Giavazzi, la crisi e la lotta contro i mulini al vento

28/10/2009

     
 

di

I problemi economici italiani sono sia strutturali che congiunturali, e i primi sono di gran lunga più pericolosi perché staranno sempre in mezzo a noi, e tendono a peggiorare nel tempo. Un’economia dinamica e in grado di crescere dovrebbe avere un elevato tasso di risparmio, un elevato tasso di investimenti produttivi, mercati finanziari sviluppati, mercati del lavoro in grado di creare posti di lavoro e distruggerli (spostando risorse da mercati in declino verso mercati in crescita), università in grado di produrre innovazione, un sistema giuridico rapido e prevedibile. In questa lista di desiderata l’Italia sta messa bene solo nel tasso di risparmio, ma ciò è una magra consolazione visto che, senza imprese e mercati finanziari efficienti, e con profondi deficit pubblici,  questi risparmi diventano spesa pubblica (in genere corrente, ammesso che si possa parlare di investimenti produttivi nel caso di investimenti allocati dalla nostra classe politica) o case di proprietà.

Poi ci sono i problemi congiunturali: l’Italia ha risolto il problema della disoccupazione di massa con le riforme del mercato del lavoro, ma si ritrova con un mercato del lavoro duale dove il costo della congiuntura è pagato soltanto dai “precari”; il debito pubblico era stato stabilizzato ma mai veramente sanato, e ora che c’è una crisi un po’ più profonda sta ricominciando a crescere, e non è impossibile che ciò possa diventare insostenibile nel medio-lungo termine (in questo, incredibile dictu, Tremonti sembra il meno peggiore della compagine di governo).

Il Prof. Giavazzi, sul Corriere della Sera, affronta alcuni di questi problemi: per rendere sostenibile l’evoluzione del debito, dice, è necessario accelerare la crescita economica (ma, parrebbe, non ridurre la spesa pubblica, che dice essere insufficiente almeno in certi ambiti). Le sue proposte sono diverse: aumentare l’età pensionabile (ripristinando una misura del precedente governo  Berlusconi, poi cancellata da Prodi per via della Sinistra populista) ; pagare i debiti della P.A. verso le aziende (questa misura, riguardando fondi già contabilizzati, aumenterebbe la ricchezza netta delle aziende senza aumentare il deficit); spostare la tassazione verso gli enti locali; ridurre le tasse sui capital gains a livelli europei.

Queste misure probabilmente possono aiutare molto: aumentare i fondi delle imprese sarebbe un’efficace misura anticiclica, e aumentare l’età pensionabile ridurrebbe la crescita della spesa pubblica e libererebbe risorse per gli investimenti. Sono anche sufficienti? Il prof. Giavazzi non elenca tutti i punti del “programma” ma fa alcuni esempi in teoria relativamente semplici da implementare, anche se in pratica politicamente impossibili da realizzare in un paese dove si parla solo di sesso mercenario.

In ogni caso, ritengo che una politica sostenibile di sostegno alla crescita richiederebbe anche: la riduzione della spesa pubblica, ad esempio privatizzando (e liberalizzando) i servizi pubblici, soprattutto quelli in perdita, e riducendo l’esercito di dipendenti pubblici, ad esempio semplificando la burocrazia; la riforma della giustizia civile, per renderla più rapida e prevedibile; la riforma degli albi professionali, per dare un’opportunità agli italiani di serie B che non sono ammanicati con le corporazioni; la liberalizzazione dei mercati finanziari in modo da rendere più efficiente l’allocazione del credito, senza cui aumentare i risparmi e diminuire il deficit serve a poco; il taglio delle tasse, sostenibile solo se si riducono le spese e si accelera la crescita, soprattutto su risparmi e investimenti produttivi; la vendita delle proprietà immobiliari pubbliche per ridurre il debito.

