La riforma zoppa di Barack Obama

10/11/2009 - LA LUNGA MANO PUBBLICA – Ufficialmente, l’amministrazione democratica sostiene che saranno negoziate tariffe più basse con medici e operatori sanitari in genere. Possibile, naturalmente, ma una corsa al ribasso dei prezzi – di solito – si accompagna ad una qualità

     
 

di

LA LUNGA MANO PUBBLICA – Ufficialmente, l’amministrazione democratica sostiene che saranno negoziate tariffe più basse con medici e operatori sanitari in genere. Possibile, naturalmente, ma una corsa al ribasso dei prezzi – di solito – si accompagna ad una qualità del servizio reso altrettanto economica. In altri termini, servizi pagati troppo poco saranno ragionevolmente di qualità scarsa e tenderanno ad essere forniti da coloro che puntano più all’incremento del numero delle prestazioni offerte ai clienti che alla loro reale efficacia/efficienza. Una prospettiva non del tutto esaltante. Tuttavia, vien difficile credere che si possa ottenere un differenziale di tariffa così ampio rispetto a quello spuntato dai grandi gruppi assicurativi americani per cui il calcolo del premio offerto dalla compagnia pubblica, per stressare la guerra di prezzo, comincerà a farsi via via più “politico” che “statistico”. I risultati sono facilmente prevedibili: o le compagnie private decidono di partecipare alla battaglia di prezzo sacrificando prima i margini e poi, magari, una parte del premio dedicato alla copertura del rischio oppure si terranno la quota ricca del mercato (quella che punta alla qualità del servizio e che è pronta a pagarlo) lasciando serenamente che la compagnia pubblica attragga il rischio “cattivo”. Nel primo caso qualcuno dovrà mettere le mani nel portafoglio per salvare il settore assicurativo stremato dalle perdite, nel secondo invece pure. Ma non basta.

PASTICCI – Ammettiamo pure che, per qualche strana e imponderabile ragione, accada che la compagnia pubblica riesca ad offrire prezzi molto più bassi della concorrenza e che riesca comunque a stare in piedi con le sue gambe. Prezzi convenienti non bastano ad incoraggiare il cliente a comprare e questo lo staff di Obama lo sa bene. Infatti è stata introdotto l’obbligo di dichiarare nella denuncia dei redditi (che là è una cosa seria) di aver acquistato una polizza sanitaria. In caso contrario, è prevista una multa pari al 2,5% del reddito. Ogni cittadino che della polizza non si curi (circa il 36% dei giovani), preferirà pagare la multa fino a quando il prezzo della polizza non scenda sotto al 2,5% del reddito. Banale scelta di convenienza. Il che significa che la miracolosa new company pubblica dovrebbe uscire con prezzi inferiori di oltre tre volte il minimo di mercato per farsi preferire alla sanzione. Non serve essere esperti del settore per ritenere questa ipotesi assai poco probabile, a meno che non si rientri nel conteggio politico del premio nel qual caso si torna dritti a capo. Anche perché, con un autentico colpo di genio, il provvedimento contiene uno degli obblighi più folli che si potessero pensare, cioè l’impossibilità anche per le compagnie private non solo di rifiutare un rischio a causa di malattie pregresse, ma addirittura di applicare al futuro cliente un congruo sovra premio. Di fatto, si impone per legge ad un privato di operare secondo una logica tipicamente pubblica. Si tratta di un’invenzione non solo illogica, ma potenzialmente devastante. Chiunque, dati questi presupposti, tenderà ad assicurarsi solo nel caso in cui dovesse accorgersi di essere ammalato – specie se di malattia cronica – e tenderà a farlo nel preciso momento in cui tale malattia gli venisse diagnosticata. Il trionfo della cosiddetta “adverse selection”, o antiselezione del rischio. Se i cittadini sani non si assicurano (a loro non conviene) e quelli malati lo fanno, crolla uno dei principi cardine dell’assicurazione stessa che è la mutualità. In più le compagnie si troverebbero a coprire non più eventi “rischiosi”, ma perdite certe. Solo per i meno addentro, in paesi sottosviluppati come il nostro la possibilità di assicurare un evento certo è vietata dal codice civile. No, we can’t, verrebbe da dire. Come possa tenere un sistema del genere è un mistero che attende spiegazioni un pochino più concrete del proclama demagogico.

