Cosa succede fra Napolitano e la procura di Palermo?
16/07/2012 - La storia delle intercettazioni che non piacciono al presidente della Repubblica
“C’era una volta l’intercettazione” potremmo partire dal titolo del libro di Antonio Ingroia, procuratore aggiunto a Palermo e coordinatore del pool che indaga sulla trattativa Stato-mafia. Si parte dalle intercettazioni che fa la Procura di Palermo per sbrogliare la matassa delle accuse che oggi ha fatto muovere il Quirinale. Intercettazioni che sono servite come ultimo strumento per far luce sui legami tra Stato e cosche mafiose. Oggi il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha sollevato il conflitto d’attribuzione contro la procura di Palermo in merito alle intercettazioni delle telefonate tra lui e Mancino. Oggi sulla scelta del Quirinale del conflitto d’attribuzione Ingroia ha aggiunto: “Nessuna intercettazione è risultata rilevante su chi ha immunità”. Nei giorni scorso l’Avvocatura dello Stato di Roma aveva chiesto al procuratore di Palermo Francesco Messineo chiarimenti sulle intercettazioni di conversazioni tra l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino e il capo dello Stato Giorgio Napolitano che sarebbero state “captate” nell’ambito dell’inchiesta. Le conversazioni sono state intercettate indirettamente dato ad essere sotto controllo era il telefono di Mancino, indagato nell’ambito del procedimento per falsa testimonianza. Mancino avrebbe dichiarato il falso sui contatti tra il Ros e Vito Ciancimino, sulle lamentele dell’ex ministro della Giustizia Claudio Martelli sull’operato di Mori e De Donno, e sulla sostituzione al Viminale di Vincenzo Scotti. Per il reato di false informazioni ai pm, il codice prevede che la posizione dell’indagato resti sospesa fino a quando il procedimento principale non arrivi alla sentenza del primo grado di giudizio. Sono invece depositate le conversazioni tra l’ex capo del Viminale e il consigliere giuridico del Quirinale Loris D’Ambrosio. La vicenda delle intercettazioni sbarca sulla stampa il 19 giugno quando il Fatto quotidiano pubblicò, le pressioni dell’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino con il procuratore generale della Cassazione Vitaliano Esposito.
LA GRANDE TRATTATIVA- La trattativa tra Stato italiano e Cosa nostra è ancora oggetto d’indagine e va avanti sotto la procura di Palermo. La teoria è diventa sempre più concreta dopo il processo a Francesco Tagliavia. Secondo la procura l’accordo c’è stato nel periodo tra la morte dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. La volontà di Cosa Nostra, allora comandata dallo stesso Riina, passò attraverso le mani di Vito Ciancimino con dodici richieste allo Stato. A diffondere il “papello” fu suo figlio Massimo. Nell’avviso di conclusione delle indagini preliminari figurano 12 indagati. C’è l’ex ministro Calogero Mannino (violenza o minaccia ad un corpo politico, amministrativo o giudiziario). Lui, secondo gli inquirenti, aprì la trattativa con i vertici per ”far cessare la programmata strategia omicidiario-stragista, già avviata con l’omicidio dell’on. Salvo Lima”. Ci sono tre alti ufficiali del Ros dei carabinieri coinvolti, Antonio Subranni, Mario Mori e Giuseppe De Donno, che sempre secondo la procura, presero contatti con esponenti mafiosi, su incarico della politica. I militari sono accusati anche di aver allungato la latitanza di Bernardo Provenzano principale referente della trattativa. Sempre nella trattativa sono coinvolti i boss Riina, Brusca, Bagarella e Cinà, accusati di aver minacciato lo Stato. A Marcello Dell’Utri invece è contestato il fatto di aver mediato con i vertici della cosca. Il rinvii al giudizio per gli indagati sono vicini e lo annuncia Ingroia il 28 giugno:
Ho percepito non nelle istituzioni, ma nel mondo politico un clima non favorevole all’accertamento della verità. Si lascia che la ragion di Stato prevalga sullo Stato di diritto. In merito ai tempi, le carte dell’inchiesta saranno note quando ci sarà la chiusura delle indagini con le richieste di rinvio a giudizio. Se non ci saranno richieste istruttorie da parte dei difensori, prima delle vacanze di agosto ci saranno le richieste, in modo tale che l’udienza preliminare possa svolgersi dopo la sospensione estiva
BORSELLINO E MANCINO- Secondo i pentiti Gaspare Spatuzza e di Giovanni Brusca Borsellino era un “ostacolo all’accordo”. Il 1 luglio 1992 alle ore 19:30 Paolo Borsellino aveva un appuntamento al Viminale con Nicola Mancino che in quel giorno assumeva la carica di ministro dell’Interno. Mancino negherà sempre sull’incontro. Il 9 giugno 2012 il politico viene iscritto nel registro degli indagati della Procura di Palermo con l’ipotesi di falsa testimonianza. L’ex ministro dell’Interno si infiltra sul corso delle indagini con diverse chiamate per dare “pressioni” su Esposito e Loris D’Ambrosio, consulente giuridico di Napolitano. Obiettivo: tutelarsi per le convocazioni da Palermo in merito alla trattativa stato-mafia. Il politico si lamenta anche del sostituto procuratore Nino Di Matteo “troppo inquisitore”.