Ovviamente nessuna di queste riforme verrà messa in pratica, perché politicamente costosa: andare contro dipendenti pubblici, sindacati, albi professionali e magari anche grandi imprese e grandi banche sovvenzionate e protette dalla concorrenza richiederebbe un coraggio ed una visione che nessuno schieramento politico ha. Condizionare la discussione sulle riforme strutturali alla loro realizzabilità politica è una limitazione suicida: mentre i nostri politici litigano sui rispettivi vizi privati, i ben più gravi vizi pubblici sembrano non interessare nessuno. Per questo motivo i pochi che parlano di riforme, come Giavazzi, sono necessari a questo paese, anche quando lottano contro i mulini a vento.

     
 

25 Commenti

  1. libertyfighter scrive:

    Si proprio quello. Che comunque è meglio di quello del governo precedente. Quello che aiutava i precari e la gente a basso reddito e sulle mie 12 mensilità da netti 1000 euro al mese ha deciso di rubarmi 60 euro in più rispetto al governo ancora precedente (quello liberale), facendomi scendere a 940 mensili per 12 mensilità.

  2. “Quello che aiutava i precari e la gente a basso reddito e sulle mie 12 mensilità da netti 1000 euro al mese ha deciso di rubarmi 60 euro in più rispetto al governo ancora precedente (quello liberale), facendomi scendere a 940 mensili per 12 mensilità.”

    Che cattivoni. Per fortuna che adesso sono arrivati i liberali.

  3. libertyfighter scrive:

    Non preoccuparti. Appena lo stipendio me lo abbassano anche i liberali, giuro che voto da un'altra parte. Ma sai noi stronzi con le basi austriache teniamo molto molto alla libertà economica e per noi ogni euro in più fottuto dai sacri governatori è un punto in più sulla scala della schiavitù. E viceversa.
    Purtroppo teniamo in posizioni più basse le altre libertà negative perché Mises ci ha detto che quella economica è la principale da cui derivare tutte le altre.
    E poi, noi stronzi con le basi austriache, le libertà positive invece le teniamo a fianco alla carta igienica.

  4. okishio was wrong scrive:

    “Ridurre la spesa pubblica” in quanto tale è un assunto del tutto privo di senso almeno quanto il suo contrario. E’ ormai chiaro da secoli a chi presta più attenzione alla storia economica che alle belle utopie di Mises e compari, che la spesa pubblica nelle economie nazionali è un meccanismo di regolazione dei mercati la cui funzione dipende strettamente dalle condizioni in cui questi riversano in un particolare momento storico. Ridurre la spesa pubblica in assoluto peraltro non è un’indicazione di politica economica perchè non precisa nè quali fondi tagliare, nè come farlo. Parte dal presupposto che questi fondi non solo siano per forza allocati in modo inefficiente, ma che non sostengano alcuna necessità economica che -una volta interrotta l’erogazione- necessiti di un altra fonte di finanziamento. Generalmente si presuppone che queste fonti alternative provengano automaticamente dal settore privato, senza contare alcun costo di transazione o di creazione dei margini di profitto necessari ad attrarre investimenti nell’area (poi ci si lamenta che si “svende” invece di “privatizzare per bene”). Se già queste presunzioni sono irrealistiche in condizioni normali, sopratutto se si vuole mantenere un minimo di criterio amministrativo pubblicistico che in alcuni casi si rende necessario in sè (prova a liberalizzare la tratta ferroviaria Torino-Milano), non c’è forse momento peggiore di questo per chiedere al settore privato di occuparsi della pubblica amministrazione e di altri settori tradizionalmente incapaci di fornire alti profitti in assenza di cospicui finanziamenti statali. Questo non implica l’accettazione del presente, ci sono mille modi di ristrutturare un’azienda pubblica rendendola efficiente secondo parametri alternativi -in parte o del tutto- al regime concorrenziale ampiamente testati negli ultimi decenni dalle nuove economie asiatiche, che invece di poltrire sulla logora e sciocca opposizione liberale tra stato e mercato hanno saputo far interagire istituzioni pubbliche e private in modo armonioso raggiungendo non solo tassi di crescita invidiabili ma spesso più solidi di quelli europei, più resistenti al ciclo economico e relativamente più protetti dalle fluttuazioni dei mercati di capitali. Il fatto che questi paesi non debbano subire i “costi” del regime democratico non fa che esemplificare quanto quest’ultimo non sia -in questa prospettiva- altro che un costo.

