I primi incontri tra apparato e mafia risalgono all’agosto del 1992. E Mario Mori aveva visto ripetutamente i Ciancimino. Uno spunto per le stragi del ‘93?
La trattativa tra Cosa Nostra e pezzi dello Stato era cominciata tra l’omicidio di Salvo Lima e la strage di Capaci. La serie di incontri degli uomini del Ros con Massimo e Vito Ciancimino, che si verificano da inizio agosto in poi, a partire da quindici giorni dopo la strage di via D’Amelio che sarebbe stata realizzata appunto per accelerare la trattativa, rappresentano solo una delle angolazione dalla quale osservare il dialogo stato-antistato cominciato, in realtà, già mesi addietro.
“TERMINALE” DI MORI – Il generale Mario Mori negli stessi giorni in cui cominciava ad incontrarsi con l’ex sindaco di Palermo sfruttando il contatto che il collega Giuseppe De Donno aveva con Massimo Ciancimino, conosciuto in tribunale durante il processo al padre, aveva scoperto di poter intavolare la trattativa con l’organizzazione criminale siciliana anche attraverso Paolo Bellini, un ex estremista di destra che in carcere, a Sciacca, dov’era detenuto per furto e commercio di opere d’arte, aveva conosciuto il boss Antonino Gioè. Era stato un suo ex dipendente, il maresciallo Roberto Tempesta, a parlargli di questo possibile aggancio e sarà il pentito Giovanni Brusca qualche anno dopo, nel ’99, a parlare di questa vicenda ai magistrati di Palermo. Oltre a spiegare le motivazioni che avrebbero spinto Cosa Nostra ad ammazzare Salvo Lima, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, Brusca parlava di una prima fase della trattativa tra mafia e Stato, diversa da quella che riguarda l’ex sindaco di Palermo Ciancimino e con un protagonista definito “terminale” dell’allora colonnello Mori: “Devo dire che in quel periodo (quello compreso tra la strage di Capaci e quella di via D’Amelio) mi sono incontrato poco con Riina e , soprattutto, che Riina ammesso che lo sapesse e ritengo che così fosse, non mi avrebbe mai detto, per la sua mentalità e per i discorsi che mi aveva sempre fatto, che stava trattando con i Carabinieri. Certo è – raccontava Brusca – che Riina, all’epoca, ebbe a notare più di un segnale di debolezza da parte dello Stato (devo ricordare che nello stesso periodo io stavo autonomamente trattando con Bellini, e, come poi ho saputo, il terminale del Bellini era proprio il generale Mori) e, dunque, riteneva di avere concrete speranze di concludere positivamente la trattativa”.
ALTRI INCONTRI - Era il 25 agosto ’92, quattro giorni prima del secondo incontro a quattro tra i due Ciancimino, Mori e De Donno, che il maresciallo Tempesta avrebbe avvertito il suo superiore. Gli parla di Paolo Bellini dicendogli di essere in contatto con lui. Lo definisce una sua fonte informativa e gli spiega che avendo Bellini, in carcere, conosciuto un mafioso, avrebbe potuto fare l’infiltrato nell’organizzazione siciliana. Ma per farlo l’ex terrorista aveva bisogno di “dimostrare la sua validità come personaggio”, di poter mettere sul tavolo della trattativa arresti domiciliari o ricoveri ospedalieri per boss detenuti. Luciano Leggio, Pippo Calò, uno dei Marchese e altri due personaggi di altissimo livello mafioso, erano i pezzi da novanta che Bellini aveva bisogno di poter favorire per continuare a trattare. Erano i nomi scritti su un foglietto consegnato al maresciallo il 12 agosto ’92. Bellini lo aveva ricevuto da gioè, Gioè da Brusca, che a sua volta ne aveva parlato col Capo dei Capi. Luogo dell’ultimo passaggio di mano: un’area di servizio autostradale alle porte di Roma. Tempesta riferisce tutto a Mori, ma il generale, così come farà nel caso del papello consegnatogli da Ciancimino qualche mese più in là, reputò la richiesta inaccettabile, impraticabile: “Non è proponibile far uscire dalle carceri personaggi di questo livello”, dirà il colonnello. Il Bellini, insomma, non fu reputato come uno accreditato per porsi come intermediario tra Stato e mafia, ma Mori consigliò ugualmente al maresciallo Tempesta di continuare a coltivare il rapporto e di avvertirlo nel caso in cui fosse emerso qualcosa di importante da quella relazione. Tempesta gli lasciò un recapito telefonico del Bellini.
