LE PROSPETTIVE FUTURE – A gettare acqua gelata sulle prospettive delle imprese italiane ci ha pensato anche il sondaggio congiunturale
di novembre “sulle imprese industriali e dei servizi” di Bankitalia. Quasi un terzo delle imprese segnala un inasprimento delle condizioni di finanziamento: per un “maggiore costo” o per una “richiesta di garanzie più elevate” oltre il 60%, per “non accoglimento di domande di nuovi finanziamenti” il 28,2%. Quasi una su tre delle imprese industriali e dei servizi prevede di chiudere il proprio esercizio 2009 in perdita, mentre l’anno scorso la percentuale era del 17 %. Per i prossimi 6 mesi viene stimata una “stagnazione” dell’economia, con una capacità produttiva già ridotta del 40,5% nell’ultimo anno. Solo il 19,2 % delle imprese prevede un aumento dei propri investimenti. Per la maggioranza delle imprese crescono poi le dilazioni di pagamento concesse ai clienti. Ancor più accentuata è la dinamica relativa ai ritardi di pagamento dei clienti, in crescita nell’ultimo trimestre per il 55,6% delle imprese. Per quanto riguarda l’occupazione, i dipendenti, già ridottisi dell’1,6% nei primi nove mesi dell’anno, calerebbero di un ulteriore 0,8% nell’ultimo trimestre. La riduzione dell’occupazione, spiega Bankitalia, “sta avvenendo principalmente tramite il blocco delle assunzioni e del turn over e i mancati rinnovi dei contratti a termine”. E, dice Marta, piccola imprenditrice del centro Italia, “meno male che c’è stata la Cassa integrazione in deroga!”
LA POLITICA? DORME… – In questo quadro arrivano i gridi di dolore del Presidente di Confindustria PMI Morandini. Ma sono molti a segnalare l’esigenza di profondi mutamenti sia nelle strategie industriali, sia nelle politiche economiche. Invece, il Governo sonnecchia e l’opposizione finora si occupa d’altro. Non sembra una buona idea lasciare che la “selezione naturale” del mercato faccia sopravvivere le imprese più robuste o intraprendenti e distrugga le altre: la “distruzione creatrice” ha un costo sociale ed economico che l’Italia del 2009 non si può permettere. L’assistenzialismo degli incentivi all’acquisto di beni durevoli (ad esempio dell’auto) o le assurde richieste alle Banche di fare credito a tutti invece non solo sono inutili, ma dannose. Far sopravvivere artificialmente imprese che non ce la fanno, nella speranza che poi torni il sereno
e si riprendano da sole significa non avere capito questa crisi. Non è un temporale, per quanto violento, e poi torna il sole. Ma è un terremoto. La riduzione dell’Irap potrebbe anche servire, ma non è compatibile con lo stato dei conti pubblici, a meno di scaricarne il costo sull’Irpef o sull’Ires. E poi, se va fatta, non deve essere fatta “indifferenziata”.
COSA SERVE ALLE IMPRESE – Ma qualcosa si può fare. Tante proposte sono state fatte a Mantova, tante se ne sentono in giro per l’Italia, ad Ancona, nel Veneto, in Toscana. C’è un grande fermento di questo pezzo d’Italia che non vuole morire. Si potrebbero utilizzare gli inutili incentivi a pioggia che ogni anno arrivano alle singole PMI o imprese artigiane, che sono una specie di elemosina (spesso inutile), per promuovere i processi di aggregazione delle PMI. Perché è meglio “Trasformare che distruggere per poi ricreare”. In questo modo, secondo una ricerca condotta da Confindustria e Università di Perugia, si “eviterebbe di far uscire dal mercato circa il 40% delle PMI in crisi, salvaguardando Know-how, occupazione, fatturati, sofferenze bancarie, gettito fiscale”. Fantascienza? No, sono i numeri di una proposta fatta proprio a Mantova. Creare una nuova impresa, la T-Holding, di cui l’imprenditore diventa socio ovviamente conferendo la sua azienda. Implementare un fondo di garanzia misto (ci vorrebbero 2 miliardi di euro, reperibili da meno “aiuti a pioggia”) che garantirebbe alla holding nuove linee di credito, con un trattamento fiscale favorevole per le banche che partecipano al capitale. La holding potrebbe anche usufruire della norma sulle aggregazioni, rafforzata, con la rivalutazione gratuita dei cespiti. L’imprenditore non avrebbe più il 100% di un’impresa traballante, ma una partecipazione in un’azienda che genera reddito. E l’Italia non perderebbe le tante piccole imprese “traballanti” che, se si aspetta solo che la crisi passi da sola, sono destinate a morire.
