di Mauro Senzaterra (Mthrandir)
postato alle 13:19 del 26 Aprile 2008 in SportTorna alla home

Sembrava che l’ambizione del fu G-14 fosse definitivamente seppellita, ma Berlusconi torna alla carica. Il calcio in crisi di audience e di identità riscopre il campionato dei grandi grazie all’incapacità di offrire grandi campionati.

In perfetto stile Luigi quindici, Silvio Berlusconi si appresta a dire addio alla presidenza del Milan non prima di aver disseppellito una vecchia idea del compianto G-14, cioè del gruppo di Club europei che tenne l’UEFA sotto minaccia di abbandono per anni prima che Le Roi lo riconducesse a più miti consigli. Il refrain è quello di un campionato europeo riservato alle cosiddette “grandi” che servirebbe ad evitar loro la seccatura di dover partecipare alle poco remunerative sagre di provincia: uno che spende un sacco di soldi per il casting ha ben il diritto di portare la compagnia in teatri di livello. E’ evidente che l’uscita berlusconiana si possa spiegare con la probabile esclusione del Milan dalla prossima Champions League, ma è comunque interessante perché dice molto del momento che sta attraversando il calcio italiano in genere e spiega perfettamente alcune delle ragioni della crisi.

PROFESSIONISTI E SEMIPROFESSIONISTI – Se le cose stessero come dice Berlusconi, si potrebbe pensare che il fenomeno interessi un po’ tutte le società di calcio europee visto che, bene o male, ogni torneo continentale prevede che clubs gloriosi se la debbano giocare con avversari le cui terga sono decisamente meno nobili. Invece non è proprio così: giusto per fare un esempio, il “grandissimo” United visita costantemente stadi da 20-30 mila posti, tipo il Craven Cottage del Fulham o il JJB Stadium del Wigan, ma ha bilanci favolosamente attivi e paga ingaggi che il Milan non può nemmeno sognare. Per dire, il più pagato della serie A – Kakà – prende sei milioni di euro l’anno mentre Cristiano Ronaldo ne intasca quasi il doppio (10). Come mai? Difficile sostenere che la differenza di disponibilità sia da imputarsi alla scarsa partecipazione registrata al Granillo di Reggio Calabria. A maggior ragione se consideriamo che le entrate da abbonamenti e biglietti non sono esattamente la fonte principale di ricavi per nessuno dei top club. Allora Berlusconi, e con lui tutti gli azionisti delle altre società italiane, potrebbe interrogarsi sull’efficacia delle attività di marketing intraprese dalla sua dirigenza, magari confrontando le performance messe a segno da cotali professionisti del settore con quelle dei loro colleghi inglesi e spagnoli. Sono certo che ricaverebbe spunti decisamente più interessanti della media dei paganti registrata a Parma.

ULTIMO STADIO – E’ chiaro che esista un problema di scarsa professionalità nella gestione delle società italiane, ma è altrettanto chiaro che sia il modello di professionismo italiano che fa acqua. A parte la credibilità limitata del giocattolo, periodicamente gettato nella merda delle combine e delle scommesse illegali, società che non hanno la proprietà degli impianti dove offrono lo show possono anche quotarsi in Borsa, ma sono condannate a restare nel guado. Gli stadi italiani, tutti comunali, sono concepiti per essere frequentati giusto il tempo della partita. Sono poco confortevoli, insicuri, non offrono alcun tipo di servizio agli spettatori e son stati costruiti quasi tutti con lo scopo di ospitare manifestazioni multidisciplinari. Risultato? Fin troppo ovvio. Chi va allo stadio la partita, di fatto, non la vede. Però ci rischia la pellaccia. Come mix di offerta, non c’è male.

UIULEEEENZA – Infine c’è il problema sicurezza. Nel resto d’Europa non mi risulta che il prefetto abbia sul tavolo la tabella dei gemellaggi tra tifoserie e, di conseguenza, non impiega il suo tempo a vietare le trasferte a rischio. E, visto che ne viene vietata più di qualcuna, qualche effetto sul totale spettatori si sente. Il tutto senza aver spostato di un millimetro il problema perché quest’anno i morti son già stati due. Si dice spesso che le società possano farci poco, ma è vero fino a un certo punto. Se proprio volessero, invece di spendersi in un’attività di lobbying politica finalizzata all’agevolazione, potrebbero spingere verso la pretesa di una legislazione più sensata sull’argomento pretendendone l’applicazione. In Inghilterra hanno fatto esattamente questo e agli hooligans hanno lisciato la schiena: là li ficcano al gabbio, qua – a quelli proprio cattivi – gli danno il Daspo, cioè l’obbligo di firma in Questura. Inoltre, e qui i club non possono che prendersela con se medesimi, la coltivazione di rapporti obliqui con i gruppi organizzati di teste calde ha ottenuto il magnifico risultato di riempire gli stadi di gente che ci va per sfogare la propria imbecillità svuotandoli del pubblico tranquillo che invece ci andrebbe per godersi lo spettacolo. L’unico che ha provato a tagliare certi legami, Lotito, gira sotto scorta e viene evitato dal resto dell’establishment con la stessa eleganza con cui si scansa un’appestato. Fino a quando non si spazzerà via il cosiddetto “tifo organizzato”, resteremo qua a raccontarcela.

MORALE DELLA FAVOLA – Se tutto questo è vero, e lo è, si capisce che la sparata di Berlusconi non è un bel segnale perché dimostra che, nel concreto, non c’è nessuna voglia – o capacità – di intervenire. Si preferisce vagheggiare di “conference” europee come se un business serio e funzionante si potesse costruire a tavolino senza metterci un briciolo di competenza. Diciamocelo chiaramente: il campionato delle grandi non avrebbe il fascino di una Champions League alla quale accedono le squadre più forti del momento, non necessariamente quelle col blasone più ricco. In più si sprecherebbe quel patrimonio di rivalità municipale che è sempre stato il traino del movimento e il principale motivo di interesse per questo sport. Piaccia o non piaccia, il calcio deve il suo successo al fatto di essere uno sport nazionale, qui come altrove. Ma mentre altrove è sullo sport, cioè sulla passione sana, che hanno (ri)costruito un mercato, qui sono convinti che ci si possa appassionare a un business.

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