Quella notte tra il 3 e il 4 novembre pioveva a dirotto. Anni difficili, boom economico ma tanti fermenti ed inquietudini sotto il cielo d’Europa, d’Italia, di Firenze. E’ il 1966, la cinquecento c’é ma è un auto spartana per la famiglia, la tv c’é ma si vede solo in bianco e nero. Sono giorni che piove forte, ma anche quella sera la gente di Firenze sta tornando a casa, inghiottita dal buio della notte, in attesa del giorno di festa, la festa della Vittoria, scansando i passanti e le vie piene di tricolori e stendardi gigliati.
L’Arno in questi giorni è cresciuto, si è gonfiato sempre di più, ma nessuno se ne è preoccupato: governo, provincia, comune. E allora chi se ne importa? C’é chi è andato al cine, chi fa l’amore alle Cascine in macchina, chi russa ignaro nel suo letto. Ognuno per sé. In una sala dell’Hotel Minerva alcuni consiglieri comunali, assessori e il sindaco sono riuniti, ma solo perché la giunta è in crisi. Nessun allerta meteo: la protezione civile non c’è ancora, e chi se ne importa se piove forte e il livello del fiume è ormai vicino al filo delle spallette.
Verso le 23 però qualcuno comincia ad allarmarsi. I vigili del fuoco hanno ricevuto 130 chiamate di piccoli allagamenti di scantinati e garage. Dalle campagne toscane arrivano durante la notte notizie di straripamenti, smottamenti, frane. Alle 2,30 qua e là scoppiano le fogne, e in molte zone di periferia la gente comincia a scendere in strada. Alle 3,30 prefetto e comune cominciano a mandare allarmi a Roma, ma nessuno se ne cura. E’ notte, è festa. Chissà cosa vogliono, questi maledetti toscani!
E l’alba, e l’Arno inizia a inghiottire sotto un cumulo di acqua e di fango Lastra a Signa, frazioni del comune di Scandicci, Signa. Silenziosamente entra in città, straripa al Lungarno Acciaioli e a quello alle Grazie. Poi arriva in centro, sommerge musei, chiese, luoghi d’arte. Alle 9 arriva a Piazza Duomo e a Palazzo Vecchio. La piena arriverà a quasi 6 metri di altezza, prima di cominciare lentamente a defluire, dopo le 22 di quella maledetta sera di festa, lasciandosi alle spalle 34 morti, tanti sfollati, preziosi manoscritti della Biblioteca Nazionale Centrale, il Crocifisso di Cimabue, la Basilica di Santa Croce e i depositi degli Uffizi.
Dopo quella notte nera la città si sveglia. C’è chi continua a pensare solo a sé, in quei villini in collina risparmiati dal fiume di fango. Ma sono pochi: dopo la notte e il giorno della paura, arrivano i giorni della speranza. Un esercito di giovani e meno giovani, senza chiedere nulla, giunge dalle città vicine, da Perugia, da Roma, da Bologna. Da tutta Italia. Altri arrivano anche da più lontano: tedeschi, francesi. C’è un po’ di tutto: ragazzi e ragazze, studenti e militari, sono a migliaia in città per salvare le opere d’arte e i libri, strappando al fango secoli di arte, di storia e di memoria. Qualcuno li chiamerà gli “Angeli del fango“. Qualcun’altro dirà che erano “la meglio gioventù”, il primo germoglio di una lunga storia che altri ancora, chi con odio e disprezzo e chi con amore e nostalgia, avrebbero chiamato il ’68.
Anche oggi sull’Europa, sull’Italia e su Firenze piove. Una pioggia fitta. Una pioggia acida, fatta di inquinamento, intolleranza, paura del futuro, di chissenefrega di tutto e di tutti. Anni di merda che passano sui pensieri dei ragazzi e delle ragazze di ieri e di oggi. E in mezzo scorre il fiume. Scorre e s’ingrossa. A molti sembra di vederlo già sul filo delle spallette, a ridosso degli argini. Chissà se arriverà una meglio gioventù a fermarlo, prima che sommerga la città, il paese, l’Europa.





















