Storia della Coppa del Mondo focalizzata sul cammino di chi è arrivato ad un passo dal titolo, solo sfiorando la gloria eterna, ed è finito spesso per questo nel dimenticatoio.
Cecoslovacchia 1962: il 10 giugno 1956 il Congresso FIFA di Lisbona assegna la 7ª edizione dei Mondiali al Cile, che batte la concorrenza dell’Argentina (la Germania si ritira). Decisione a sorpresa considerando storia calcistica e situazione economica del paese andino, ma nemmeno un devastante terremoto nel 1961 riuscirà a togliere ai cileni l’oneroso onore di ospitare la Coppa del Mondo, comunque in una delle edizioni più brutte di sempre, per povertà tecnica espressa e la forte violenza di certi incontri, autentiche risse che spesso decidono il risultato finale. Fra le iscritte che partecipano alle eliminatorie vi è la Cecoslovacchia, reduce da una cocente delusione in Svezia (eliminata dai nordirlandesi nello spareggio per i quarti) e in ogni caso formazione che non pare promettere nulla se non un’onesta qualificazione.
AL VIA - Avversarie del girone eliminatorio sono Scozia e Irlanda. Al m
omento le squadre hanno ancora piena libertà di scegliere quando e con chi giocare, con reciproci accordi. Pertanto prima si hanno i due derby britannici, poi la Cecoslovacchia avrà i due scontri cogli scozzesi ed infine chiuderà colle gare contro gli irlandesi. Il 14 maggio 1951 i cecoslovacchi esordiscono a Bratislava contro la Scozia, che avendo facilmente disposto dell’Irlanda, si presenta con 4 punti. 4 come i gol che però rimedia dai padroni di casa. Nel ritorno di Glasgow, 4 mesi e mezzo dopo, la Scozia al termine di un incontro tesissimo fa sua l’intera posta per 3-2. A questo punto sono chiare due cose: 1) non valendo la differenza reti (introdotta nell’edizione 1974), la Cecoslovacchia per passare deve vincere le due gare cogl’irlandesi ed affidarsi allo spareggio; 2) l’Irlanda è però già eliminata. Ed infatti la Cecoslovacchia s’aggiudica con irrisoria facilità i due confronti segnando 10 reti in totale (a 2). Lo spareggio è fissato per il 29 novembre 1961 a Bruxelles e le due contendenti si battono fino all’ultimo: la Scozia passa due volte in vantaggio con St. John, ma è definitivamente raggiunta a 6’ dalla fine da Scherer e crolla nei supplementari sotto i colpi di Pospichal e Kvašňák. Il biglietto per il Cile è staccato ma si nutrono poche speranze di un lungo cammino: i bianchi possono contare solo su due fuoriclasse autentici, il mediano Masopust e il portiere Schrojf.
IN CILE - L’organizzazione cilena ha predisposto le eliminatorie per avere alle finali 10 europee e 6 sudamericane, introducendo gli spareggi intercontinentali (ben 4). Alla fine il Messico è l’unica “estranea” a farcela, venendo a capo del Paraguay seppur di strettissima misura. Le perplessità che avevano accompagnato la designazione permangono. L’intera competizione si giocherà in sole 4 città: ovvero, adottando la formula di Svezia 1958, ogni girone è interamente disputato in un’unica sede e le 6 gare si giocano in giorni diversi, con evidente vantaggio per chi giocherà l’ultima. Vi sono delle novità: i gironi sono chiamati “gruppi” e non più “poule” (la FIFA ci tiene a ricordarlo) ma, soprattutto, basta spareggi. Nei gironi a parità di punti spazio al quoziente reti, nella fase ad eliminazione diretta col pari al 120’ si procederà al sorteggio. Le fasce per la composizione di gironi sono solo 3: teste di serie sono le sudamericane (meno la Colombia), poi le 8 migliori europee finiscono nella seconda fascia (da cui ne usciranno 2 per girone), chiudono i materassi individuati nel Messico, la Colombia e le due europee rimaste (Svizzera e Bulgaria). La Cecoslovacchia finisce nel girone di Viña del Mar, assegnato a tavolino al Brasile, assieme a Spagna e Messico.