Hanno collaborato Michela Furiani e Pino Minelli




Vedi Carlo, sarei tentato di dire “chi è causa del suo ma pianga se stesso”. Le PMI di fatto costituiscono l’architrave su cui poggia l’attuale maggioranza di destra. Sono quelle che si sono affidate nelle mani della più becera propaganda leghista, quelle stesse aziende che solleticano i peggiori umori del forza-leghismo. Il guaio è che sono quasi il 90% delle nostre imprese. Il loro fallimento, di fatto, sarebbe il fallimento del nostro-sistema paese.
Buona parte della nostra PMI è specializzata in produzioni paleo-industriali, con una struttura dei costi analoga a quella delle imprese dei paesi del terzo mondo, grazie a lavoro in nero e all’evasione fiscale. Tanto è vero che da quando non possono più contare su alta inflazione e svalutazione immediatamente perdono quote di mercato ed esportano meno. Le economie avanzate, oggi, esportano soprattutto servizi. La PMI di casa nostra, in realtà, a livello di prodotto ha davvero poco da dire. Sul processo possono lavorare solo riducendo i costi di produzione, che il più delle volte, dato il basso livello d’automazione, non generano alcuna economia di scala, e riducendo il costo del personale. Ma questo significa competere testa a testa con la Malesia o l’Indonesia, e, per di più, sul loro stesso terreno.
Il vero l problema allora è aumentare la qualità dei nostri prodotti anziché la loro quantità e su questo competere con gli altri grandi. Solo questo può determinare un aumento del nostro PIL. Questo governo invece ha relegato la ricerca scientifica (come ho ricordato nell’articolo sugli Ogm) in serie B, brevettiamo meno degli altri e nel mercato mondiale siamo oramai ai margini.
Oggi leggo sul giornale che Berlusconi si è vantato che l’Italia ha scavalcato la Gran Bretagna. Bene, peccato che siamo crollati al 47.mo posto nella classifica della competitività dietro ad un plotone di paesi in via di sviluppo. Complimenti. Ma questo, è sicuro, nessun tg lo ricorderà.
P.
In effetti, Pietro, la tentazione viene…Ma va repressa…perchè, come dici giustamente tu, il vero problema è aumentare la qualità dei nostri prodotti anziché la loro quantità e su questo competere con gli altri grandi. E per questo servono risposte “politiche”, che il governo non dà.
Grazie mille..
Un sorriso C.
Non so nel resto dell’Italia, ma in Lombardia la piccola impresa è tecnologicamente allineata con la grande impresa, ormai l’automazione industriale ha dei costi molto bassi, e c’è anche un efficenza superiore in molti campi, perchè le economia di scala esistono, ma esistono anche diseconomie, legate alla rigidità della media e grande industria, dovuta all’intensità di capitale e ha una struttura burocratica fantozziana.
L’idea che l’aumento delle dimensioni comporti un aumento dell’efficenza è un mito paleomarxista, ogni attività ha una sua dimensione ottimale, e ampio spazio per la piccola impresa ci sarebbe, quello che dice Carlo è leggermente diverso, che la media o grande impresa sopravvive meglio sopratutto perchè grazie al ricatto occupazionale ha l’apoggio della politica e dei sindacati e le banche temono molto di più un fallimentodi un grosso debitore che quello di un piccolo.
