Un film del grande Clint Eastwood in porssima uscita, racconta la storia vera di una partita di rugby che grazie alla intuizione di Nelson Mandela, riunifica una Nazione corrosa dall’odio. Da noi basterebbe una bella lotta nel fango tra trans e escort?
“Basta basta basta!” e’ il grido di dolore della Bindi, quella certamente piu’ intelligente che bella (del resto basta poco …), scagliato a mo’ di Grande Anatema avverso il Cav. dal pulpito di Ballaro’. E’ il grido destinato a rimpiazzare il famoso “resistere resistere resistere” di Borrelli - o era di Borriello le prime volte con Belen? Quel grido di dolore lo facciamo nostro ma non nel senso bindiano – dal quale ci divide non solo l’ideologia ma anche la morfologia. Infatti basta, non se ne puo’ piu’ di trans e di escort, di teorie complottiste su chi manda chi e chi lo mette a, di caccia non a
Ottobre Roso ma a “chiappe dorate” o del noioso e ripetitivo spot del Sinedrio demoratico-libbertario de’noantri, lo sputazzo al Tremonti. Basta basta basta, essere Controcorrente per questa settimana significa volare piu’ alto, lontano nel tempo e nello spazio.
AL CINEMA - In questi giorni e’ uscito il primo trailer autorizzato di Invictus, film che uscira’ in selected cities negli Stati Uniti ai primi di dicembre. Diretto da Clint Eastwood – il piu’ grande di tutti, uno dei pochi solidi repubblicani nell’ambiente dello showbiz dominato da maitre a penser come Madonna o Sean Penn- con Morgan Freeman nella parte di Nelson Mandela e Matt Damon in quella di Francois Pienaar capitano della nazionale di rugby sudaficana, racconta un storia vera di riscatto e superamento delle barriere dell’odio, fondata sullo sport piu’ tosto e “vero” del mondo. La storia: nel 1994 si svolsero le prime elezioni a suffragio universale valide per tutto il Sudafrica, dopo piu’ di dieci anni di pressioni internazionali, boicottaggi e sommosse contro il regime dell’Apartheid (che sarebbe un neutro “separazione”, io di qua tu di là); in precedenza ogni non bianco poteva votare solo nella sua “Homeland” etnica. La schiacciante maggioranza non bianca (oltre l’ottanta percento della popolazione) decretò il trionfo personale di Nelson Mandela, leader dell’African National Congress, un avvocato che aveva speso ventitre’ anni in galera con l’accusa di terrorismo. Ora che aveva conquistato il potere aveva davanti due opzioni.
IDEE – La prima, caldeggiata dalla stragrande maggioranza dei suoi sostenitori, era quella del bravo rivoluzionario: schiacciare una volta per tutte il nemico di tutta una vita, la minoranza bianca coi suoi privilegi difesi dall’apartheid, redistribuendo alla maggioranza oppressa il maltolto di duecento anni di oppressione. L’alternativa era lavorare per una difficile riconciliazione interetnica. Scelse la seconda strada, molto piu’ difficile per i risentimenti e le diffidenze in ambo gli schieramenti. Il colpo di genio di Mandela, la sua scommessa fu di usare lo sport come generatore di una mitologia, di un Pantheon condiviso tra le etnie. Usò il rugby, lo sport dei bianchi; per i neri era parte della triade simbolica della segregazione razziale
, formata da bandiera, inno e appunto rugby; quindi era cordialmente odiato, al punto che i neri assistevano alle gare della nazionale degli Springboks, l’orgoglio dei bianchi afrikaner, solo per tifare contro e gufare, a mo’di interisti alle gare di Champions del Milan. Il Sudafrica ottenne l’organizzazione dei mondiali di rugby del 1995 e l’intuizione di Mandela fu di usare il “veicolo” Springboks per “integrare” i bianchi e esaltare i neri, facendo letteralmente abbracciare le due parti del Paese. Piu’ che una scommessa fu un azzardo, un autentico atto di fede: la nazionale sudafricana era sempre stata molto forte, ma i boicottaggi internazionali l’avevano tagliata fuori dal giro che conta per dieci anni. Ragion per cui giustamente Eastwood avvicina nel film alla figura di Mandela quella del capitano Francois Pienaar, coprotagonista “operativo” di quella sfida vicnete al destino: senza il suo lavoro diconvincimento del team, l’intuizione di Mandela sarebbe rimasta nel libro dei sogni. Se poi avessero perso, avrebbero ottenuto l’effetto opposto (se le vittorie uniscono, le sconfitte dividono). Invece, vittoria dopo vittoria, gli Springboks riuscirono ad arrivare alla finale contro i neozelandesi, i famosi All Blacks, la squadra unanimemente considerata la più forte del mondo.
