CRONACA - Esordio il 31 maggio contro la Spagna, e si vede subito la tattica che accompagnerà la Cecoslovacchia per tutto il torneo: tutti in difesa avvalendosi della strepitosa forma di Schrojf per colpire di rimessa. Scelta che funziona fin da subito: le Furie Rosse, che annoverano Gento, Suarez e pure Puskas, sono colpite al 78’ da Stibranyi per l’1-0 finale. Due giorni dopo big match col Brasile campione in carica, visibilmente invecchiato e con Pelé a mezzo servizio, tanto da infortunarsi proprio nell’occasione e non scendere più in campo. Si punta allo 0-0 che pure i brasiliani paiono apprezzare. Il calendario vede la Cecoslovacchia, in testa col Brasile, due volte favorita: giocherà l’ultima gara e contro il Messico, come da previsioni ancora a quota 0. Può quindi fare tutti i calcoli che vuole sapendo l’esito della gara del 6 giugno fra Brasile e Spagna, autentico spareggio dove chi perde è quasi fuori. L’arbitro cileno Bustamente condiziona pesantemente la gara per far vincere il Brasile e con tale risultato la Cecoslovacchia è già ai quarti. Una fortuna: nonostante il vantaggio dopo 15 secondi di Masek (per 40 anni la rete più veloce delle fasi finali), perde inopinatamente contro il Messico per 3-1 in quella che è la prima vittoria dei nordamericani (al momento fra l’altro avevano raccolta appena 1 punto in 13 uscite). Ma forse è un calcolo: arrivando seconda, avrà nei quarti l’Ungheria, mentre il Brasile se la vedrà coll’Inghilterra.
Evitato a Puskas uno strano “derby” personale, il 10 giugno si rifà sul serio e la Cecoslovacchia si stringe ancora attorno a Schrojf, che difende coi denti il vantaggio colto al 13’ da Scherer. Alcune fonti sostengono che si debbano ringraziare anche i quattro pali colti dall’Ungheria, che tutti concordano nel definirla – nuovamente – beffata da un avversario tecnicamente inferiore. La Cecoslovacchia è fra le migliori quattro ed ancora una volta il calendario le è amico: è opposta alla Iugoslavia, ed evita quindi Cile e Brasile che si scontrano nell’altro match. Nello stadio vuoto di Viña del Mar (entrambe le gare si giocano il 13 giugno) la solita tattica cecoslovacca ha per la terza volta la meglio sui più bravi plavi, che però cadono solo negli ultimi 9’ minuti per una doppietta di Scherer che sigla il 3-1 finale. Dopo 28 anni, e 5 Mondiali, la Cecoslovacchia è di nuovo, assolutamente a sorpresa, in finale contro il Brasile, già affrontato nel girone, che s’è rivelato comunque troppo superiore nonostante tutto ai padroni di casa, fin lì spudoratamente aiutati da arbitraggi fin troppo compiacenti che avallano un gioco eufemisticamente definibile solo come intimidatorio.
IL CONTO DELLA FORTUNA – Vytlacil, ct cecoslovacco, sorprende tutti due volte per l’ultimo atto in programma il 17 giugno. Dapprima accetta di buon grado che Garrincha possa scendere in campo, nonostante l’espulsione rimediata col Cile (qui forse ha pesato la pietra che il brasiliano s’è preso in testa uscendo dal campo e che lo lascerà stordito), poi imposta la gara su un assalto fin dalle prime battute alla porta avversaria. Tattica che funzionerebbe, prova ne sia il vantaggio al 15’ di Masopoust, ma a scompaginare i piani del ct arriva l’inaspettata giornataccia di Schrojf: si fa infilare dalla linea di fondo da Amarildo, poi non esce su un cross diretto a Zito ed infine perde palla banalmente consegnandola a Vavà. Tre errori che costano le tre reti del 3-1 finale. Come se gli dei del calcio avessero deciso di far pagare all’ultimo atto tutta la buona sorte accumulata fin a quel momento. La Cecoslovacchia si consola parzialmente col Pallone d’Oro europeo assegnato a Masopoust, ma non arriverà più così in alto. Al massimo si fermerà ai quarti nel 1990, per poi scindersi in Rep. Ceca e Slovacchia.