Oltre a ciò per la grande impresa i ritardi nei pagamenti sono solo un po di debito in più, mentre per la piccola significano il fallimento.
mi spiace leftorium, ma tu manchi di conoscenza, anche di base, di una benché minima azienda medio-piccola-piccolissima.
le produzioni paleoindustriali che nomini tu, non sono altro che la media del mercato odierno condito da difetti congeniti di cultura industriale italiana..questo per una parte di aziende che soffre molto più di altre e che produce poco o nulla di interessante anche prima della crisi
il resto, vien da se, che se ancora presenti sul mercato, esportando anche, significa che c’è un prodotto interessante (non si viene dalla cina a comprare in italia le patatine fritte, santo cielo) aggravato da una politica economica interna/estera penosa, ma comunque di livello più che interessante.
poi c’è l’eccellenza, non molta, ma più di quella che tu pensi che ci sia, che esporta in condizioni gravose, senza alcun aiuto e che produce utili a raffica, strozzata però da una tassazione allucinante e stremata da costi produttivi dettati da ignoranza industriale (decreti di sicurezza inutilie dannosi per il lavoratore stesso) e quindi, perde di competitività.
d’altro canto non ci si può certo immaginare niente di buono da un paese che considera “metalmeccanico” una segretaria, un negoziante, un operaio elettrico
condivido l’analisi dettata dallo sfruttamento eccessivo della moneta debole per esportare a prezzi competitivi; una strada intrapresa dall’inghilterra con molti moltissimi rischi che però, nel frattempo, sputtanano un qualsivoglia mercato perché i roast beef possono fare prezzi dumping continuando ad avere un margine, anche se minuscolo, a danno di noi continentali.
quello che invece è completamente sbagliato e considerare il mercato dei servizi, tutti, un mercato florido a se stante e puntare su quelli per poter offrire domani un paese con una qualità migliore: ogni servizio, per definizione, è un aggiunta ad un prodotto o un consumo. senza di essi, è inutile.
l’esempio classico è il corriere: in giro è pieno di corrieri (Espressi, nazionali, internazionali) che si fanno una concorrenza al ribasso impossibile, però con il calo fisiologico produttivo, i corrieri sono fermi. quindi è perché non ci sono servizi? o è perché l’industria reale, quella che deve usufruire dei servizi, non è in grado di vendere?
indubbiamente nasce un altro punto discordante: ci dimentichiamo come il mondo sia popolato di persone e non di macchine e che non tutti i mercati sono quelli automobilistico/alimentare/eletrronico dove i volumi sono calcolati in centinaia di migliaia/milioni di pezzi.
certe aziende considerate piccole dallo stato, sono in realtà grandi, molto grandi per quel determinato mercato, alché, scomparendo un’azienda considerata piccola, si tradurrebbe in un’area ampiamente vuota di quel mercato.
oltretutto vige un secondo fattore fondamentale, che è l’indotto: in cina è poco presente per moltissime applicazioni e, anche prodotti sviluppati e costruiti in EU, hanno qualità ben peggiore di quelle cinesi, proprio per poter combattere su prezzo e quantità.
e qui si arriva all’ultimo punto, quello del prezzo. purtroppo non sempre, cioè quasi mai, vale la regola del più caro, più bello, allora lo compro. la mente umana è già di per se complicata, figurati quella aziendale in medio-piccola (secondo lo stato) di cento dipendenti.
trovi realmente muri di gomma in cui invece di un approccio tecnico-economico a lungo periodo, si vedono scelte dettate dall’ignoranza o dalla scarsa attenzione alla valutazione del prodotto finito e si cerca di avere sconti dell’ordine dell’uno percento al prezzo finito al cliente finale.
quindi, la prossima volta, analizza correttamente la faccenda e non buttarti su “italiani..pizza e taxi, grazie e cazzi”
Vabbè tu vivi in mondo di sogni e soprattutto di banalità.
Lo sai che cosa esporta il grande nord-est? Mobili, tessuti, piastrelle in ceramica, agricoltura e calzature. Insomma, la stessa struttura produttiva della Cambogia, appunto. Le economie avanzate esportano soltanto servizi: la prima voce di esportazione degli USA sono prodotti di intrattenimento (film e musica) la prima degli UK sono servizi finanziari. le nostre ridicole aziendine dei tanti Trevisan o delle sure Brambilla hanno messo in crisi i tedeschi dalle risate. Gli “imprenditori” del nordest (nota le virgolette) hanno lavorato sul processo: a livello di prodotto – ripeto – non hanno nulla da dire. Possono al più competere testa a testa con gli sweat shop malesi e indonesiani, nient’altro.