DULCIS IN FUNDO – Se ancora non ce ne fosse a sufficienza, il piano Obama prevede una serie di ulteriori misure volte ad imporre una riduzione dei costi dei premi assicurativi. Ad esempio, un tetto alla possibilità di imputare costi amministrativi da parte delle compagnie private. Tralasciando pure la considerazione che un mercato ben funzionante queste bazzecole le regola da sé, bisogna porsi la domanda sul come e sul quanto sarà definito il tetto. Sarà un criterio “di mercato” o uno “politico”? Nel primo caso un servizio di rilevazione dedicato a dare informazioni trasparenti ai clienti sarebbe stato più che sufficiente, nel secondo c’è il rischio che una mannaia pesante incoraggi più di qualcuno a lasciare a casa i propri dipendenti. Saranno anche assicuratori che non meritano umana pietà, ma tengono famiglia pure loro. Lo stesso discorso vale per i costi di intermediazione dei brokers che, all’incirca, pesano per un 10% sul prezzo finale. Da ultimo, e per chiudere in bellezza, si è fatta strada l’ipotesi di tassare al 40% la quota di premio che supera gli 8.000 dollari per le polizze individuali e i 21.000 per quelle aziendali. Un extra che, dicono a Washington, sarà a carico esclusivo delle compagnie. Evidentemente qualcuno crede ancora a Babbo Natale pure di là dall’Oceano. Insomma, tutto considerato, questa declamata rivoluzione rischia di diventare una vittoria di Pirro e ricorda stranamente quel clintoniamo “una casa per tutti” che spinse Fanny e Freddie a garantire i mutui di tutti. La casa è un diritto, si diceva allora. E oggi sappiamo come è andata a finire.

     
 

7 Commenti

  1. mala scrive:

    tu però non mi puoi venire a dire
    “Un extra che, dicono a Washington, sarà a carico esclusivo delle compagnie. Evidentemente qualcuno crede ancora a Babbo Natale pure di là dall’Oceano”

    dopo avere scritto

    “Tralasciando pure la considerazione che un mercato ben funzionante queste bazzecole le regola da sé”

    di là si crede a babbo natale, di qua a chi? a san nicola? a gesù bambino?

  2. Mthrandir scrive:

    Ringrazio per l’obbiezione, ma non comprendo dove starebbe la contraddizione. “pure di là” vuol dire che a Babbo Natale credono anche di qua.

    Sarà mica che volevi intendere che, comunque sia, è colpa di abberlustoni, vero?

  3. Mario scrive:

    Secondo me voleva dire che l’affermazione

    “Tralasciando pure la considerazione che un mercato ben funzionante queste bazzecole le regola da sé”

    è pura fantascienza. A meno che non concordiamo che il mercato americano non sia affatto funzionante. Anche se a questo punto mi sorge un dubbio: ma quando tu dici funzionante, intendi che funziona a vantaggio del consumatore o delle aziende assicuratrici? Perché al momento di certo non funziona per entrambi.

    Concordo che la pezza Obamiana probabilmente non è il meglio che ci possa essere in fatto di regolamentazione in campo sanitario, ma credo che il suo valore stia più di tutto nell’abituare gli americani al fatto che il governo possa mettere le mani in queste questioni. Non penso che il presidente e soprattutto il suo staff si illudano che quello che uscirà da questa legge sarà un sistema ideale. Sanno (o sperano) che una volta scardinato il tabù che ha sempre impedito alla politica americana di mettere il naso nella sanità, probabilmente si potrà fare di più. Diciamo che questa è la prima dose.

