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pubblicato il 3 novembre 2009 alle 14:30 dallo stesso autore - torna alla home

Quando omicidio e suicidio minano, profondamente, tutti i fondamenti su cui abbiamo poggiato la nostra vita in società.


«Lo stato di diritto, quale risulta dall’insieme delle garanzie liberali e sociali, può essere peraltro configurato come un sistema di meta-regole rispetto alle regole stesse della democrazia politica. Precisamente, se la regola dello stato liberale di diritto è che non su tutto si può decidere, neppure a maggioranza, la regola dello stato sociale di diritto è che non su tutto si può non decidere, neppure a maggioranza: su questioni di sopravvivenza e di sussistenza, per esempio, lo Stato non può non decidere, anche se esse non interessano la maggioranza. Solo su tutto il resto vale la regola della democrazia secondo cui si deve decidere a maggioranza, diretta o indiretta, dei cittadini.

E tuttavia, in un senso non formale e politico ma sostanziale e sociale di “democrazia”, lo stato di diritto equivale alla democrazia: nel senso che garantisce, al di là della volontà della maggioranza, gli interessi e i bisogni vitali di tutti espressi sotto forma di diritti fondamentali. In questo senso il garantismo, in quanto sistema di vincoli imposti ai pubblici poteri, può ben essere concepito come il connotato (non formale, ma) strutturale e sostanziale della democrazia: le garanzie, sia liberali che sociali, tutelano infatti i diritti dei cittadini contro i poteri sia pubblici che privati, gli interessi dei deboli rispetto a quelli dei forti, le minoranze emarginate o dissenzienti rispetto alle maggioranze integrate, le ragioni del basso rispetto alle ragioni dell’alto»

Luigi Ferrajoli, Diritto e ragione. Teoria del garantismo penale, Laterza, Roma-Bari 1989.

Sono morti che si vorrebbero silenziose e presto dimenticate quelle di Stefano Cucchi e di Diana Blefari. Sono le morti di due persone marginali, insignificanti, che non contano. Uno forse destinato alla droga, alla disoccupazione, alla fatica di vivere: avrà mandato a fanculo i suoi carcerieri stefano ilaria cucchi.jpg 370468210 Stefano Cucchi, Diana Blefari e la morte del dirittoe questi l’hanno massacrato di botte; l’altra, in fondo, era solo un’attivista di un’ideologia ottusa che l’ha portata a partecipare a un assassinio per il trionfo del proletariato: s’è uccisa da sola, un corpo in meno da mantenere, un sollievo per la collettività. Dunque, due pazzi irrisori, inutili, giusta la fine feroce che, naturalmente, si sono meritata: si chiuda la lapide e non se ne parli più. La nostra repubblica ha altro cui pensare, problemi maggiori da risolvere, attenzioni più grandi cui prestare. In breve, la nostra società è ora più pulita, più larga, più tirata a lucido.

E INVECE NO - Invece queste due morti rappresentano la sconfitta dello stato di diritto, della repubblica, della democrazia. Una sconfitta che sarebbe in un certo senso rimediabile – nello scontro diuturno verso la realizzazione di una società equa, giusta, libera – se questi eventi cruenti determinassero una riflessione su cosa significa ancora vivere insieme sotto uno stesso tetto di norme più o meno condivise, in un luogo dove, si presuppone, tutti parliamo la stessa lingua. Benvenuto il luogo dove, cantava Gaber: e invece no. Invece no perché queste due morti sono le ultime di una lunga serie che sembra non interrompersi. Noi cittadini accettiamo, con rassegnazione o menefreghismo, che in carcere venga parlata la lingua della violenza, del terrore, della paura, della morte. E se noi cittadini italiani accettiamo questo ben presto faremo diventare la nostra penisola una Rebibbia smisurata dove tutti saremo, malgrado noi, prigionieri. Ci stiamo costruendo un muro interiore più duro a scalfire di quello che fu di Berlino. Non importa se la Chiesa nelle sue gerarchie tace di fronte a questi orrori. È troppo occupata a impedire pillole o impianti extrauterini o salvaguardia di misere cellule prive di coscienza. Non è lecito chiamarla in causa quando ci fa comodo: dobbiamo sbrigarcela da soli senza interventi pseudo-trascendentali, senza il richiamo a un Dio troppe volte invocato invano.

CONTA SOLO IL PRIMO – Gli ultimi non saranno i primi, questo l’abbiamo imparato. Gli ultimi resteranno ultimi perché fanno troppo comodo per conservarci primi, per essere vincitori in questa gara insignificante che la vita comincia a diventare. Ci stiamo avviando verso una società che per sopportarsi chiude gli occhi di fronte ai mali che produce; una società che si crede esente da ogni difetto, che nasconde la spazzatura negli abissi marini, o dentro le carceri, o in filmini a scopo ricattatorio. Sì, va bene, ogni tanto si vota, ci si elegge, ci si rappresenta, ci si erge a riformatori instancabili, a solenni portatori di libertà e benessere. È una società, la nostra, che ha la normale abitudine di escludere, che suole dire al diverso, al non integrato: «Tu non ci stai bene qui dentro questo nostro mondo pulito, patinato, brillante; qui non si conoscono crisi e sconfitte, qui tutto va bene; qui le lacrime sono contate, altrimenti sarebbe un’alluvione continua di dolore». E il dolore va represso, dimenticato per sopravvivere, per scorrere tranquilli nelle vuote giornate autunnali piene di appuntamenti, di incontri di lavoro o di nevrosi sessuale. Sia fatta luce dunque, senza nessuna remora, senza il este 01145515 55290 Stefano Cucchi, Diana Blefari e la morte del dirittotimore di vedere lo Stato, per l’ennesima volta, sul banco degli imputati. Lo Stato è un’invenzione che noi umani ci siamo dati per sopravvivere. Lo Stato non è un fine, né un bene in sé, né tantomeno un assoluto, ma solo uno strumento, una tecnica che usata per proteggersi dalla prepotenza, dalla violenza, dall’arbitrio. Ogni volta che lo Stato fallisce nel suo compito di protezione e tutela del cittadino ecco che occorre ripensare ai suoi fondamenti, al suo programma di fondo, pena la dissoluzione dell’individuo che, invece di essere tutelato e di sentirsi sicuro, finisce per essere prigioniero di una casa di marzapane. Ministro Alfano, spinga la strega cattiva dentro il forno, restituisca fiducia e vera sicurezza a noi piccoli re. Altrimenti si dimetta, non si faccia complice di tali efferatezze.

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