LA TRATTATIVA – Bellini si era presentato da Gioè ad inizio ’92 parlando di possibili recuperi di opere d’arte, che potevano essere messe sul tavolo di una trattativa con lo Stato: restituzione di capolavori in cambio di favori per i detenuti: consegnava delle fotografie di opere d’arte importanti che interessavano ai suoi referenti istituzionali , un gruppo di “onorevoli della zona di Modena”. Erano in una busta gialla contrassegnata dalla dicitura “Ministero dei Beni Culturali”. Si tratta presumibilmente le stesse foto fatte consegnate poi al maresciallo Tempesta insieme alla rosa di nomi da favorire. Tempesta era del mestiere, operava presso il Reparto Tutela del Patrimonio Artistico dei Carabinieri dal 1981. Cosa Nostra non si fermerà davanti all’impossibilità di andare incontro al Bellini. Da lì una nuova offerta: questa volta da parte degli uomini d’onore. Brusca si era attivato per valutare la possibilità di recuperare oggetti d’arte da offrire in contropartita. Aveva avvisato dell’operazione anche Totò Riina, Gioacchino La Barbera. Pietro Rampulla. Gioè riferirà poi a Bellini: dirà di non poter nulla per il recupero di quelle opere segnalate, quelle scomparse dalla Pinacoteca di Modena, ma dice di essere in grado di provvedere al recupero di “opere molto più importanti di quelle che sono state rubate a Modena”. Consegnate nuove foto, questa volta inerenti quadri della villa Lanza-Berlinghieri, e il famoso bigliettino. Provenivano da Brusca, che avrebbe anche ascoltato in prima persona, ma senza farsi notare, uno degli incontri Gioè-Bellini. Bellini, dal canto suo, faceva sapere che il discorso poteva essere portato avanti solo per due detenuti: Bernardo Brusca e Giuseppe Giacomo Gambino. Insomma, prima e dopo la strage di Capaci e molto prima degli incontri oggi alla ribalta della cronaca, Stato e mafia già trattavano e cercavano punti di contatto.
L’IDEA STRAGISTA – Si parlava anche di attentati al patrimonio artistico dello Stato in quegli incontri, attentati che avrebbero costretto lo Stato a trattare, ma forse pure ad abdicare al potere mafioso. perfino la torre di Pisa rientrava nel novero dei possibili bersagli da colpire. Nella sentenza di primo grado per la strage di via Georgofili, in un resoconto della vicende, si fa riferimento anche a questo aspetto. Questa prima trattativa tra uomini dello Stato e mafia vista come spunto artefice per la stagione stragista del ‘93: “L’esame del materiale passato in rassegna dimostra, in maniera inequivocabile, che per tutto il 1992 si sviluppa un rapporto tra Paolo Bellini e Antonino Gioè con diverse finalità soggettive. Oggettivamente, però, questo rapporto, travalicando i confini personali dei due protagonisti, ha l’effetto di focalizzare l’attenzione di Brusca, Bagarella, Riina (e delle altre persone che ruotano intorno a costoro) sui beni del patrimonio artistico nazionale. E’ questo il dato più saliente desumibile dalla complessa vicenda che è stata narrata (quasi sempre dai diretti interessati), giacchè attiene proprio all’”idea” stragista (per come si è poi concretamente realizzata)”.