    • Mthrandir scrive:

      “ma quando tu dici funzionante, intendi che funziona a vantaggio del consumatore o delle aziende assicuratrici?”

      Magari a vantaggio di entrambi. Altrimenti, non funziona bene. Mi sembra evidente.

      “… credo che il suo valore stia più di tutto nell’abituare gli americani al fatto che il governo possa mettere le mani in queste questioni.”

      Parrebbe di capire che l’intervento dello Stato, dal tuo punto di vista, sia comunque un bene a prescindere da quello che lo Stato fa. Mi sembra una visione un tantino ideologica: se lo Stato interviene per far danni non vedo perchè uno dovrebbe esserne contento e ancora meno comprendo perchè sarebbe consigliabile farci l’abitudine.

      “Sanno (o sperano) che una volta scardinato il tabù che ha sempre impedito alla politica americana di mettere il naso nella sanità, probabilmente si potrà fare di più. Diciamo che questa è la prima dose.”

      Si, tipo una casa per tutti. Quando arriva la seconda dose, però, non ci si metta a piangere per i guasti del capitalismo cattivo senza regole, eh? :-)

      • Mario scrive:

        “Magari a vantaggio di entrambi. Altrimenti, non funziona bene. Mi sembra evidente.”

        Quindi siamo d’accordo che il mercato americano delle assicurazioni mediche non funziona.

        Partendo da questo fatto, io penso che un’intervento dello stato in questo caso ci voglia. Io in effetti sono a favore di un intervento statale, nei campi di interesse pubblico (come la sanità). Che questo mio favore sia a prescindere dai metodi e dai risultati l’hai aggiunto tu. Il fatto poi che la posizione possa o meno essere ideologica mi pare irrilevante, non mi sembra meno ideologica infatti la tua difesa del mercato.

        Certamente lo stato non può e non deve intervenire per fare danni, ma per correggere le anomalie di un sistema che mostra di fare acqua da tutte le parti. Quello che intendevo è che non si può non tenere conto del fatto puro e semplice che un intervento nel campo della sanità in america è stato a lungo un tabù. Rompere questo tabù è un traguardo che può bilanciare in parte il fatto che la riforma sia ben lungi dall’essere completa. In America ora possono sperare che questo sia l’inizio di un processo che li porterà ad avere un sistema sanitario migliore.

        Per quanto riguarda il parallelo con la situazione della bolla immobiliare, certo ci potrebbero essere dei rischi, per esempio per il debito pubblico. Ma non scordiamo che per quanto Clinton abbia promosso l’idea di una casa per tutti, questa spinta non è stata nulla in confronto all’avidità degli operatori del mercato immobiliare che hanno scommesso sulla crescita infinita del prezzo delle case. Penso che in America nessuna pressione statale avrebbe potuto spingere le banche a concedere mutui ad altissimo rischio se queste non avessero fiutato l’affare, soprattutto in presenza di strumenti finanziari non regolati che permettevano di “vendere” il rischio stesso. Diciamo che è un alibi abbastanza comodo.

        Per finire, parlando di ideologie e di interventi statali, ti faccio l’esempio di un cattivo intervento statale che avrei preferito si fosse evitato: le banche e le finanziarie in crisi dovevano fallire, altro che bailout.

        • Mthrandir scrive:

          “Quindi siamo d’accordo che il mercato americano delle assicurazioni mediche non funziona.”.

          Non esattamente. Su 305 milioni di abitanti, “solo” 47 milioni non godono di alcuna assistenza. Siamo d’accordo sul fatto che potrebbe funzionare meglio, non sul fatto che non funzioni.

          “Partendo da questo fatto, io penso che un’intervento dello stato in questo caso ci voglia. Io in effetti sono a favore di un intervento statale, nei campi di interesse pubblico (come la sanità). Che questo mio favore sia a prescindere dai metodi e dai risultati l’hai aggiunto tu. Il fatto poi che la posizione possa o meno essere ideologica mi pare irrilevante, non mi sembra meno ideologica infatti la tua difesa del mercato.”