    Dopodichè, parlare di istituzioni finanziarie appropriate oggi non può che essere una prospettiva. Non è chiaro COSA sia un’istituzione finanziaria appropriata, prima di tutto perchè se i bilanci pubblici in defici crescente riversano sul mercato interno il peso dei vincoli imposti dal capitale mobile, il regime di questi ultimi dipende dalla struttura finanziaria internazionale e da come viene regolamentata, un fattore che oggi è lungi dal poter essere considerato come dato. Non esistendo alcun livello normale di debito pubblico, i problemi di sostenibilità finanziaria pubblica emergono solo in relazione all’importanza relativa dei mercati di capitali e dei movimenti del tasso d’interesse. In ultima istanza non ha senso considerare nè il tasso d’interesse nè l’offerta di capitale sui mercati finanziari come variabile indipendente su cui ponderare la gravità del debito pubblico di un paese, è uno stupido supply-bias che può al massimo rappresentare un caso particolare su tanti. E’ molto più appropriato considerare l’eventualità di cambiare il sistema monetario internazionale, ad esempio programmando un progressivo riallineamento delle valute asiatiche (sopratutto quella cinese), in modo da fornire ai paesi occidentali i margini per ristrutturare il proprio debito E ricostruire il mercato interno stimolando il riassorbimento della paurosa divaricazione tra salari reali e produttività.

    Inutile poi cercare ulteriori profitti nello scheletro del vecchio stato sociale. Sono stock scarni e difficilmente mobilizzabili, si tratterebbe solo dell’ennesimo atto di esproprio predatorio inutile buono solo a creare ulteriore monopolio e corruzione.
    Le imprese non hanno bisogno di poter fare tutto loro. “Fare tutto” costa, e molte cose -diffondere informazioni, costruire distretti e proteggerli nei primi anni di attività, contrattare coi sindacati, preparare una politica industriale, curare le relazioni coi paesi fornitori e partner strategici, standardizzare listini e formalizzare procedure di spillover intersettoriali, ricostruire una ricerca di base, coordinare i rapporti con le istituzioni e i fondi comunitari, supervisionare affinchè l’ondata di acquisizioni e incorporazioni che presto si renderà utile tra le PMI avvenga in modo omogeneo- semplicemente vanno fatte. Molto meglio ripagare i debiti e tornare in attivo magari lentamente ma con il minimo sforzo possibile. E per il minimo sforzo serve che qualcun altro faccia tutto il resto.

    L’unico sforzo che le imprese italiane devono fare -per lo meno inizialmente- dev’essere produrre, nulla più. Rimettere in funzione i macchinari, gli studi di progettazione e gli uffici. Il resto nessuna impresa di piccole o medie dimensioni può farlo oggi. E questo indipendentemente dal disastroso ruolo dello stato in Italia. La domanda effettiva è bassa, è inutile girarci troppo attorno solo un pazzo potrebe invocare Say adesso, le prospettive per il commercio sono traballanti ed è ormai chiaro che i paesi ASEAN rivedranno parecchio qualsiasi orientamento outward-oriented nei prossimi anni, per un seplice motivo di profittabilità interna maggiore. Anche in questo caso solo un pazzo potrebbe pensare di voler competere coi sempre più grandi e verticalmente integrati retailers cinesi per i loro mercati locali. Dopo 30 anni di deindustrializzazione e finanziarizzazione è palesemente il momento di un riassestamento in favore delle economie di prossimità, nazionali e sopratutto regionali.