Ci sono in Italia due uomini importanti (uno nello stesso ruolo di Mandela e come lui veterano di mille battaglie di parte) che, senza abbandonare le loro idee, hano dimostrato di sapersi mettere mentalmente, nelle parole e nei gesti, anche la maglietta degli avversari di oggi o di un tempo e di saperne riconosce il valore e le ragioni dove è giusto.
Anche il pubblico che saprebbe applaudire il grande “match della riconciliazione” c'è ed è la maggioranza degli italiani, stanca di apartheid ideologici.
Si tratta di mettere in campo la squadra giusta, con il giusto mix di “bianchi” e “neri” opportunamente selezionati, e di farlo finalmente partire, questo dannato match contro i nostri cronici difetti.
In Italia è impossibile, non esiste né a destra né a sinistra una classe politica in grado di guardare al di là del proprio naso, non vedo perchè le affermazioni deliranti di Di Pietro debbano essere considerate più gravi di quelle di quel politico che di fornte alla prospettiva della sconftta alle elezioni in seguito a 5 anni di governo fallimentare affermava “«Se la sinistra andasse al governo il risultato sarebbe miseria, terrore e morte, come accade in tutti i posti dove governa il comunismo»”.
La demonizzazione dell'avversario è merce comune in enrambi gli schieramenti, l'incapacità di risolvere i problemi italiani anche.
Non è questione di apartheid ideologici, il fatto che i politici coraggiosi e competenti nel'attuale situazione subiscono l'ostracismo dei lacchè e dei capibastone preoccupati della possibilità di essere mandati a casa per minifesta inettitudine, a destra come a sinistra.
Pietro, capisco il tuo sconforto di fronte al mainstream attuale, ma non essere così negativo. In Italia nulla è impossibile, né in un senso né nell'altro. Siamo la nazione del Rinascimento e quella dei secoli di sonno, la nazione divisa per secoli e quella che si unificò sostanzialmente in due anni, la nazione di Mussolini e quella dei padri costituenti e di De Gasperi, la nazione di Starace e quella di Gobetti, la nazione degli emigranti e quella del miracolo economico, la nazione di Beccaria e quella delle mafie.
Lascia stare i nanerottoli senili e tutto il concerto delle urla e lo schifo di sessuopoli. Mi sembra tanto il degradarsi della pelle che precede una muta. Se raschi sotto la superficie, puoi intuire un vulcano apparentemente rassegnato ma in realtà pronto ad eruttare facendo a pezzi capibastone e lacché, se poco poco si apre qualche spiraglio decente (e non può mancare molto), e mi sembra che una parte della classe politica, sia pure in modo un po' confuso, stia guardando al dilà del proprio naso e si stia preparando ad accompagnare l'eruzione, anziché subirla. In fondo non ci servono dei geni, ma solo degli interpreti decenti delle opportunità irrealizzate della società italiana capaci di coglierle con un po' di abilità politica, di grinta e di predisposizione al rischio. Non abbondano, ma facendo un “all stars” una nazionale capace di affrontare la sfida la si potrebbe anche mettere insieme… Poi, tra cinque anni, avversari come prima e come sempre, in Italia.
Coraggio, Pietro, il nostro anziano Mandela partenopeo sa con chi parlare.
Chisto Abramo Rincoglionito che si permette di scrivere su Giornalettismo e li snobba pure è nu freggnone.
Grano, suggestiva opinione la tua, ma se ho capito di chi stai parlando, beh, lasciami essere dubbioso. Non bastano le idee e un Fine grande non piccino per fare i Mandela, ci vuole anche il coraggio, e quello se uno non lo ha, non se lo può dare.
Pietro, sei sicuro che non stai descrivendo gli italiani in toto, non solo la loro classe politica? Qualsiasi discussoe ci sia, dal calcio in su, avviene coi toni da bar, coi bandieroni dispiegati.
Colpa di tutti, ma non di nessuno; in primis è colpa di chi si crede “antropologicamente superiore” e vorrebbe fà l’avanguardia intellettuale ed è arrabbiata come un cane rabbioso, in secundis solo in secundis di chi detiene il potere.
Portami tua sorella tamarra che la famo fregnere, chiappedoroquiddik
(palese chissei…).