Immaginazione e tecnica: una recensione
27/10/2009 - Questo scritto vuole essere un omaggio (forse una recensione riassuntiva) a un libro di Umberto Galimberti, Psiche e techne. L’uomo nell’età della tecnica, Feltrinelli, Milano 1999. Ciò che segue è dunque quello che ho colto, oserei dire rubato, dalle idee
Questo scritto vuole essere un omaggio (forse una recensione riassuntiva) a un libro di Umberto Galimberti, Psiche e techne. L’uomo nell’età della tecnica, Feltrinelli, Milano 1999. Ciò che segue è dunque quello che ho colto, oserei dire rubato, dalle idee di tal denso e corposo volume. Buona lettura.
Abitiamo il mondo della tecnica, ineluttabilmente, con tutti i suoi benefici, con tutte le sue possibilità. Ma anche con tutte le sue contraddizioni. Il problema di fondo, comunque, è quello di verificare se l’uomo oggi ha pienamente coscienza del mondo che abita e che accade, generalmente a sua insaputa. Infatti, è da notare subito che, mentre l’uomo è ancora, sostanzialmente, biologicamente, l’uomo di sempre (nei suoi modi di essere, cioè: pensare, fare, desiderare), la tecnica, invece, è mutata, dacché non è più uno strumento nelle mani dell’uomo ma il mondo stesso nel quale l’uomo vive.
L’UNIVERSO DEI MEZZI - D’accordo, per quanto riguarda la singola procedura tecnica, si può parlare ancora di un mezzo che l’uomo usa per un
fine. Ma tale affermazione è legittima solo per la procedura tecnica singola; non lo è quanto si tratta della tecnica nella sua totalità. Noi abitiamo un mondo tecnicamente organizzato in ogni sua parte; dunque, la tecnica non è più oggetto della nostra scelta (se utilizzarla o meno), ma il nostro ambiente, in cui tutte le azioni, tutte le modalità dell’essere dell’uomo hanno bisogno della tecnica per esprimersi. Quindi, la tecnica non è una cosa neutra: essa ci condiziona e trasforma il nostro modo di essere. Ma cosa s’intende, in realtà, col termine tecnica? S’intende l’universo dei mezzi (le tecnologie) che nel loro insieme compongono l’apparato tecnico e la razionalità che presiede al loro impiego, nei termini di funzionalità ed efficienza. Questi sono i caratteri della tecnica e da ciò si evince che essa è nata non come espressione dello spirito umano, ma come rimedio alla nostra insufficienza biologica. «Infatti, a differenza dell’animale che vive nel mondo stabilizzato dall’istinto, l’uomo, per la carenza nella sua dotazione istintuale, può vivere solo grazie alla sua azione, che da subito approda alle procedure tecniche che ritagliano, nell’enigma del mondo, un mondo per l’uomo». Ora, se la tecnica è l‘essenza dell’uomo, allora nell’età della tecnica bisogna modificare l’idea tradizionale che prevede l’uomo soggetto e la tecnica strumento a sua disposizione.
TRASFORMAZIONI - Questo poteva essere vero per il mondo antico dove la tecnica si esercitava entro le mura della città. Ma oggi è la natura ad essere chiusa dentro delle mura e la città ad essersi estesa su tutto il pianeta. Quindi, la tecnica da strumento dell’uomo per il dominio della natura è diventata l’ambiente che lo circonda e lo costituisce secondo le regole, ripetiamolo, della razionalità e dell’efficienza. Ecco che avviene la graduale trasformazione della tecnica da mezzo a fine. Questo salto è avvenuto proprio quando la tecnica, da essere soltanto destinata al soddisfacimento dei bisogni umani (e quindi da semplice mezzo che era) il cui senso era assorbito dal fine, è aumentata quantitativamente al punto da rendere possibile la realizzazione di qualsivoglia fine; di modo che essa muta qualitativamente lo scenario, giacché non sarà più il fine umano a decidere cosa fare, ma sarà la cresciuta disponibilità tecnica a stabilire cosa poter fare. Così la tecnica da mezzo diventa fine, non perché essa si proponga qualcosa, ma perché tutti i fini, tutti gli scopi che gli uomini si propongono si lasciano raggiungere solo grazie alla tecnica. «Come creatrice di fini, la tecnica si sostituisce all’uomo che, a questo punto, può solo scegliere all’interno delle possibilità che i mezzi tecnici rendono disponibili». La tecnica è diventata dunque, a giusto titolo, l’Assoluto (“sciolto da ogni legame”, “fine a se stesso”) nel quale l’uomo si trova “costretto” a vivere oggi. Una volta l’Assoluto era Dio; per un periodo, breve, divenne l’uomo stesso; infine, in questa discesa verso il basso, ecco oggi il mondo delle macchine dominare il mondo: e questo fa provare ad alcuni quella vergogna prometeica di cui parla nei suoi libri Gunther Anders.
