Gli agenti del commissariato di Castellammare di Stabia, diretti dal vicequestore Luigi Petrillo, dopo giorni di ricerche sono riusciti a rintracciare in provincia di Catello Romano, uno dei killer del consigliere Pd Gino Tommasino assassinato nella sua auto lo scorso 3 febbraio. Il 19enne, risultato anche lui iscritto al Pd ed addirittura candidato alle primarie dello scorso novembre, si era calato con delle lenzuola da una stanza d’albergo nel brindisino dove era stato piantonato in attesa di essere avviato al piano di protezione previsto per i collaboratori di giustizia, aveva fatto poi perdere le sue tracce. Romano, in un primo momento, aveva deciso di collaborare con la giustizia tanto che subito dopo il suo arresto spontaneamente confessò agli investigatori di aver preso parte al commando che aveva ucciso l’esponente del Pd. Inoltre, si era auto-accusato di ben 5 omicidi, tutti commessi nell’area stabiese tra la fine del 2008 e l’inizio del 2009. Con lui la squadra mobile di Napoli aveva fermato Salvatore Belviso, 26 anni, Renato Cavaliere, 37 anni, già detenuto, e Raffaele Polito, 27 anni, esecutore materiale del delitto che come Catello aveva deciso di collaborare. Per entrambi, la Procura aveva deciso di non firmare il decreto di fermo ma di sottoporli a sorveglianza.
Gino Tommasino era stato eletto nel 2005 consigliere con la lista della Margherita ed era il fratello di un noto medico che presta servizio presso l’ospedale San Leonardo della città stabiese. Fin qui la fredda cronaca delle modalità dell’omicidio. Passò appena qualche giorno e si venne a sapere che Tommasino era indagato dal Pm di Potenza Henry John Woodcock per presunti illeciti relativi alla costruzione di un termovalorizzatore. Gino Tommasino avrebbe avutoli ruolo di ricevere da un imprenditore interessato ad eseguire lavori nella discarica di Terzino (comune del vesuviano) una somma di denaro da girare, forse, ad un politico più importante di lui. Successivamente, però, ha preso corpo la pista “locale”. A confermarlo, del resto, furono le stesse prime dichiarazioni degli arrestati (tutti appartenenti al potente clan camorrista dei D’Alessandro): Tommasino doveva essere ammazzato perché non aveva restituito 30mila al clan di Castellammare di Stabia. Ma sulla provenienza di quei soldi, la Squadra mobile sta ancora indagando. Si fanno diverse ipotesi. Per ora si tende solo ad escludere che il politico possa essere stato vittima di una estorsione. Più verosimile la tesi secondo la quale Tommasino avrebbe svolto un ruolo di intermediazione nella riscossione di somme destinate al clan di cui lui si è appropriato. Uomo chiave per risalire al movente del delitto potrebbe essere Salvatore Belviso, cugino e braccio destro del capo clan Vincenzo D’Alessandro, che per il momento però ha deciso di non collaborare. Da chiarire ancora se dicevano la verità i due “pentiti” quando affermano di aver scoperto solo dopo l’omicidio chi fosse la loro vittima. Di sicuro, a questo punto, appare che lo stesso Tommasino avesse contatti con la famiglia D’Alessandro. Secondo alcune indiscrezioni sembra che Tommasino fosse amico di infanzia di Pasquale, fratello di Vincenzo; dopo il delitto, nel parasole della sua macchina fu trovato il curriculum vitae di un parente dei D’Alessandro. Dalle indagini è emerso che il politico insieme con un amico aveva imposto l’assunzione di familiari dei D’Alessandro a ditte che avevano ottenuto appalti dal comune.



