistono mentre il passaggio al trasporto pubblico veloce ed efficiente è l’unico modo per ridurre sensibilmente anche questa categoria di vittime migliorando al contempo la qualità della vita dei cittadini.

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