LE INTERCETTAZIONI - Come due vecchi amici, Esposito e Mancino parlano a metà marzo. Una conversazione che andrà in porto dato che il 4 aprile, sotto sollecito di Nicola Mancino ex ministro dell’Interno, il capo dello Stato invia la sua lettera al pg della Suprema Corte, vicino alla pensione. Ecco la conversazione riportata su Il Fatto tra Esposito e Mancino:
“Sono chiaramente a sua disposizione – dice il Procuratore generale della Cassazione Vitaliano Esposito – adesso vedo questo provvedimento e poi ne parliamo. Se vuole venirmi a trovare, quando vuole”. E Nicola Mancino replica: “Guagliò come vengo, vado sui giornali”. “Ahahaha, ho capito”, commenta allegro il pg. Sono le 9.04 del 15 marzo 2012, l’ex presidente del Senato chiama per congratularsi con l’alto magistrato che ha appena ricevuto l’ordinanza del gip Alessandra Giunta su via D’Amelio. Mancino è contento: “Ho letto che hai chiesto gli atti a Caltanissetta”, dice al pg, e con lui parla a ruota libera della sua posizione giudiziaria, illudendosi di farla franca, almeno con i pm nisseni: “Resta la figura di una persona che è reticente, che non ha detto la verità ma non ci sono elementi per processarla”.
Obiettivo aprire la carriera a Gianfranco Ciani, neo pg della Cassazione. Come racconta il Fatto:
Ciani alla fine convoca il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, l’unico che ha poteri reali di coordinamento tra le procure di Palermo e Caltanissetta. Ma il capo della Dna si sfila dall’intrigo istituzionale, rispondendo per iscritto di non avere le prerogative necessarie per intervenire nella vicenda.
A rivelare la conclusione degli accordi per controllare la trattativa statomafia è Vitaliano Esposito, il quale precisa in una lettera inviata al Fatto Quotidiano di un’altra riunione, organizzata con Piero Grasso per accertamenti “sulle indagini, apparentemente parallele, in corso alle procure di Palermo e Caltanissetta”.
“Nell’articolo si fa riferimento a una telefonata che mi fece il senatore Mancino per complimentarsi della mia iniziativa,telefonata da me ricevuta – dice oggi il pg Esposito – e dunque per quanto mi riguarda assolutamente neutra”. E questa è solo una delle centinaia di conversazioni al telefono intercettate dai pm tra la fine dell’anno scorso e la primavera di quest’anno, quando l’inchiesta sulla trattativa entra in dirittura d’arrivo catalizzando l’interesse istituzionale. E scatenando in Mancino un’escalation di angoscia, rivolta, in particolare, ad uno dei pm: “È sempre il solito Di Matteo. È lui il guaio… mi ha convocato… Fa le domande, io rispondo e lui… non dice niente, non parla, fa solo domande”.