LA NATURA - Di fronte allo spropositato scenario offerto dalla tecnica, l’uomo appare in tutta la sua vulnerabilità. Quel ch’è peggio, tuttavia, è l’incoscienza di tale inferiorità: l’uomo è diventato inferiore ai suoi stessi prodotti; di più, da essi viene alienato; peggio, ad essi si identifica. Oggigiorno è dato assistere, quindi, al compiersi di una radicale revisione delle categorie umanistiche, ovvero delle nozioni di individuo, identità, libertà. Il passaggio epocale della nostra età è dato dalla infinità possibilità di manipolazione e di sperimentazione offerta dalla tecnica. Infatti, ciò che viene posto come ipotesi e sperimentato lascia dietro sé effetti irreversibili. Ma se la tecnica non accade più come conseguenza delle azioni umane, ma come risultato cumulativo delle sue procedure, allora gli effetti della tecnica superano necessariamente il sapere previsionale dell’uomo. E qui sta il pericolo, perché l’uomo non è all’altezza del suo fare e dei suoi prodotti: non gli sta più dietro. La produzione è illimitata, mentre non lo è l’immaginazione. Noi
umani non siamo cioè più in grado di comprendere quel che la tecnica fa: è diminuita la nostra capacità di percezione. E il rischio di questa inadeguatezza psichica è, appunto, la nostra diminuita capacità previsionale: non capiamo più dove la tecnica ci conduce e, da condizione essenziale della nostra esistenza, essa si traduce in causa della nostra “estinzione”; non tanto la soppressione fisica (siamo ancora utili utensili), quanto alla soppressione del nostro essere nella storia, nella cultura, nella morale, nell’arte, nella poesia. Detto altrimenti: il rischio è di diventare tutti degli specialisti, tutti degli Eichmann che eseguono ordini senza sapere cosa si nasconde dietro l’ordine, senza avvertirne la responsabilità.
UTOPIE – Occorre evitare quel punto critico dove sembriamo inesorabilmente eterodiretti, dove la domanda non è più: “Cosa possiamo fare con la tecnica?”, ma “Che cosa la tecnica può fare di noi?”. Ciò che è richiesto alla nostra immaginazione è superare la passiva concezione leibniziana che «questo è il migliore dei mondi possibili», per poter così costruire le basi di quella “utopia necessaria” che è il compito primo richiesto all’educazione. Immaginare cioè dei “non luoghi”, degli altri mondi possibili, possibilmente migliori. Immaginazione intesa come quella facoltà che ci consente di proiettarci nel futuro, beninteso seguendo le regole di correttezza epistemologica, etica, ontologica, quali sono quelle offerte dalla storia del pensiero, dalla sapienza umana espressa nel corso dei secoli.Ecco, ciò che principalmente manca oggidì: l’immaginazione. E quando raramente appare la si vede troppo spesso spinta ad andare a puttane.













La filosofia italiana è agli sgoccioli. Non essendoci più tanta carne sul fuoco (almeno per un certo tipo di filosofia) si finisce per inventarsi un problema credibile. Tanto i polli pronti a stracciarsi le vesti per l'occidente che tramonta sono parecchi. Lo stesso scrisse un libro omonimo (che a sua volta era un famoso titolo di Spengler). Pare che l'Umberto abbia scopiazzato il testo di Spengler nella traduzione di Evola senza mai citarlo, ma questo specifico plagio non ha ricevuto gli onori della cronaca come quelli accaduti in passato che vedono autore lo stesso filosofo italiano. Miseria della filosofia italiana.
Bah.
Il resto del commento è l'esegesi dell'onomatopea di cui sopra.
Egregio Libertyfirst,
mi compiaccio che tal recensione abbia provocato l'eccellente suo commento di cui condivido e approvo molte critiche e osservazioni e i rilievi le, tranne l'acrimonia leggermente velata d'ironia.
Cordialità
Mi scuso per l'acrimonia, speravo il velo di ironia fosse più spesso. Abitualmente sono meno acido.