    Il rilancio del mercato europeo, le cui istituzioni finanziarie possono tranquillamente assumersi -per il principio di sussidiarietà- una parte delle spese necessarie invece di lasciarle ai singoli stati in ordine sparso, è LA priorità, e non sarebbe male se invece di riproporre la solita invettiva contro la spesa pubblica ci si chiedesse anche a quale scala territoriale sarebbe meglio erogarla, oltre che ovviamente sotto quale forma e a quale uso destinarla e secondo quali vincoli. La BCE potrbbe benissimo emettere dei buoni e dare una mano ai singoli stati, dare un’accelerata all’integrazione giuridica ed amministrativa e iniziare a pensare seriamente -di concerto con le istituzioni politiche dell’unione- di aprire una voce cospicua sulle spese sociali, che soppianti l’infinito caos che tutt’oggi regna in Europa circa molte delle spese che si renderebbero necessarie per riallocare il reddito in favore di lavoratori e imprese. Chiaramente uno scudo fiscale fatto ognuno per conto proprio è forse la soluzione più agli antipodi di tutto ciò che si potesse immaginare.

    Parlare di necessità di liberalizzare i mercati finanziari -un’idiozia in sè- PER far circolare i risparmi significa non avere la benchè minima idea di dove questi risparmi siano localizzati nel tessuto economico. Il risparmio di famiglia è più alto che in altri paesi, ma la diseguaglianza è ben maggiore, tenendo poi conto che tutto ciò accade sopratutto in virtù (o per colpa?) di un sistema di ammortizzatori sociali basato ancora molto sul trasferimento monetario e sullo schema familistico e non universalistico, il che gonfia il risparmio famigliare rispetto ad altri paesi dove a dispetto di ciò ogni singolo ha relativamente accesso più libero e gratuito a più servizi pubblici, per giunta più efficienti. Non parliamo poi del fatto che il risparmio famigliare va messo in rapporto con il numero di persone che lavorano in famiglia, e che rispetto ad un tempo l’aumento di occupati per famiglia rispetto al reddito famigliare denota un impoverimento netto per nucleo medio che è semplicemente agghiacciante.

    In effetti anche pensare la redistribuzione in senso puramente monetario è mero “bastard keynesianism”. Se c’è una cosa in cui lo stato è utile oggi è quella di riequilibrare il rapporto tra servizi commerciali e non in modo da minizzare i costi di riproduzione sociale addossati alle imprese, che almeno per un po’ dovrebbero sopratutto poter pagare bassi salari (ma contrattati collettivamente), non dover pagare meno tasse. Un mercato eccessivamente dilatato per la portata del tessuto produttivo in relazione alla domanda non garantisce alcuna ripresa. Un rilancio serio non può che avvenire a partire da alcuni settori chiave, che daltronde l’Italia ha sempre avuto e su cui non si farebbe alcuna fatica ad orientare tanto quei pochi investimenti mobilizzabili nel breve periodo. Questi investimenti potranno godere di un buon credito solo quando le banche potranno godere di una rinnovata offerta di moneta da parte di cittadini non assillati dalla necessità di dover pagare TUTTO. Il servizio pubblico può tranquillamente svilupparsi in modo complementare al settore commerciale, soprautto in situazioni di sottoconsumo.

  5. okishio was wrong scrive:

    Tra l’altro affermare che solo una visione austriaca o neokeynesiana à la Minsky possono comprendere questa crisi è falso: la prima manca totalmente di prospettiva storica e si rifugia nella politica monetaria, tradizionalmente l’aspetto ultimo e quindi più superficiale delle crisi, la seconda postula alcuni teoremi sul comportamento delle imprese con alti flussi di cassa che può aver senso come non averlo. Molto più sensate le previsioni -che vanno avanti da circa dieci anni- di Robert Brenner sul declino dei profitti negli USA e sulla finanziarizzazione: http://escholarship.org/uc/item/0sg0782h

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>

Ultime Notizie