In America imprenditore è sinonimo di innovatore. Qui sono solo degli evasori assistiti, che danno all’Italia il primato di essere il paese OCSE con il più basso tasso di innovazione. Di conseguenza, è chiaro e logico che le loro esportazioni ormai aumentino meno del PIL ((ringraziate anche Berlusca) e che non sono in grado di reggere una concorrenza di qualità, e nonostante tutti i trucchetti i cinesi dello Shenzen costano sempre meno dei marocchini di Asiago.
Stammi bene mr. dreameconomy.
un sarcasmo a dir poco malevolo il tuo, che denota una scarsa, anzi, pessima lettura della realtà.
gli usa esportano servizi, film e musica..e quindi? il film è IL business? non mi pare che stiano in piedi perché ci sono i rambo o i terminator, anzi cascano male perché l’industria che produce “cose reali”, è in netta crisi, data dal fatto innegabile di una produzione con qualità e criteri mai realmente analizzati (anche se la cultura delle riunioni e del pragmatismo inutile è stata esportata da loro) e, di conseguenza, trascinata fino ad oggi dove, tecnologicamente in ambiente industriale, sono fermi agli anni 90, altro che sud italia. basti pensare alle normative ul/csa che, di fatto, impediscono l’importazione di prodotti altamente tecnologici ed innovativi sul mercato americano, costringendo ad economie e a scelte illogiche sul piano industriale, andando contro quello che tu sbandieravi prima come ridotto costo di produzione.
le aziende tedesche, se mai tu ne abbia visitata una, hanno ne più ne meno gli stessi problemi che abbiamo noi in italia, ovvero problemi con l’est e le relative fabbriche aperte per questioni di finanziamenti elargiti dallo stato (quello che per noi accade nel sud) e problemi di approviggionamento di materie prime a costi accettabili non suscettibili a sbalzi continuamente drogati, nonché al collegamento fisico con l’europa che non è diventato snello ed efficiente come avrebbe dovuto (e vale per tutti i paesi eu, inghilterra esclusa).
quello che realmente viene immesso sul mercato, non è altro che quello che potrebbe essere immesso sul mercato in un altro paese che abbia quell’indotto (industrie piccole, non cineoperatori), con o senza i classici trucchetti aggiraleggi di tutte le aziende piccole (ad esempio alcuni tipi di verniciatura non a norma in italia).
ciò che tu introduci ad argomento nel tuo precedente post, imprenditore innovatore in america – ladro farabutto in italia, denota un supporto tecnico logico di scarso livello raggiunto tramite i classici canali di finto approfondimento e mai di persona.
bisogna considerare soprattutto la difficoltà economica dello “stare in piedi” in italia: tra studi di settore, tassazione a livelli stratosferici e regolamentazioni futili recepite in malo modo ed applicate peggio dall’europa, non ne può certo uscire un paese per giovani con idee.
ciò che oggi sarebbe necessario fare con estrema urgenza è il valorizzare l’indotto, portatore sano di know how e tecnologie indispensabili al paese ed alle industrie dello stesso, invece che delocalizzare il montaggio delle lavatrici all’est.
se proprio delocalizzazione deve essere, allora che sia almeno con una ragione commerciale per evitare parte del protezionismo e creare una rete di vendita/assistenza reale ed a buon mercato a tutto vantaggio sia dell’azienda che del cliente finale acquirente del prodotto. oggi, purtroppo, si tende a credere che o bianco o nero, quindi o ladro straricco che gira in azimut od operaio sfruttato malpagato servo della gleba.
mi spiace, ma le tue considerazioni NON si basano su alcun dato reale.
Dubito, per quel che conosco l’ambiente, che un piccolo imprenditore medio si consorzi alla holding. La motivazione di molti di questi qui è non avere padroni. Preferiscono morire da soli che vivere da soci minori.
Non so, in parte è vero. ma è anche vero che piuttosto che fallire…Certo, non sarà un processo culturale facile, siamo un paese di individualisti anarcoidi e ai piccoli imprenditori per anni li hanno blanditi con la storia del “piccolo è bello”..Però bisognerà pur provarci, no?
UN sorriso semplice
C.
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