          Scusami, ma poco sopra avevi scritto: “… credo che il suo valore stia più di tutto nell’abituare gli americani al fatto che il governo possa mettere le mani in queste questioni.” Non per essere pignoli, ma l’hai scritto tu che il valore della riforma sta soprattutto nel fatto che promuova un ruolo per lo Stato. Nel mio pezzo non ho contestato l’intervento statale in quanto tale, ma il modo in cui l’amministrazione Obama l’ha pensato. Mi pare faccia una sua differenza.

          “Certamente lo stato non può e non deve intervenire per fare danni, ma per correggere le anomalie di un sistema che mostra di fare acqua da tutte le parti.”

          Il punto è come. Un conto è che l’arbitro scenda in campo e cominci a giocare per una squadra contro l’altra, un altro è che modifichi l’ambiente legale di riferimento agendo sulle regole del gioco provando – come dici tu – a rendere la partita più equilibrata. Obama ha deciso di mettersi a giocare e credo che sia una scelta sbagliata. Le ragioni per cui lo penso le ho scritte e mi paiono questioni tecnicamente poco discutibili.

          “Quello che intendevo è che non si può non tenere conto del fatto puro e semplice che un intervento nel campo della sanità in america è stato a lungo un tabù. Rompere questo tabù è un traguardo che può bilanciare in parte il fatto che la riforma sia ben lungi dall’essere completa. In America ora possono sperare che questo sia l’inizio di un processo che li porterà ad avere un sistema sanitario migliore.”

          Intendiamoci. Il problema non è una riforma incompleta, ma una riforma che contiene un grande numero di provvedimenti che sono palesemente sbagliati o illogici. Non credo che si possano derubricare a semplice prezzo da pagare in cambio della rottura di un tabù. A meno che non si parta dal presupposto che l’intervento diretto dello Stato sia comunque un bene.

          “Per quanto riguarda il parallelo con la situazione della bolla immobiliare, certo ci potrebbero essere dei rischi, per esempio per il debito pubblico. Ma non scordiamo che per quanto Clinton abbia promosso l’idea di una casa per tutti, questa spinta non è stata nulla in confronto all’avidità degli operatori del mercato immobiliare che hanno scommesso sulla crescita infinita del prezzo delle case.”

          Non sono d’accordo. Un operatore privato ha come scopo principale e legittimo la massimizzazione del profitto. Se lo Stato collabora graziosamente a farglielo massimizzare azzerandone i rischi di impresa, il privato incassa e se ne va fischiettando. Non è il privato avido, è lo Stato fesso.

          “Penso che in America nessuna pressione statale avrebbe potuto spingere le banche a concedere mutui ad altissimo rischio se queste non avessero fiutato l’affare, soprattutto in presenza di strumenti finanziari non regolati che permettevano di “vendere” il rischio stesso. Diciamo che è un alibi abbastanza comodo.”

          Che vogliamo dire delle agenzie parastatali Fannie Mae e Freddie Mac che si son messe a prendere alla cieca sul mercato secondario tutto quello che le banche scaricavano loro addosso fortemente pressate dallo slogan politico “la casa è un diritto”? Colpa delle banche che ne hanno approfittato o di chi ha caldamente raccomandato ai due supergaranti di chiudere gli occhi sulla bontà del credito ceduto loro? Diciamo che sono fatti, mica tanto alibi.

          “Per finire, parlando di ideologie e di interventi statali, ti faccio l’esempio di un cattivo intervento statale che avrei preferito si fosse evitato: le banche e le finanziarie in crisi dovevano fallire, altro che bailout.”

          Non dirlo a me. Ma potevamo serenamente permettercelo?

  4. Flavio scrive:

    Mi chiedo di quante guerre mondiali causate dal sistema capitalistico ha bisogno un liberista prima di rendersi conto che “che un mercato ben funzionante queste bazzecole le regola da sé”? Spero che la risposta non sia “3″…

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>

Ultime Notizie