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pubblicato il 8 novembre 2009 alle 11:00 dallo stesso autore - torna alla home

Proviamo a fare un po’ di luce sugli organismi transgenici. Tra l’allarmismo quasi sempre ingiustificato degli ecologisti e il concreto rischio d’oligopolio delle multinazionali del settore.

In un interessante articolo pubblicato qualche tempo fa su “Italianieuropei”, il bimestrale di cultura politica dell’omonima fondazione, la biologa e giornalista Anna Meldolesi ha gmo 2 Ogm: il vero pericolo sta nel pregiudizio ambientalistabrillantemente affrontato il complesso e talvolta contraddittorio rapporto legato all’uso degli organismi geneticamente modificati (OGM) nel campo agricolo con la politica (in particolare, quella di sinistra) nazionale ed europea. Secondo l’autrice (vincitrice, tra l’altro di un European Award for jounrnalism in genetic), “Lo spartiacque, disegnato dai movimenti ecologisti e no-global e mai apertamente sfidato dalla sinistra, sembra lasciare poche vie di fuga a chi deve scegliere se schierarsi a favore o contro gli Ogm. Se l’alternativa è riconoscersi in chi crede nel valore intrinseco della vita e della natura o, al contrario, in chi della vita e della natura ha soltanto una visione utilitaristica, allora è fatale affrontare la tematica degli Ogm con diffidenza se non con ostilità dichiarata”. Questa dicotomia, in sostanza, secondo l’autrice è stata imposta proprio dal movimento ambientalista e, come vedremo, dai suoi pregiudizi, quasi sempre infondati. “E’ difficile negare – sostiene la biologa – che il movimento che si oppone agli Ogm si muova sulla base di pregiudizi ideologici che tengono ben poco conto dei fatti concreti. E’ difficile negarlo quando l’Agenzia per lo sviluppo dell’Onu, tra mille cautele, decide di prendere pubblicamente posizione a favore degli Ogm documentando l’importanza strategica delle innovazioni tecnologiche in campo agricolo, soprattutto per i paesi del Terzo mondo. E quando per tutta risposta i capofila dell’opposizione agli organismi transgenici, invece di valutare attentamente i dati forniti in un rapporto molto ponderato e documentato, liquidano queste analisi come “un manifesto di propaganda che sembra scritto da un’agenzia di pubbliche relazioni” per riabilitare le biotecnologie agricole agli occhi dell’opinione pubblica”.

QUELLI CHE … NO – L’accusa, quindi, è chiara. I movimenti ambientalisti, sostanzialmente, portano avanti una campagna anti-biotech “senza se e senza ma” in modo allarmistico grazie alla complicità di certe parti politiche e sociali più interessate alla ricerca dei riflettori che all’evidenza dei dati fondati su prove scientifiche. Infatti, verdi pace Ogm: il vero pericolo sta nel pregiudizio ambientalistaben poco effetto - sostiene la Meldolesi – hanno avuto sui media i risultati delle ricerche che hanno smontato, uno dopo l’altro, gli argomenti cavalcati dai gruppi ecologisti”.  La sistematica distorsione dei dati scientifici e il rifiuto di un approccio serio all’analisi del rischio hanno portato ad una grave frattura tra le componenti ecologiste e il mondo della ricerca su scala internazionale. Tale frattura si è fatta ancora più dolorosa in Italia, dove la rinuncia della sinistra politica (quella che ama auto-definirsi di governo) ad essere parte attiva nelle scelte politiche sulle biotecnologie agricole e la “delega” chiavi in mano ai “Verdi” di questo settore (do you remember Mr. Alfonso Pecoraro Scanio?), hanno concretamente messo a repentaglio le sorti della ricerca pubblica sugli Ogm, portando, di fatto, ad una contrapposizione frontale con la comunità scientifica nazionale, peraltro largamente schierata a sinistra. Un errore esiziale. Un errore al quale, la nuova leadership del Pd, dovrà porre rimedio, quanto prima. La politica non può rinunciare a servirsi a pieno della scienza come strumento d’indagine e valutazione, e come fonte da cui attingere dati attendibili sulla base dei quali operare scelte opportune e concrete. Lo stesso errore, del resto, sta venendo pedissequamente ripetuto su scala continentale. Anche L’Europa appare condizionata da certo “fanatismo” ecologista al quale si aggiunge un’ulteriore responsabilità. L’imposizione delle “nostre paure” anche ad altri contesti geografici, come quelli rappresentati dai paesi in via di sviluppo. In sostanza, stiamo riproponendo “i fantasmi – come detto non fondati su alcun dato scientifico – delle nostre società benestanti” anche a quei paesi che non conoscono ancora l’autosufficienza alimentare.

DA CHE PARTE STANNO?“Viene spontaneo domandarsi – scrive la Meldolesi – cosa abbia da guadagnare un paese dell’Africa sub-sahariana, dove la produttività agricola è bassissima, da regolamentazioni pensate per consumatori apprensivi e per un’agricoltura che vive di sussidi come quella europea? In Africa l’acqua potabile scarseggia ancora e le insidie del cibo sono legate semmai alle precarie condizioni di immagazzinamento, trasporto e preparazione”. Spesso, gli ambientalisti, quando si affronta questo argomento, cercano 52528 Ogm: il vero pericolo sta nel pregiudizio ambientalistadi tirare la palla in tribuna o, addirittura, di cambiare proprio campo. Sostengono che le loro “battaglie” sono in favore proprio dei paesi in via di sviluppo. Dicono di  sostenerne l’autonomia contro il colonialismo politico e tecnologico occidentale. Strano, perché questa è un’evidente contraddizione nel momento in cui a quegli stessi paesi si vogliono imporre i nostri “fantasmi” di società opulente. “Questa ricetta per di più non sembra nemmeno in grado di porre un argine alla situazione di oligopolio che si sta  creando nel settore agro-biotecnologico. Più è bizantino il processo che porta all’autorizzazione di un prodotto, maggiore è la probabilità che poche grandi compagnie tengano in pugno il settore perché sono le uniche in grado di sopportare i costi delle sovra-regolamentazioni”. “Per evitare che sulle biotecnologie agricole e sui Pvs - sostiene la biologa – venga posta un’ipoteca troppo gravosa da parte dell’industria privata andrebbero intraprese strade diverse, a cominciare da un potenziamento della ricerca pubblica”. Infine, c’è da dire come il saldo della bilancia commerciale mondiale si sposterà ancor più a svantaggio dei paesi poveri che dipenderanno in misura sempre maggiore dalle esportazioni alimentari dal mondo sviluppato. E’ quindi paradossale (e diciamocelo, francamente stupido) che i movimenti no-global propongano come “alternativa” ricette che, di fatto, allontanano il Sud del mondo dall’obiettivo dell’autosufficienza alimentare. Ed è paradossale che dopo un secolo di lotte per migliorare le condizioni di lavoro in Occidente, la sinistra non dia il giusto peso al fatto che l’innovazione tecnologica può influire in modo determinate sulla salute e la qualità di vita dei lavoratori dei paesi in via di sviluppo.

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