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La rubricadi Pietro Marmo (marblestone)
pubblicato il 8 novembre 2009 alle 00:01 dallo stesso autore - torna alla home

Perché fu nella sala di attesa dove beccai il medico che passava, fu davanti a tutti che chiesi cosa sarebbe successo se avessi provato a tenere il bambino e mi fossi curata dopo. Il medico scosse il capo con forza e prendendomi le braccia mi supplicò di non farlo, di non perdere anche le mie ultime residue speranze. Allora capii che mi ero illusa ancora, che non avevo nemmeno questa forza, nemmeno la capacità di dargli ancora un po’ un tetto decente. Mi girai e andai a sedermi piangendo quando una persona distinta mi venne vicino e per la prima volta pronunciò la mia condanna: la santità. Lei è davvero una santa mi disse, che non dovevo scoraggiarmi, che la Provvidenza mi avrebbe aiutato e che anche non ci fosse stato il miracolo, il Signore avrebbe riservato per me un posto speciale in cielo. Ero sola, il mio ragazzo lo avevo mollato da tempo perché non sopportavo quella sua imbarazzata pietà, quella voglia di scappare davanti ad una disgrazia più grande di lui. Quando era con me piangeva, prometteva che non mi avrebbe abbandonato mai e, appena possibile, scappava via. Gli dissi che per me non era niente e non ero nemmeno sicura che il bimbo fosse suo. Mi liberai di lui con una risolutezza che non sarebbe servita con il mio cancro ma preferii consolare me stessa soltanto e non quel povero, sfortunato ragazzo. Così, senza che i miei genitori sapessero nulla, abbandonata dalle mie amiche come quegli sceneggiati in cui muoiono gli attori più belli e restano solo i personaggi minori, ero sola davanti a questo uomo che mi parlava della grazia di Dio. Potevo mai pensare che quei mille euro che mi porse in segno di aiuto mi bimba0hv11avhw0 Una santa shampistasarebbero costata la vita? Perché il giorno dopo su tutti i giornali campeggiava una mia foto con la testa tra le mani in cui si parlava della mamma coraggio, di chi, in questo tempo di shampiste senza cuore, innamorate solo dei calciatori e del sogno di fare le veline, aveva deciso di sacrificare la propria vita pur di diventare mamma.

Ma io ero proprio una di quelle shampiste, avrei dato tutto per tornare a quei sogni e a quei ragazzi! La mia vita, a quel punto, mi fu rubata del tutto. Comparvero nella mia vita personaggi mai visti: giornalisti per nuove interviste, religiosi di alto grado che volevano che rivelassi strane ispirazioni e visioni, avvocati che mi offrivano compensi d’oro per l’articolo che non avevo autorizzato ma che quel bastardo mi aveva pagato con mille euro. E arrivò anche la televisione, anche i parenti che fiutarono l’odore del denaro e convinsero i miei genitori scioccati da troppe cose insieme per connettere un solo pensiero, a pensare almeno al futuro del piccolo. Non vidi più quel medico che mi aveva pregato di non fare quell’inutile sacrificio.

Un giro di primari e professori mi trovò una clinica in cui mi assicurarono di arrivare al parto e di avere ancora altre speranze per dopo. Ci credetti, ci volli credere nonostante cominciassero devastanti i primi dolori, nonostante le debolissime terapie facessero poco o niente. Eppure sono ancora qui, con rari momenti di lucidità, a mantenere in piedi una casa che non ho mai scelto di costruire o salvare. Ormai manca poco e a questa sciocca inutile vita non posso chiedere più il tempo per poter insegnare alla mia bimba di rubare la felicità ad ogni momento della sua vita prima che la vita la rubi a lei, di pensare che chi ti porge la mano non sempre vuole aiutarti. Non posso insegnarle niente perché con la vita mi ruberanno anche lei. L’ultima cosa che posso chiedere è che questo martirio abbia almeno uno scopo, che tra tanti dolori che mi squassano il corpo, quello del parto almeno termini con il pianto di un bambino.

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