Il grosso però arriva a novembre 2011, quando Nicola Mancino telefona a Loris D’Ambrosio, consulente giuridico del capo dello Stato Giorgio Napolitano. Obiettivo: segnalare che è stato nuovamente convocato a Palermo, e si lamenta del pm Nino Di Matteo, attribuendogli il ruolo dell’inquisitore più duro durante gli interrogatori. Questa chiamata è tra le più fondamentali e parte direttamente dal cellulare dell’ex presidente del Senato. Secondo l’accusa Mancino spera in un intervento del Quirinale rispetto alle azioni della procura di Palermo, che invece cerca di stringere ancora di più il cerchio attorno alla sua persona. Nella telefonata riportata su Il Fatto, D’Ambrosio afferma che il presidente si interessa personalmente della questione al punto che parlerà con Grasso personalmente:
“Ma noi non vediamo molti spazi purtroppo, perché no… ma adesso probabilmente il presidente parlerà con Grasso nuovamente… eh… vediamo un attimo anche di vedere con Esposito… qualche cosa… ma non…. la vediamo difficile insomma la cosa ecco…”
L’EDITORIALE - Eugenio Scalfari, in un lungo editoriale su Repubblica si chiede come sia possibile che il Capo dello Stato sia sotto intercettazione:
“Quando qualche settimana fa Nicola Mancino, la cui utenza era vigilata dalla suddetta Procura, chiese al centralino del Quirinale di metterlo in comunicazione col Presidente, gli intercettatori avrebbero dovuto interrompere immediatamente il contatto. Non lo fecero. Forse l’agente di polizia giudiziario incaricato dell’operazione non sapeva o aveva dimenticato che da quel momento in poi stava commettendo un gravissimo illecito”
Concludendo così…
“Ma l’illecito divenne ancora più grave quando il nastro fu consegnato ai sostituti procuratori i quali lo lessero, poi dichiararono pubblicamente che la conversazione risultava irrilevante ai fini processuali, ma anziché distruggerlo lo conservarono nella cassaforte del loro ufficio dove tuttora si trova”
LA RISPOSTA - Lui, Ingroia ha commentato il 10 luglio le parole del fondatore di Repubblica alla trasmissione su Radio24 La Zanzara:
“Scalfari? Dispiace che un padre del giornalismo italiano sia incorso in questo grave infortunio dimostrando di non conoscere le più elementari regole della procedura. Lui ci accusa di non rispettare la Costituzione. Si informi, ma non è laureato in giurisprudenza e glielo possiamo perdonare”
Sulla domanda dei conduttori Giuseppe Cruciani e David Parenzo se Napolitano gode o no di una protezione speciale, in quanto presidente, Ingroia risponde:
“Un giudice non può decidere a capocchia di fare quello che vuole delle intercettazioni ma c’è una procedura che è stata rispettata. Quelle sono intercettazioni legittime e il presidente della Repubblica ha le stesse garanzie dei parlamentari per le intercettazioni indirette”
Scalfari fa una controreplica proponendo a Messineo cinque punti cui rispondere per fare chiarezza sul caso. Domenica sera, Ingroia ospite alla “Festa dell’Unità”, replica alle accuse di Scalfari “perdonandolo”:
“Oggi purtroppo [Scalfari] commette un infortunio che normalmente non accade a giornalisti di questa levatura, semplicemente non essendosi informato sulle leggi vigenti in Italia oggi, e accusando [la Procura di Palermo] di aver commesso degli illeciti … siamo tra la diffamazione e la calunnia, ma comunque sorvoliamo, perdoniamo a Scalfari per la sua storia questo tipo di reazione per la verità un po’, diciamo così, sopra le righe”
IL PRECEDENTE - Nel 1997 fu pubblicato il contenuto di una intercettazione telefonica tra il presidente della Repubblica dell’epoca, Oscar Luigi Scalfaro, e l’amministratore delegato di un importante istituto bancario. Sperti scrisse che all’epoca in Parlamento emerse una “lettura estensiva” delle norme in vigore, che sebbene sfumate escluderebbero la possibilità di intercettare, anche indirettamente, il capo dello Stato. Intercettare il Capo dello Stato è quindi impossibile? Secondo Ingroia sì:
“Secondo la nostra posizione per altro confortata da illustri studiosi, se l’intercettazione è rilevante nei confronti della persona intercettata, allora è legittima. Non esistono intercettazioni rilevanti nei confronti di persone coperte da immunità. E per quelle non coperte da immunità non c’e bisogno di alcuna autorizzazione a procedere”.
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gallina che canta ha fatto l’uovo, si dice dalle mie parti….
la sicurezza dello stato è l’interesse da salvaguardare e la rilevanza dell’intercettazione verso questo fine presuppone un giudizio….quindi esistono eccome intercettazioni rilevanti di persone coperte da immunità
cercano di combattere la mafia, camorra ndrangta ecc.. mentre i veri capi Boss siedono dentro il governo…e
l´italiani li votano pure..oddio che squallore miserabili.
tutti i politici tutti in galera x par condicio,delinquenti
questa italia nn si riprenderá mai +.
E poi non esistono più nemmeno le mezze stagioni! Al rogo!
dovunque c’è un casino ,sempre democristiani in mezzo.hanno distrutto l’italia,visto che non hanno partecipato come cattolici a costituirla come stato unitario.
Tutti, e sopratutto il capo di stato sanno che i politici corotti ci stanno e godono imunita e aiuto dem colleghi. La democrazia e Solo uns copertina e la legge
Prevedo in tempi brevi la dipartita di Mancino (suicidio a apparente suicidio) cosi’il problema si risolve per tutto. Oppure un niobo attacco mafioso a Ingroia o Messineo o chi altri che lavora per far luce e per la Giustizia. Napolitano mi stupisce!!!