Visita <a href="http://www.liquida.it/" title="Notizie e opinioni dai blog italiani su Liquida">Liquida</a> e <a href="I widget di Liquida per il tuo blog">Widget</a>
Editorialedi Pietro Di Giorgio (Libertyfirst)
pubblicato il 28 ottobre 2009 alle 09:00 dallo stesso autore - torna alla home

I problemi economici italiani sono sia strutturali che congiunturali, e i primi sono di gran lunga più pericolosi perché staranno sempre in mezzo a noi, e tendono a peggiorare nel tempo. Un’economia dinamica e in grado di crescere dovrebbe avere un elevato tasso di risparmio, un elevato tasso di investimenti produttivi, mercati finanziari sviluppati, mercati del lavoro in grado di creare posti di lavoro e distruggerli (spostando risorse da mercati in declino verso mercati in crescita), università in grado di produrre innovazione, un sistema giuridico rapido e prevedibile. In questa lista di desiderata l’Italia sta messa bene solo nel tasso di risparmio, ma ciò è una magra consolazione visto che, senza imprese e mercati finanziari efficienti, e con profondi deficit pubblici,  questi risparmi diventano spesa pubblica (in genere corrente, ammesso che si possa parlare di investimenti produttivi nel caso di investimenti allocati dalla nostra classe politica) o case di proprietà.

Poi ci sono i problemi congiunturali: l’Italia ha risolto il problema della disoccupazione di massa con le riforme del mercato del lavoro, ma si ritrova con un mercato del lavoro duale dove il costo della congiuntura è pagato soltanto dai “precari”; il debito pubblico era stato stabilizzato ma mai veramente sanato, e ora che c’è una crisi un po’ più profonda sta ricominciando a crescere, e non è impossibile che ciò possa diventare insostenibile nel medio-lungo termine (in questo, incredibile dictu, Tremonti sembra il meno peggiore della compagine di governo).

Il Prof. Giavazzi, sul Corriere della Sera, affronta alcuni di questi problemi: per rendere sostenibile l’evoluzione del debito, dice, è necessario accelerare la crescita economica (ma, parrebbe, non ridurre la spesa pubblica, che dice essere insufficiente almeno in certi ambiti). Le sue proposte sono diverse: aumentare l’età pensionabile (ripristinando una misura del precedente governo  Berlusconi, poi cancellata da Prodi per via della Sinistra populista) ; pagare i debiti della P.A. verso le aziende (questa misura, riguardando fondi già contabilizzati, aumenterebbe la ricchezza netta delle aziende senza aumentare il deficit); spostare la tassazione verso gli enti locali; ridurre le tasse sui capital gains a livelli europei.

Queste misure probabilmente possono aiutare molto: aumentare i fondi delle imprese sarebbe un’efficace misura anticiclica, e aumentare l’età pensionabile ridurrebbe la crescita della spesa pubblica e libererebbe risorse per gli investimenti. Sono anche sufficienti? Il prof. Giavazzi non elenca tutti i punti del “programma” ma fa alcuni esempi in teoria relativamente semplici da implementare, anche se in pratica politicamente impossibili da realizzare in un paese dove si parla solo di sesso mercenario.

In ogni caso, ritengo che una politica sostenibile di sostegno alla crescita richiederebbe anche: la riduzione della spesa pubblica, ad esempio privatizzando (e liberalizzando) i servizi pubblici, soprattutto quelli in perdita, e riducendo l’esercito di dipendenti pubblici, ad esempio semplificando la burocrazia; la riforma della giustizia civile, per renderla più rapida e prevedibile; la riforma degli albi professionali, per dare un’opportunità agli italiani di serie B che non sono ammanicati con le corporazioni; la liberalizzazione dei mercati finanziari in modo da rendere più efficiente l’allocazione del credito, senza cui aumentare i risparmi e diminuire il deficit serve a poco; il taglio delle tasse, sostenibile solo se si riducono le spese e si accelera la crescita, soprattutto su risparmi e investimenti produttivi; la vendita delle proprietà immobiliari pubbliche per ridurre il debito.

Ovviamente nessuna di queste riforme verrà messa in pratica, perché politicamente costosa: andare contro dipendenti pubblici, sindacati, albi professionali e magari anche grandi imprese e grandi banche sovvenzionate e protette dalla concorrenza richiederebbe un coraggio ed una visione che nessuno schieramento politico ha. Condizionare la discussione sulle riforme strutturali alla loro realizzabilità politica è una limitazione suicida: mentre i nostri politici litigano sui rispettivi vizi privati, i ben più gravi vizi pubblici sembrano non interessare nessuno. Per questo motivo i pochi che parlano di riforme, come Giavazzi, sono necessari a questo paese, anche quando lottano contro i mulini a vento.

25 commentistampa - fallo leggere