Carla e il suo assassino: una storia ancora tutta da scrivere.
Piccolo è piccolo. Cocquio-Trevisago, in provincia di Varese, è un paesino di poco più che 4.500 anime. Poche frazioni: Caldana, Cerro, S.Andrea, Torre. Tutto vuole trasmettere un senso di «comunità, di vicinanza, ambiente familiare», come qualcuno – sicuramente un abitante di lì – ha scritto nella voce dedicata al paese su Wikipedia. Guardando le foto, Cocquio-Trevisago è il classico paesino della Lombardia dove tutti si conoscono per il semplice fatto di essere nati tutti lì. È il classico paesino dove uno può andare tranquillamente a godersi la pensione dopo una vita di fatiche. Il clima è un po’ freddo, certo, ma che sarà mai? alla
fine il freddo tempra.
IL FATTACCIO - La tranquillità del paese viene sconvolta sette giorni fa. Qualcuno intorno alle undici di sera nota delle finestre aperte nella villa vicino alla propria abitazione. In città nessuno ci farebbe caso, ma qui non è così. Qui i vicini sanno vita, morte e miracoli di chi gli abita accanto. Per questo immediatamente chiamano aiuto: fosse mai un furto, se ne sentono tanti ogni giorno in televisione. Un furto però non lo è. Il personale del 118, che arriva per primo, si trova di fronte a una scena agghiacciante. Riversa sul pavimento c’è Carla Molinari, di anni 82, ormai senza vita. Carla ha ferite alla schiena, al torace, e la testa le è stata quasi staccata di netto. La casa è in disordine, ma è un disordine finto. Basta poco agli inquirenti per capire che si trovano di fronte a un artefatto. Anche il tentativo di spogliare la vittima, evidentemente per depistare le indagini, si rivela fin da subito un bluff. Una rapida occhiata e gli agenti si accorgono che da casa manca poco o nulla.
LA VITTIMA – Subito le indagini si concentrano sull’identità della vittima. Escludendo da subito l’ipotesi del furto, si tenta di capire chi potesse volerle male. Si scopre che Carla non era ricca, ma piuttosto benestante. E, oltretutto, non aveva mariti o figli a cui lasciare l’eredità. Altri parenti sì, come i nipoti, ma niente eredi diretti. Piercosma Turuani Porretti, racconta di essere da sempre un amico di Carla. Anzi, racconta di essere stato «come un figlio» per Carla. La madre era così legata a lei che le regalò anche una fede di un suo matrimonio. E Piercosma racconta di un particolare. «Carla voleva fare testamento, era andata con mia mamma da un notaio della zona un mese fa, ne avevano parlato spesso, era da circa un anno che stava meditando questo passo». Stando a lui,«voleva dare una parte della sua eredità alla chiesa e agli orfanelli, anche se non so dire in che quantità. Una parte l’avrebbe data ad alcuni parenti ma non tutto, diceva che si trattava di persone già benestanti». Ed è anche da qui che gli inquirenti partono. L’ipotesi di un parente che all’ultimo momento si vede escluso dal testamento può aver innescato la furia omicida. Per questo lsentono tutti, quasi cinquanta persone.
IL PARTICOLARE – C’è un qualcosa, però, che fa vacillare molte ipotesi. Carla, stando alle indiscrezioni, per il il medico legale è morta per soffocamento. E solo dopo chi l’ha uccisa si è accanita con forza su di lei. Ma c’è un particolare fin qui taciuto: a Carla sono state tagliate le mani e portate via. In Italia è una cosa che non è mai successa prima. Persino andando a setacciare i database internazionali si scopre che l’unico caso simile è avvenuto Oltreoceano, negli Stati Uniti. All’inizio qualcuno parla di una setta satanica. Una teoria che per il procuratore di Varese Maurizio Grigo non sta in piedi e la bolla come: «Assolutamente gratuita». Le mani, infatti, scombinano tutte le carte in tavola. Sul panno verde rimane solo il Joker, che si fa beffa di tutti con il suo macabro sorriso.
IPOTESI – L’indagine è aperta, il fatto accaduto da poco. Fra poche ore, magari, l’assassino sarà stato già catturato e tutto quanto adesso si scriverà sarà superato. Proviamo però lo stesso ad azzardare qualche ipotesi. L’unico particolare da tenere in considerazione sono le mani, il resto conta poco o nulla. E lo è per diversi motivi. Ipotesi 1. Immaginiamo di essere persone comuni. Di entrare dentro casa di un nostro amico o parente per parlare, chiarire alcune questioni in sospeso. La discussione si anima. Colti da un improvviso raptus omicida gli saltiamo alla gola. Lui o lei muore dopo il colpo sferrato. Siamo persone comuni, lo abbiamo detto. Eravamo lì per un motivo e la situazione è degenerata. Ci facciamo
prendere dal panico, e ci mancherebbe, apriamo e svuotiamo i cassetti, simuliamo un furto e cerchiamo di allontanarci il più possibile dalla scena. Nessuno si cimenterebbe mai a cercare di tagliare le mani della vittima – e anche la testa – per poi infilarle in un sacchetto (è una deduzione: da qualche parte devono essere state messe!) e portarsele a casa. Chi di noi lo farebbe? Tutto è possibile, ma è difficile da credere. Ipotesi 2. Siamo ladri professionisti. Sono appena le 18, ma per noi non fa nulla. Entriamo nella casa perché sappiamo che chi vi abita tiene con sé molti soldi. Lei però è lì. Presi dal panico la uccidiamo. Cerchiamo di prendere quello che ha in casa. Non c’è quasi niente. Mentre alle dita della donna ci sono parecchi anelli, che però non vengono via. Decideremo di staccarle le mani? Difficile, pensarlo. Ma anche volendolo ipotizzare, perché accanirsi sulla testa? Perché cercare di tagliare anche essa? Anche questa strada sembra non approdare a nulla. Ipotesi 3. L’uccisione della vittima ha richiesto parecchio tempo. Carla è stata legata, immobilizzata.























