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Editorialedi Donato De Sena
pubblicato il 6 novembre 2009 alle 09:00 dallo stesso autore - torna alla home

Quanto riferito ieri ai magistrati della Procura di Palermo da Massimo Ciancimino non aggiunge nulla di nuovo a quanto già risaputo sulla cosiddetta trattativa tra mafia e Stato. Che una delle conseguenze di quei famosi incontri di fine ’92 fosse la cattura di Totò Riina e che su quella cattura ci fosse lo zampino di Bernardo Provenzano è la conclusione alla quale si sarebbe potuto giungere facendo una attenta ricostruzione di quanto dichiarato finora dai protagonisti della vicenda e da quanto messo nero su bianco perfino dai giudici impegnati nei processi delle stragi. Anche noi di Giornalettismo, che non siamo né maghi né veggenti, un paio di settimane fa avevamo riordinato, a quanto pare con successo, gli elementi, recenti e meno recenti, che potevano far pensare che il Capo dei Capi tra la fine del ’92 e l’inizio del ’93 fosse stato venduto da Provenzano (“La trattativa ci fu. E Provenzano arrestò Riina”. L’episodio di uno scambio di mappe della città di Palermo, ad esempio, avvenuto tra suo padre Vito e gli altri due protagonisti della trattativa tra pezzi delle istituzioni, gli ufficiali del Ros Mario Mori e Giuseppe De Donno, era già stato accuratamente raccontato a suo tempo proprio dall’allora colonnello Mori.

Come abbiamo già riportato nell’articolo del 22 ottobre, nei primi giorni di novembre del ’92, tra il terzo e il quarto incontro tra Ciancimino, suo figlio e i due uomini del Ros, Massimo Ciancimino avrebbe ricontattato il cap. De Donno per chiedergli di incontrare nuovamente don Vito. Dell’espisodio si parla dettagliatamente nella sentenza di primo grado per la strage di via Georgofili. “De Donno si legge nella sentenza – con l’autorizzazione del colonnello Mori, si incontrò con Vito Ciancimino. Questi gli chiese nuovamente cosa volessero in concreto e De Donno gli rispose che volevano catturare Salvatore Riina. Ciancimino si mostrò, questa volta, disposto ad aiutarli. Chiese perciò a De Donno di fargli avere le mappe di due-tre servizi (luce, acqua, gas) relative ad alcune precise zone della città di Palermo: viale della Regione Siciliana, “verso Monreale”. De Donno se le procurò presso il Comune di Palermo e gliele portò il 18-12-92. Il Ciancimino non si mostrò però soddisfatto e diede alcune altre indicazioni su ciò che gli occorreva”.

Chissà cosa risponderà ora il generale. Mario Mori, che dal 1992 era a capo del reparto Criminalità Organizzata del Ros e aveva costituito fin da subito un gruppo speciale di operatori destinato alla ricerca del Capo di Cosa Nostra, aveva sempre negato nel corso del processo qualsiasi aiuto di Ciancimino all’arresto di Riina, salvo poi confidare ai giudici che “secondo la sua personale opinione se la trattativa fosse proseguita li avrebbe messi in condizione di fare un’indagine seria su Riina”. Il suo racconto lasciava intendere che qualcosa, in quella direzione, si era mosso. Ma Mori non si spingeva oltre, negava ci fosse stata una relazione diretta tra l’arresto di Riina e la trattativa intavolata con Ciancimino. “Le mappe richieste da Ciancimino sono consegnate alla Procura della Repubblica di Palermo si leggerà poi nella sentenza In esse è compresa anche la zona che fu teatro dell’arresto di Riina (avvenuto circa un mese dopo l’ultimo incontro). Sono comprensive anche della zona in cui abitava Riina”.

Di dichiarazioni che vanno nella direzione del “tradimento” ai danni del Capo dei Capi da parte di quello che sarebbe stato poi il suo successore, Massimo Ciancimino già aveva avuto modo di farne nel corso degli ultimi mesi. Ha parlato degli incontri tra don Vito e Provenzano nel ’99/2000 a Roma presso l’abitazione dell’ex sindaco. Ha riferito dei colloqui, contemporanei alla trattativa coi Ros, tra suo padre e Binnu, coloqui durante i quali definivano Totò Riina un “pazzo” per il suo modo di gestire Cosa Nostra e di aggredire in maniera sanguinaria lo Stato. E’ stato Massimo Ciancimino ad affermare di essersi adoperato in prima persona per catturare Totò Riina e a dichiarare poi che il padre Vito avrebbe certamente visto di buon occhio la presa del timone di Cosa Nostra da parte di Provenzano. Le parole di oggi, dunque, se hanno un merito, è quello di togliere ogni dubbio, qualora ve ne fosse ancora alcuno, sul fatto che Riina sia stato fatto fuori dal leader dell’altra ala corleonese e di confermare i sospetti e le ammissioni di altri autorevoli esponenti della cupola finiti in carcere. Ma non certamente di svelare uno scenario finora sconosciuto.

Sia uomini vicini a Provenzano, come il pentito Nino Giuffrè, sia uomini vicini a Riina, come il cognato Leoluca Bagarella e il figlio Giovanni, avevano già espressamente affermato di vedere la cattura di Totò come “tradimento”. Ed era stato perfino Riina in persona a ribadirlo nella sua famosa deposizione nel processo per le stragi del ’93: “Il figlio di Ciancimino non è stato mai citato, non è stato mai sentito. Perché non si deve sentire il figlio di Ciancimino che era in contatto con il colonnello dei carabinieri? Perché questo Ciancimino che collaborava con questo colonnello non ci viene a dire il perché 5/6 giorni prima l’onorevole Mancino dice “Riina in questi giorni verrà arrestato”. Ma a Mancino chi glielo disse 5/6 giorni prima che io venivo arrestato? Allora c’è chi mi ha venduto!?”. Vuoi vedere che tra tanti cialtroni l’unico a dire la verità in tutti questi anni sia stato proprio Riina?

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