Esteri

Iran, lo studente che rifiuta di stare zitto

A mio parere, l’Iran può evolvere solo attraverso una “refolution”  (una miscela di riforma e rivoluzione, secondo la formula di Garton Ash, lo storico della caduta del blocco comunista).

LE ELEZIONI - La prima volta che ho votato è stato per Mohammad Khatami, nel 2001. Quattro anni più tardi, ho fatto come molti dei miei compagni che hanno boicottato le elezioni, delusi dalle riforme, e convinti che fosse meglio astenersi per assestare un duro colpo alla legittimità del regime. Con la vittoria di Ahmadinejad, mi sono morso le mani: una cappa plumbea è rapidamente scesa sulll’associazione studentesca, un sistema di stelle è stato imposto per etichettare e poi sbarazzarsi dei ragazzi più attivi fra di noi. Alle ultilme elezioni bisognava reagire. Personalmente, ho votato a favore Mehdi Karoubi, perché rappresenta la minoranza laica. Ma politicamente, è per Mir Hossein Moussavi che mi sono mobilitato candidandomi per il posto di osservatore in un seggio elettorale il giorno delle elezioni. Così, il famoso 12 giugno, ho visto personalmente i brogli. Casualmente, il sistema di testo destinato a presentare il rapporto regolare ai nostri uffici, è rimasto bloccato nella prima ora. Non immaginate la mia sorpresa al momento del conteggio, quando il rappresentante del Ministero degli Interni mi ha suggerito di riportare i voti di Karoubi su quelli di Moussavi, e quelli del candidato quarto, Mohsen Rezai, sui voti di Ahmadinejad, in assenza di osservatori per questi due candidati … non oso immaginare il conteggio dei voti laddove, in numerosi seggi erano presenti solo osservatori di Ahmadinejad. Francamente, mi aspettavo un ballottaggio tra Moussavi e Ahmadinejad. Il primo poteva contare su giovani e donne. Il secondo, sulle masse. Con la proclamazione della vittoria schiacciante di quest’ultimo, il giorno dopo, lo shock è stato profondo. Tradita e umiliata, la strada si è risvegliata. Fin dall’inizio, ho partecipato a tutte le manifestazioni perché è mio dovere denunciare la violenza della repressione. Un mio amico è stato recentemente incarcerato nella prigione di Evin per tre mesi e ha visto il dolore peggiore. Uno dei suoi compagni di cella, violentato dal suo interlocutore con un bastone. Un giorno, ai deputati che gli fecero visita egli raccontò la sua storia. La sera stessa fu portato in una località sconosciuta. Da quel momento nessuno ha più avuto sue notizie. Fino ad ora, gli studenti si sentivano isolati nella loro lotta per la democrazia. Oggi, condividono le stesse aspirazioni di donne, lavoratori, imprenditori, ricchi e poveri. Con un regime che cerca di reprimere il dissenso accusandolo di condurre una “rivoluzione di velluto”, patrocinata dagli stranieri, a volte con grande difficoltà. Come in una recente partita di calcio dove, sopraffatti dalla quantità di verde indossato dai tifosi, la televisione di Stato fu improvvisamente costretta a passare al bianco e nero.

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